Sul tempo e l'esattezza: intervista a Motta

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Motta © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Motta © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Parola chiave della mia intervista a Motta è stato il tempo. Quello che ho meticolosamente organizzato per riuscire a non avere altro a cui pensare a partire dalle 16 in punto; quello d’attesa dovuto a una strada troppo ostile, tra gallerie e telefonate non propriamente attese. Infine, soprattutto, quello contato che abbiamo avuto a disposizione, prima del soundcheck della tappa modenese del tour, che lo porta ad attraversare l’Italia da Frattamaggiore fino a Milano.

Il tempo, poi, è l’argomento che per primo – se non consideriamo l’incidente al piede, rischio calcolabile della vita sul palco, di cui bisogna sobbarcarsi ogni conseguenza – decido di affrontare, perché si pone come una questione centrale nel suo primo lavoro da solista fin dal titolo, La fine dei vent’anni. «Il tempo mi ha portato una grande consapevolezza nello scegliere le parole e le note giuste da usare», racconta. «Giuste in assoluto non lo so, ma insomma, sono le mie. I “milioni di versi” di Del tempo che passa la felicità sono proprio le infinite parole che ho scartato prima di scegliere quelle definitive».

Parole esatte, come quelle che invocava Salinas in uno dei suoi componimenti, e che in quanto tali, seppur poetiche, non vanno giustificate. Questo perché, come con le persone, «servono solo quei dieci secondi per sceglierle, il resto del tempo lo usiamo semplicemente per giustificare le scelte che abbiamo già fatto». Le parole, poi, non vanno neppure spiegate: «se lo facessi, ripeterei esattamente le stesse che ho usato nelle canzoni, che rispecchiano perfettamente quello che avrei voluto dire. Anche la libera interpretazione, poi, è fondamentale e proprio per questo non credo che ci sia bisogno di conoscere tutto». Esatto però non significa necessariamente perfetto. Come nel caso di quel rumore di piatti che fa da sottofondo a Del tempo che passa la felicità, che «è un’imperfezione, ma lo rende giusto. Il suono della chitarra ci piaceva e non avrebbe avuto senso rifarlo senza rumore di fondo».

È facile intuire quanto il rifiuto del conformismo, in La fine dei vent’anni, sia centrale. Suoni non asettici, accordature diverse da quella standard, notti mangiate per dormire di giorno («perché la notte la conosco un po’ meglio della mattina negli ultimi anni») e un rapporto esclusivo con i propri genitori. «Di loro parlo con amore e si percepisce, mi hanno sempre supportato. Alcuni si vantano del fatto di non essere capiti, io invece mi vanto di essere capito», racconta Motta, che proprio con suo padre appare nel video di Del tempo che passa la felicità. «Ma la scelta di farlo apparire non è stata fatta per ottenere un effetto sdolcinato, anche se è stato emozionante».

Se nei sette anni che lo separano da This Was Supposed To Be The Future, il primo album realizzato con i Criminal Jokers, Motta ha “visto troppa gente”, è soprattutto nell’ultimo mese e mezzo che il tour gli ha permesso di venire direttamente a contatto con un pubblico numeroso e incredibilmente accogliente, tra una doppia data a Roma e diversi sold out. «Il riscontro è stato davvero incredibile. In questo tour mi sono reso davvero conto di quanto trasversale sia il mio pubblico e spesso in realtà sono le persone più grandi di me, che vengono a sentirmi suonare, a darmi maggiore soddisfazione», commenta, e seppure sia proprio lui a cantare che “il tempo e il denaro [sono] le due cose più importanti” (oggi la definisce «una provocazione») pare ci siano momenti in cui non si ha bisogno né dell’uno né dell’altro, quanto piuttosto di continuare a suonare, fuggendo per un improrogabile soundcheck o magari alla ricerca di nuovi palchi da calcare, e – si spera – senza contusioni a farlo vacillare.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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