Le meteore ai tempi dei talent e di RTL

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In foto, Elodie si esibisce durante la finale del talent Amici

In foto, Elodie si esibisce durante la finale del talent Amici

Lo ribadisco, perché – una volta per tutte – diventi un mantra; un dogma, se v’aggrada di più; un comandamento imprescindibile: artisti si nasce, non si diventa; un’arte si può affinare, non si può improvvisare. L’arte appartiene a chi ne possiede l’attitudine, per tutti gli altri è soltanto un mestiere. No, non sono d’accordo con chi dice “Faccio l’artista”. Perché l’arte non si sceglie, non si decide, non s’inventa. L’invenzione, che necessita di genio e buongusto, è il passo successivo. Inventare senza essere artisti equivale a operare senza essere medici: è un pericolo. Tuttavia, oggi, è un pericolo tacito e sconosciuto, lo è da quando ci hanno convinti che basti partecipare a un talent, per essere considerati artisti, e che basti qualche sporadico passaggio radiofonico su RTL, per essere considerati talentuosi. “Sono un artista” è l’espressione giusta. E io credo in chi lo è, non in chi lo fa.

Esistono artisti, esistono interpreti, esistono cantanti, esistono esecutori ed esistono prodotti. E poi esistono i prodotti dei talent. Di chi si tratta esattamente? Di giovani strappati bruscamente al karaoke della loro cameretta e catapultati su un palcoscenico, in prima serata, davanti a milioni di persone. L’unico requisito richiesto è che siano intonati. Qualcuno sa persino cantare, qualcuno ha addirittura un timbro riconoscibile, ma sono casi sporadici. Siamo tornati indietro di più di settant’anni, se crediamo ancora che una voce, per quanto intonata e gradevole, basti a fare un artista.

La voce viene prima di tutto, ma non è tutto. È una qualità fondamentale, evidente, necessaria. Ma non basta mai. I tempi di Claudio Villa e Nilla Pizzi sono irrimediabilmente conclusi. Per fortuna, aggiungo. Un artista, perché sia tale, deve avere una ben definita personalità artistica, carattere, carisma, buongusto, oltre che un talento spiccato, irruento, indomabile. Un talento dev’essere una necessità, non un accessorio. E deve avere presenza scenica, deve saper abitare il palcoscenico che lo ospita, deve saperne fare il proprio rifugio, il proprio posto, la sola casa che conosca. Invece, nei talent, nella maggior parte dei casi, succede esattamente il contrario. Un giovane decide di parteciparvi perché sa cantare, che è come dire che saper preparare un piatto di pastasciutta sia un requisito sufficiente ad aprire un ristorante; supera uno sfiancante numero di selezioni ed entra a far parte del talent tanto ambito. Poi iniziano le sfide, le prime manifestazioni d’arroganza, i litigi, il televoto, gli rvm. E poi inizia l’idolatria, quella snervante e fuori luogo, da parte di insegnanti, giudici o coach, che genera soltanto illusione e ingiustificata presunzione.

Se un ragazzo fa un acuto, viene elogiato manco fosse l’Elton John de noantri; se sa mettere insieme due accordi alla chitarra, è il Jimi Hendrix che mancava; se addirittura si muove mentre canta, è la reincarnazione di Michael Jackson. Ma poi, puntuale e senza scrupoli, arriva la vita dopo il talent. Le luci dei riflettori si spengono, gli applausi si placano, le telecamere puntano qualcun altro. E bisogna dimostrare di aver qualcosa da dire. Gli acuti si confondono in mezzo ad altre voci (e ad altri rumori), le chitarre malamente strimpellate diventano basi pre-registrate e i passi di danza, senza pubblico di supporto, diventano goffo arredo di un talento inconsistente. Per i più sfortunati, la carriera finisce qui; qualcuno riesce a vivere di rendita per una o due stagioni, cantando nelle sagre di paese e trascinandosi dietro l’etichetta, invadente ma necessaria, del programma a cui ha partecipato. Per i più fortunati (si fa per dire), il declino è soltanto più lento, ma è comunque inesorabile. A loro ci pensa qualche casa discografica, che sa di avere in mano un buon prodotto da confezionare e vendere, prima che sia troppo tardi.


Questi cantanti, che nessuno dovrebbe mai definire “artisti”, sono meteore ancor prima di iniziare. Nascono meteore, nascono già finiti, già consumati.


Inizia così la fase successiva, quella in cui al giovane cantante, provvisto di una discreta vocalità, ma sprovvisto di tutto il resto, viene cucito addosso un percorso, quindi un destino. In men che non si dica incide un disco già pronto, riscaldato all’occorrenza perché sembri appena sfornato. Si tratta di canzonette senz’anima, di motivetti incalzanti, di arrangiamenti alla moda. Se è fortunato ancora una volta, riesce addirittura a partecipare al Festival di Sanremo e a portare a casa un disco d’oro, che – va detto – tra streaming falsi, account Spotify multipli e copie-regalo su iTunes, equivale a una manciata di copie (realmente) vendute. E poi, a un anno dall’esordio, inizia l’inevitabile declino, che non fa sconti a nessuno. Proprio in questi giorni, i casi di Elodie e Alessio Bernabei ne sono due eloquenti prove.

Dunque, Elodie ha annullato il suo concerto a Milano. Bernabei ne ha annullati addirittura due, di cui uno a Roma. Ovviamente, per entrambi, si trattava di concerti a pagamento. E ovviamente entrambi sostengono che la scarsa vendita di biglietti non c’entri nulla. Elodie sostiene addirittura che il suo concerto fosse sold-out, Bernabei dice di essere troppo impegnato a realizzare il nuovo album per pensare anche ai live. E la verità è una soltanto: questi cantanti, che nessuno dovrebbe mai definire “artisti”, per non offendere chi artista lo è davvero, sono meteore ancor prima di iniziare. Nascono meteore, nascono già finiti, già consumati. Nascono prodotti “a breve termine”, con la scadenza in basso a destra, così che non se ne accorgano nemmeno, così che s’illudano, così che siano addomesticabili. Poi muoiono senza rendersene conto. E vengono sostituiti.

L’arte è un’altra cosa. E questa è la fine che fanno i prodotti “usa e getta”, è la fine che meritano. E la cosa che mi rattrista è che non è colpa loro. Loro sono giovani, sono arroganti, sono sognatori. E, se posso permettermi un azzardo, credo che molti non facciano in tempo nemmeno a sognare. C’è un tempo per sognare e uno, ancora più importante, per soffrire l’invadenza, la sfrontatezza, l’irruenza di un sogno. C’è un tempo per immaginare e uno per decidere quale direzione dare alla propria immaginazione. A diciott’anni, bisogna cantare nei locali, in mezzo a gente distratta, che sorseggia cocktail e irriverenza; bisogna calpestare chilometri d’asfalto e di rabbia; bisogna diventare il proprio sogno, le proprie scelte, le proprie ambizioni. Bisogna sopportare il prezzo da pagare per il fatto di non avere alternative. Bisogna non curarsene affatto.

Io tornerei a riempire i pub, le strade, le piazze. Questo farei, perché siamo a un punto di non ritorno. La gente va rieducata all’arte, al buonsenso e al bello. Perché, quando la musica sarà finita, quando sarà soltanto un mero accessorio della televisione (ammesso che non lo sia già), ne pagheremo il prezzo tutti. E quello sarà il giorno in cui su RTL passerà la “musica” di Rovazzi. Ah… questo è già successo.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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