Giusy Ferreri: ecco cosa significa rispettare la musica pop

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In foto, Giusy Ferreri per la cover dell'album Girotondo

In foto, Giusy Ferreri per la cover dell’album Girotondo

Io ho un profondo rispetto per la musica pop. E mi piace che “pop” significhi “popolare”, quindi che sia accessibile a tutti, senza artificiosità, senza snobismi, senza inutili divieti d’accesso che la musica, in verità, non conosce affatto. Perché la musica è aggregazione; la musica pop è specchio e sintesi del tempo che la ospita. Tuttavia, non di rado, il pop è vittima di un malinteso snervante, che lo precede e lo etichetta, in modo non propriamente edificante. L’equivoco, di cui paga il prezzo, sta nell’idea, ormai superficialmente sdoganata, che il pop sia accessibile a chiunque. Senza considerare che, tra “accessibile a tutti” e “accessibile a chiunque”, ci sia un abisso. Quindi il macrogenere della musica pop è diventato, impropriamente, l’altra faccia della musica, la parte svalutata e maltrattata, svuotata del proprio valore e della propria indiscutibile, ma discussa, sincerità. E così, sbrigativamente, il pop è diventato il fanalino di coda, un compromesso, una verità parziale di cui sempre a meno gente interessa conoscere l’interezza (e l’integrità).

Quindi, “pop” è diventato sinonimo di “commerciale” e la musica pop, conseguentemente, un prodotto artificiale, (s)venduto a un prezzo irrisorio. A chi attribuirne la colpa? Al sistema discografico italiano, mi vien da pensare. Ma non cerco colpevoli, nemmeno nemici del buonsenso. Cerco qualcuno che sappia restituire, alla musica pop, il prestigio che le appartiene, la dignità che merita, la bellezza che conserva (nonostante tutto). Perché ho un’alta considerazione del pop, ma ancor più ne ho per gli artisti che sanno rispettarlo.

Fatta questa premessa, ha senso adesso parlare di Giusy Ferreri e del suo Girotondo, un disco profondamente pop, spudoratamente pop, rispettosamente pop. Al primo ascolto, lo ammetto, ho storto il naso. Mi sono detto “poteva fare di più”. Cosa non mi abbia convinto, è facile intuirlo: gli arrangiamenti, l’utilizzo sfrontato dell’elettronica; persino eccessivo, in alcuni casi. Il rischio è quello che un’artista originale e – da sempre – carnale e introspettiva come Giusy si omologhi a una massa indistinta, che propone arrangiamenti elettronici e che risponde a un’esigenza di mercato che non ne lascerà traccia, al primo segnale di cedimento.

Il secondo motivo, che mi ha fatto storcere il naso, non è affatto una colpa, ma un pregio che le va riconosciuto: Giusy, tra gli album che ha pubblicato, vanta due dischi che dimostrano, a mani basse, il suo valore e che, di diritto, le cedono un posto d’onore tra le realtà più interessanti e importanti del pop italiano. Parlo di Fotografie, un album di cover, che mostra l’importante background di Giusy. Canta, tra gli altri, Luigi Tenco, Paolo Benvegnù, Rino Gaetano, Vinicio Capossela, Marisa Monte. Niente a che vedere, insomma, con il ruffiano e (fastidiosamente) popolare disco di cover della Pausini. Fotografie è un disco da ascoltare, comprendere, assorbire. E poi amare, visceralmente. E poi parlo de Il mio universo, un album ingiustamente sottovalutato che, invece, mostra il talento compositivo e autoriale di Giusy, oltre che la sua anima black e rock; Il mio universo è un lavoro poco (o affatto) immediato, spigoloso, ma profondamente bello, un disco che bisogna ascoltare prima di azzardare qualsiasi giudizio su Giusy.


Gli ho dato una seconda occasione, poi una terza, persino una quarta. Fino a cogliere tutte le sfumature di un disco immediato, ma nient’affatto banale; radiofonico, ma mai ruffiano; pop, ma non per questo trascurabile.


Alla luce di quanto ho detto, il mio primo approccio con Girotondo è stato altalenante: ne ho riconosciuto il valore, ma ho azzardato dei confronti che, inevitabilmente, lo davano per sconfitto. Ma gli ho dato una seconda occasione, poi una terza, persino una quarta. Fino a cogliere tutte le sfumature di un disco immediato, ma nient’affatto banale; radiofonico, ma mai ruffiano; pop, ma non per questo trascurabile. È un tassello che si posa al posto giusto, un vestito, sontuoso ma leggero, che Giusy indossa con credibilità e carattere. C’è la sua personalità, potente e immediata, che qui si spoglia di qualche artificio per offrirci un volto nuovo, del tutto inedito: un volto più delicato, sensibile, quasi materno.

Girotondo si divide in due parti e l’ottava traccia, che è il brano che dà il titolo al disco, fa da spartiacque. La prima parte è certamente quella più radio friendly, leggera, con sprazzi di colori diversi, ma tutti ugualmente intensi. C’è la hit Partiti adesso, che strizza l’occhio alle radio e alle spiagge; la spensierata Occhi lucidi, l’immediata L’amore mi perseguita (in duetto con Federico Zampaglione). La seconda parte, invece, conserva i testi più importanti e introspettivi. C’è la commovente Immaginami, scritta da Marco Masini; la profonda La distanza; l’intensa Il resto del mondo è diverso da te. Tutte insieme, le quattordici tracce di Girotondo restituiscono, al suo pubblico, una Giusy Ferreri in perfetta forma, tornata con un disco che è un compromesso necessario.

È vero, “compromesso” è un termine infelice, ma in questo caso non vuol essere affatto disfattista. Tutt’altro: Giusy, a ogni album, dimostra un profondo rispetto per la musica pop, il suo compromesso è saper camminare in direzione di ciò che ha imparato, di ciò che la circonda, di ciò che è diventata, senza mai snaturarsi, senza mai perdersi di vista, senza mai mortificare il proprio talento. Il suo compromesso è saper conciliare quello che è con quello che il pop le dimostra di poter essere: un’artista intelligente, carismatica, di carattere, prestata ad un genere musicale che lei ha sempre saputo vestire di sé. “Conciliazione” è il Girotondo è un disco pop di grande qualità, un’altalena che tocca vette di profonda bellezza e che, con la stessa intensità, graffia l’asfalto che sfiora. È esattamente come la sua interprete: potente, genuino, sincero. E, per la prima volta, conosce una tenerezza e una leggerezza inaspettate e irresistibili. Girotondo non è Il mio universo, è vero. E non pretende nemmeno d’esserlo. E, aggiungo solo ora, è giusto che non lo sia: è il passo in avanti, necessario e convinto, di un’artista che ha scelto di non somigliarsi mai troppo, pur restando sempre, coerentemente se stessa.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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