Le luci della centrale elettrica: dopo aver toccato Terra

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Vasco Brondi, in arte Le luci della centrale elettrica

Vasco Brondi, in arte Le luci della centrale elettrica

Terra, s’intitola così il nuovo disco de Le luci della centrale elettrica. E Terra è un titolo arrogante, che spoglia un’ambizione di qualsiasi pretestuosa timidezza. Non conosce più mezze misure, mezzi respiri, mezzi affanni, un disco che porta questo nome. Li ha conosciuti e, forse, se mi è concesso supporlo, li ha offesi e derisi, prima di farne parole e chitarre, virgole e spazi, sussurri che alzano la voce su orizzonti infiniti. Prima di farne arte.

Terra è un disco di parole poetiche e sporche, di ricami e spigoli, di sconsiderata bellezza e ostinata fedeltà. Di ossimoriche bellezza e fedeltà. Perché Terra è un viaggio. E i viaggi, quelli importanti, ti restituiscono a te perfettamente intatto e spudoratamente cambiato. Perché alla giusta distanza la vista migliora. Tra la partenza e l’arrivo c’è un tratto di vita a forma di fulmine, che asseconda più di una consapevolezza e offende qualche rimpianto, per far caso a quando siamo felici. Tra la partenza e l’arrivo, c’è un viaggio da fare fermi, ma non immobili; poggiati su un pensiero, non addormentati su una convinzione; inclini a cambiare, senza mai tradire ognuno se stesso.

Questo è Terra, un viaggio che ha il sapore di chi l’ha compiuto e di chi lo compie; una traiettoria verticale, che parte da terra e arriva a Terra. Un percorso tra il fango e il cielo. Non so raccontarlo meglio. E un’inaspettata inibizione non mi permette di dire di più. Perché certi artisti e le loro opere, vestite di note tese e parole sofferte, devono essere raccontati da chi ne ha fatto aria da respirare, giustificazione per piangere, rifugio di fortuna per imparare la vita, per assecondarla; e qualche volte, invece, soltanto per sfuggirle. Conosco una persona che sa dire meglio di me cosa sia Terra. È a lei che lascio questo spazio bianco. È lei che racconterà il suo viaggio, che doveva essere soltanto una tratta, ma è diventato per sempre, come tutti i viaggi che cambiano la vita e i punti fermi alla fine di una frase.


Sono in metro e fuori c’è il mare. Sono salita con bagagli carichi di appunti, zaini in spalla ricoperti di inchiostro, cerniere piene di parole imparate a memoria e aspettative inafferrabili. È una notte appena sorta, alle tre del pomeriggio, e la partenza mi ha spiazzata, quanto il cielo appeso ai vetri di questa moderna locomotiva sotterranea. Mi ha costretta agli angoli, come un pianto, e non mi ha lasciato altra scelta che scivolare in una serie di possibilità trascendenti e silenzi intonati, quelli delle storie respirate senza filtrini e buttate giù senza sale e agrumi. Una fotografia emozionale alla volta, una virgola mentale alla volta. Così ho deciso di appoggiare le mie convinzioni, imballate bene e mai dichiarate fragili, e di lasciarle pronte per il ritorno.

Pensavo di stare per intraprendere un percorso, un pugno di chilometri da casa, in mezzo a selve ormai rivelate e rumori chiari come la serratura di casa quando Lo stavo aspettando. Pensavo ad una tratta ed è stata una trattativa con me stessa. Non sapevo ancora che la gravità di questa Terra, fuori dai finestrini, mi avrebbe sequestrata e costretta in piedi. Che non mi avrebbe permesso un attimo di inerzia. Che non avrebbe mai lasciato che i sospiri di ogni fermata restassero inespressi, non sapevo li avrebbe accompagnati, tenuti per mano, fino al vederli trasformati in respiri indipendenti.

La Terra, che mi è stato concesso di vivere da qui, è stata la mia Madonna, la madre benedetta da cui farsi abbracciare prima di partire, la preghiera che fa scappare i mostri da sotto le palpebre e veste gli scheletri con quattro stracci dimenticati nell’armadio. Una volta presa velocità all’interno, i finestrini mi hanno regalato paesaggi sconosciuti, che avevano le sembianze di ricordi, immagini di una vita che il mio corpo non aveva ancora vissuto. Mi sono arrivati in dono come un flashback o una registrazione involontaria. Mi sono stati sbattuti in faccia con la pace che appartiene soltanto all’Arte. Mi è stata consegnata la violenza degli oceani che non ho mai abbracciato, il vento di un’isola da cui mi ero lasciata sconvolgere e cullare, un’estate di qualche anno fa, le voci delle storie che ho sempre vissuto come immagini distanti.

È arrivato tutto, e ogni cosa aveva un volto e un odore nuovo e familiare, ma lo stesso nome, la stessa forza, la stessa millenaria diversità. Ché, se siamo tutti diversi, non significa che siamo gli stessi?

Questa Terra è stata il mezzo di trasporto alla scoperta della me stessa di ora. È stata questa metro, che mi ha prelevata dentro casa e portata in giro per suoni e palazzi in mezzo agli alberi. È stata le parole che conosco, ma formulate meglio, accompagnate meglio, sostenute meglio. Come non avrei saputo fare, prima di questo viaggio. E, arrivata alla fine di questa corsa, mi ritrovo di nuovo a casa, ad imballare parentesi di sabbia e acqua, da sostituire ai miei vecchi scatoloni di ostentata identità. Le mie convinzioni le ho lasciate sulla metro a godersi le maree.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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