Perchè ci lasciamo picchiare

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Un ritratto femminile di Lee Jeffries, fotografo di Los Angeles

Un ritratto femminile di Lee Jeffries, fotografo di Los Angeles

Come previsto dalla legge non scritta di Facebook, anche quest’anno in occasione dell’8 marzo le nostre home sono state riempite da nobilissimi pensieri, articoli e riflessioni sui diritti delle donne. Non penso di essere stata l’unica ad avere il dubbio che in molti casi siano rimasti appesi in vetrine virtuali senza ulteriori conseguenze.

Tuttavia credo che questa festa abbia il merito di ricordarci che a tutt’oggi abbiamo qualche problema da risolvere.

Settimana scorsa ho avuto la fortuna di partecipare a un dibattito sulla violenza contro le donne. Una ragazza ha chiesto: “Come è possibile nella nel terzo millennio accettare di essere picchiate? Come può una donna subire questo in silenzio?”. Le è stato risposto: dici così perché non lo hai vissuto sulla tua pelle. Dici così perché nel tuo ambiente non succede, ma in altri sì.

Non sono d’accordo. La violenza è un fenomeno più diffuso di quanto si sappia, su più settori sociali e tutto parte da come noi per primi ci comportiamo ogni giorno. Credo che una possibile risposta sia: ci lasciamo picchiare perché pensiamo che sia giusto. Sì, pensiamo sia giusto che se torna a casa arrabbiato se la prenda con qualcuno e che sia naturale che si sfoghi sugli altri. Non dovrebbe essere così, ma di fatto lo è, non posso farci nulla.

Questo attiva un circolo che coinvolge non solo chi subisce violenza, ma anche chi è vicino. I figli impareranno che è giusto che funzioni in questo modo e che quando manca il dialogo e la risposta entrino in campo le regole della legge del più forte. Il figlio apprenderà che la donna non sa rispondere e non può fargli male e che se la picchi sta zitta. La figlia imparerà che ci sono altri modi per fare male oltre a quello fisico, ad esempio sul piano psicologico; che usare quella parola, quella frase particolare, quell’espressione può far più male che ricevere uno schiaffo.

Un giorno avremo a nostra volta dei figli e soffriremo vedendo ripetersi queste dinamiche. Ma accetteremo che lei per difendersi impari le parole che feriscono e che lui la picchi perché lei se l’è andata a cercare. Dimenticheremo tutto quello che è successo a casa quando ci diranno che nostro figlio è troppo violento; non ci preoccuperemo se nostra figlia farà dei pensieri brutti la prima volta che il suo ragazzo alzerà (nulla di più) la voce. E anzi, magari li rimproveremo.

Sappiamo bene che la violenza non è una cosa bella, però fa parte del mondo, e non ne sarà mica la fine. Siamo i primi a lasciare che la violenza funzioni.

Ci lasciamo picchiare perché lui non è così sempre, c’è dell’altro e ci vuole bene. Non è colpa sua ma lo trattano male al lavoro. E porta a casa lo stipendio e si fa in quattro per me. E poi se lo dicessi cosa direbbero gli altri?La violenza non è un fenomeno che si verifica da qualche parte, lontano da noi, ma una risposta facile e perciò molto diffusa, che si manifesta in più modi. Siamo noi i primi a reagire alla violenza con altra violenza, alimentando il circolo.

Violenza non è (solo) mettere le mani addosso, ma ferire l’altro dove è più fragile, usare il potere che abbiamo su di lui, qualunque esso sia, per farlo star male. E così giustifichiamo tutto. Perché se tu mi insulti e io ti picchio, ti sto dimostrando di credere che questa sia l’unica risposta. Se mi fermassi, un meccanismo si incepperebbe. Dovrei ammettere che c’è qualcosa di sbagliato, che se ho un problema tu non c’entri e farti male non mi risolve la situazione. Che non sei subordinato a me, ma siamo sullo stesso piano.

Dobbiamo ribellarci in primo luogo contro questa diseguaglianza, questa logica che stabilisce una gerarchia basata sulla legge del più forte. L’8 marzo non si festeggia quanto è importante la donna, ma piuttosto si ricorda che non ha niente meno dell’uomo.

Diteglielo, a quella donna che ha paura del marito, che è sbagliato accettare tutto questo. Ditele che l’amore non mette le mani addosso né ti umilia e che perdonare non significa dimenticare tutto. Che amare non significa subire in silenzio, ma voler risolvere il problema alla base. Diteglielo, e lasciate che lei cambi come si comporti a casa e che cresca un uomo che un’altra donna potrà amare senza averne paura.

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Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, mi piacciono molto poco le foto e ascolto spesso the Killers.

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