In terrazza con Giuseppe Palmisano: la fotografia dell'incontro

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Foto di Giuseppe Palmisano

Foto di Giuseppe Palmisano

Giuseppe Palmisano nasce in Puglia nell’89. È un attore, scrittore (anche se non si definisce tale) e fotografo. Vive a Bologna, dove ha creato iononsonopipo. Nel 2015 è uscito il suo primo libro, Oltrepensare.

Allora, come è iniziata la tua avventura con la fotografia? Il mondo dei social media ti ha aiutato in questo percorso?

Parto dalla fine: sì, mi ha aiutato tantissimo. Sono abituato dalla mia forma mentis artistica a condividere tutto subito: io ho fatto teatro, dopo il periodo di prove si va in scena. L’attitudine dell’attore è quella di essere sempre pronto. Non mi sono chiesto se era bello, brutto, funzionante o meno, l’ho condiviso e basta. Ai tempi usavo Filckr, ma sempre di social si tratta.

Veniamo interrotti dalla cameriera. «Per me un caffè» e lui «Un ginseng piccolo e… un biscotto. Scegli tu come, ma non marmellata, ti prego!»

Si gira verso di me.

«Uhm, cosa dicevo? Non ho pranzato oggi, sono senza energie, mi perdo. Ah già, la questione del social».

Non so cosa sarebbe stata la mia fotografia senza il social, è stato fondamentale sia per l’essere conosciuto, sia per il continuo scambio. Sempre con un’attitudine da attore però: ascoltare quello che vedevano gli altri e tradurre tutto questo in ricerca.

Quindi non vedi il social, mezzo su cui passa di tutto, un mondo in cui l’arte viene svilita?

Certo che no, se l’arte è per strada, non viene mica svilita se uno ci passa davanti e fa un rutto. Su Facebook, un po’ come nella vita, passa di tutto, bello e brutto. L’arte è arte ovunque la metti, ancora di più sui media, piuttosto che in luoghi chiusi, dove entra solo chi ha l’accesso.

Il tema centrale delle tue fotografie è la donna vista da una prospettiva particolare: inserita nell’arredo, spesso dal volto coperto e gli occhi chiusi. Ho visto qualche critica di ragazze che si sentivano offese dalla tua scelta. Come hai reagito alla cosa?

Io creo, questo mi interessa. Ognuno ci vede quello che vuole. Può capitare che il livello di interpretazione si fermi lì, sia che tu sia un intellettuale, sia che tu sia la casalinga che non ha mai studiato. Il pubblico è stato sempre così. Non credo di dover spiegare niente a nessuno. Molte ragazze che criticano questa scelta sono le stesse che rivendicano la libertà del proprio corpo però, oh mio dio, certe cose non posso mica farle! Mi piace molto giocare con la parola “donna-oggetto”. Mi piace risemantizzarla, dare la possibilità alla donna di essere anche un oggetto, se lo vuole. È l’oggetto-donna che non mi piace.

Foto di Giuseppe Palmisano

Foto di Giuseppe Palmisano

Ho trovato nei tuoi scatti molta teatralità, a volte sembrano scenografie. C’è l’influsso del teatro?

Inevitabile. Non posso prescindere da quello. Tutto quello che so sulla vita lo so tramite il teatro, ha partorito tutto. È la madre delle arti. La scenografia è come la fotografia, l’approccio con l’attore è quello con la modella, l’attrice è la modella stessa, la regia è la direzione della fotografia… E così via! E poi ora ho smesso di fare teatro, quindi è stato solo cambiare il medium con cui esprimermi.

Hai avuto modo di collaborare con personalità della musica importanti. Come è nata questa possibilità e com’è andata?

Fino a un anno fa lavoravo con la musica anche io, molti li conoscevo già. Ghali è stato uno dei primi italiani che ha capito il mio mondo. È un’artista molto attento anche a quella che non è la sua cerchia, il suo background artistico. È stato il primo artista in Italia che non conoscevo di persona che mi ha contattato per le mie fotografie. Il lavoro prodotto è frutto dell’unione del mio mondo e del suo. Ne vado molto fiero. Molte delle altre collaborazioni nascono da rapporti di amicizia in primis. Comunque voglio poter lavorare con artisti per lavorare con loro e non per loro.

Hai organizzato molti workshop in giro per l’Italia. Come ti rapporti con questi giovani talenti?

Non sono workshop tecnici, dove vengono impartite leggi o regole. Io parto dalla mia crisi, dalle mie domande. E propongo di fare un percorso che per ognuno sarà diverso, perché ognuno ha il suo carico di esperienze. Nessuno ha mai vissuto le mie esperienze, quando alle medie entrava il professore e noi ci fingevamo morti. Non si tratta mai solo di trasferire il mio modo di fare, non siamo mica penne USB! Voglio fare un’esperienza di vita con gli altri, a volte è capitato che litigassimo e altre che piangessimo pure.

Nel 2015 è uscito il tuo primo libro Oltrepensare. Che bellezza! Raccontaci come è successo tutto.

Uh, ne è passato di tempo! Quasi non mi ricordo più! Ho chiesto sulla mia pagina chi avrebbe comprato un libro se lo avessi scritto. E poi… (sbuffa, ndr) è proprio difficile farsi fare delle domande, sai? Ora che mi metto sempre in discussione non posso mica dare le stesse risposte a tutti. Quindi è un continuo scoprirmi. Una bella fatica, eh!

Alla fine, comunque, c’è stata una risposta positiva. È uscita questa raccolta fondamentale per quanto prematura. Ora però posso guardarmi indietro e dire: “Cazzo, che figata! Non potrò mai più fare quella cosa là!”. Credo che la vera involuzione non esista, non posso mica tornare indietro e perdere le nozioni e le esperienze fatte. È stata una fase importante e bellissima, ma una fase. Tipo Wikipedia.

Foto di Giuseppe Palmisano

Foto di Giuseppe Palmisano

36×27=972: ecco la formula da cui sei partito per uno dei tuoi più importanti progetti. Scatti tratti da Oltrepensare e una rete di incontri dietro. Di che cosa si tratta?

L’operazione è stata prendere 36 scatti dal mio libro e moltiplicarli per i miei anni. Compivo 27 anni allora e volevo ammazzarmi per la vecchiaia! Ma questa è una parentesi, non scriverlo! (Ops, pardon!, nda). Insomma, 36×27. Volevo fare 27 mostre, dove poter incontrare persone nuove. Alla prima mostra, ho chiesto a 36 persone di portare con loro una sedia. Sono arrivate persone di ogni tipo: dal capo della forestale, al sindaco, al bidello, all’operatore ecologico e persino un cane! Mi interessa molto lo spazio vuoto tra l’opera e la persona. Ecco, vedi, tutti loro, con le loro sedie, erano parte di questa piccola opera pubblica. Poi ho prodotto 36 foto di ogni persona con la sua sedia e la sua storia. A Milano, una nuova proposta: allestite le foto, abbiamo fermato di nuovo 36 persone e chiesto loro di dirci cosa vedevano negli scatti proposti. Ognuno ha risposto con la prima cosa che gli è passata per la testa: chi ci vedeva Dumbo, chi un servizio di Studio Aperto, chi l’imbottigliamento del vino. Abbiamo preso questi contenuti e sovrapposti tramite dei codici matematici alle fotografie in questione. Ora chi le guarda, vede quello che avevano visto altri. È stato un’unione di mondi, che è il senso dell’arte: ipotizzare altri mondi possibili.

Puoi svelarci qualche progetto per il futuro?

Voglio aprire una trattoria di orecchiette a New York. È il mio piano B, che potrebbe però diventare il mio piano A. Oltre a questo, voglio realizzare una fotografia con circa 200/300 donne. Si chiamerà Vuoto, ti sto regalando l’anteprima, tipo musicisti! Devo solo definire le ultime cose e parlare con le modelle. Anzi, se vuoi aiutarmi, porta amiche, mamme e zie!

E se la ride… e in effetti me la rido anche io a pensare mia madre dentro una sua fotografia!

About author

Sofia Longhini

Sofia Longhini

Sofia, classe 1996. Nasce in una piccola città di mare, ma viene ben presto rapita dai portici di Bologna, ombelico di tutto, dove studia Lettere Moderne. Scrive anche per Mangiatori di Cervello. Ama l'arte, il cinema e il cantautorato. Il teatro e il buon cibo. Leggere leggere leggere. E poi, naturalmente, scrivere.

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