Giovanni Boldini al Vittoriano: pro e contro di una mostra che lascia discutere

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Dettaglio di un'opera di Giovanni Boldini, in mostra al Complesso del Vittoriano fino al 16 luglio

Dettaglio di un’opera di Giovanni Boldini, in mostra al Complesso del Vittoriano fino al 16 luglio

Il Complesso del Vittoriano ospita fino al 16 luglio 150 opere di Giovanni Boldini (160 quelle totali in esposizione), uno fra i più noti artisti italiani della Belle Époque.

Il 3 marzo, a Roma, il Complesso del Vittoriano si è illuminato. Dalle 18:30 personalità importanti, ministri, critici e giornalisti hanno sfilato sul red carpet. Vip per una sera, in pratica. Anche se la metà di loro non ci capivano nulla. Anche se per metà di loro era solo un modo come un altro per andare a vedere una mostra che altrimenti avrebbero dovuto pagare 10, forse 12 euro. Le signore over 50 che si insinuavano fra me e quello davanti di questo parlavano. E poi c’ero io che mi facevo i fatti miei, in attesa di Francesco. Perché in certi casi due teste sono meglio di una. Perché davanti a un Boldini una sola testa che esprime pareri soggettivi non basta, non può bastare. Perché a me, Boldini, proprio non piace. Sono una raffaellita. Questo modo di fare arte, di produrre emozioni, di raccontare un tempo non mi fa impazzire.

Dal Complesso del Vittoriano, per certi versi, ci si aspetta sempre qualcosa di più. E invece no, anche questa volta sono rimasta delusa. Doveva essere la serata per inaugurare la riunione di una vastissima produzione di Boldini, pittore italiano che opera fra il tardo ‘800 e la prima metà del ‘900 ed è stata invece la sagra dell’italiano medio che non ha idea di cosa vede, basta che fa la foto e che si registra lì, al museo.

Non tedierò il lettore con nessun papiro sulla vita del pittore, per quello c’è Wikipedia, o se proprio siete old style come me, c’è il libro di Storia dell’Arte del liceo. Però posso spiegarvi il perché secondo me non è una mostra che vale la pena vedere qui, a Roma, al Vittoriano.

Perché no

Il troppo storpia. E l’Ala Brasini di cui tanto si parla (altro non è che il solito ingresso dai Fori per il Museo Risorgimentale) non è adatta a ospitare 160 opere di un’unica mostra con ulteriori esposizioni. E quindi, stando anche alle parole dello staff: è tutto concentrato, lo spazio non è molto per tutte queste opere.

Quindi, la sera dell’inaugurazione, ci siamo fatti largo tra la folla impellicciata, flash, critici, guide e opere ovunque. Dovevi porre molta attenzione perché potevi urtare una donna in carne e ossa o una su tela. Il problema è che questo accade sempre, che sia martedì, che sia domenica, che sia l’inaugurazione.

Come sempre, la timeline che aiuta i fruitori è anche quella che il “time” te lo fa perdere. Sali, in trepidante attesa di incontrare questi ritratti e ti imbatti nella folla che si sofferma a leggere e commentare la vita dell’artista tra dati, luoghi e persone frequentate. In bilico, fra l’ultimo gradino della scala e il primo piano. Superato anche qui l’agglomerato di gente, inizi il famigerato percorso.

Problemi di luce

Nessuna informazione in merito a ciò che guardi, nessun totem che aiuti davvero a comprendere perché l’opera a sinistra è diversa da quella a destra e diversa ancora dall’uomo baffuto alle vostre spalle. L’illuminazione della sala, ancora una volta, è di bassa qualità. Si tratta di oli su tela, di pastelli su carta. E la luce non può essere la stessa per tutti, non può essere alla stessa altezza per tutti. E come sempre, se sei sotto i 170 cm l’olio lo vedi senza riflessi. Poi arrivo io, di 176 cm che comincio a smontarmi come una donzella picassiana per capire cosa si cela sotto il riflesso sul quadro.

Il percorso senza guide

Letteralmente, un ammasso di opere. Si passa dal paesaggio al ritratto, dalla donna all’uomo. E il passaggio è netto non solo per i soggetti ma anche e soprattutto per lo stile. Da un dettagliato paesaggio su tela di piccole dimensioni che richiama quei Macchiaioli italiani di cui possiamo vantarci, a un più scellerato tratto in movimento come fossero le ballerine di Degas, o le bozze di Toulouse Lautrec.

Ti perdi, non capisci. Non riesci a dare un senso, ad usare quelle linee guida e quei punti di riferimento che hai. Eppure Giovanni Boldini è un maestro coi colori. È uno di quelli che la Belle Époque in Italia l’ha raccontata con i suoi ritratti, con i suoi studi di quella figura femminile che lasciava parlare e raccontare come volesse dipingere quelle confessioni di cui solo lui sapeva, intuibili ma ignote agli altri. Sempre vestita, sempre seduta composta o ritta con le spalle aperte, più belle e longilinee rispetto alla realtà, il volto in luce. Quei colori che, dannazione, o li ami o li odi. E per fortuna che c’è Francesco che li ama.

Perché sì

Effettivamente l’Ala Brasini risulta troppo piccola per ospitare una mostra così ampia, all’anteprima, come già detto da Ylenia, risultava difficile muoversi o semplicemente osservare con calma un’opera, cosa che già risulta difficile vista la scarsa qualità dell’illuminazione – che è più un demerito generale dei musei nostrani, piuttosto che della mostra in sé.

Fatta questa premessa c’è da dire cosa c’è di positivo: prima di tutto, volenti o nolenti, Boldini, per quanto poco possa essere studiato ultimamente nelle scuole italiane, rappresenta meglio di ogni altro il periodo storico e artistico della Belle Époque, oltre che un ponte tra Italia e Francia.

Seconda cosa, la facilità con cui trasforma la banalità delle donne dell’alta borghesia in originalità e spettacolo è disarmante. Non vediamo più delle semplici donne impellicciate, ma esseri divini dai volti distinti al cospetto dei quali tutto risulta confuso, caotico, come le sue pennellate che stravolgono le classiche rappresentazioni creando uno spettacolo dove si scontra la stabilità e la confusione.

Ad alimentare questo scontro poi c’è l’uso dei colori. Boldini riesce a creare uno scontro anche tra colori simili –come nel Ritratto di Madame Charles Max – quando non lo fa con contrasti – come nello spettacolare Ritratto di Madame de Joss. La realtà dei salotti borghesi diventa una favola che si trasforma nella fantasia di chi guarda l’opera come fosse una rappresentazione del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

Certo, la disposizione delle opere non è delle migliori: se c’è del caos nelle opere di Boldini, ne troviamo ancora di più nella mente di chi ha organizzato il percorso, visto che non esiste un ordine, ma forse questo è anche un punto a favore, rendendo ogni opera ancora più unica e differente, rendendo così ogni dettaglio e il suo cambiamento più visibili. E se c’è chi, come Ylenia, non apprezza il suo modo di dipingere, c’è chi come me lo ama, e non riuscirebbe a farne a meno.


Scritto da Ylenia Del Giudice e Francesco Montagnese

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