13 reasons why: chi ha ucciso Hannah Baker?

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Dylan Minnette nei panni di Clay Jensen in 13 reasons why

Dylan Minnette nei panni di Clay Jensen in 13 reasons why

L’altro giorno mi sono sentita molto in sintonia con Clay Jensen – e con la sua incapacità di ascoltare tutte le registrazioni insieme, a differenza degli altri personaggi – quando ho scoperto che tutti stavano divorando 13 reasons why e io invece non riuscivo a guardarne più di un episodio alla volta. Non perché fosse noiosa: nonostante il ritmo lento e incline all’introspezione di certi episodi, è difficile non voler sapere di più delle registrazioni e delle storie dei protagonisti. No, il problema è che questa serie TV è una di quelle che fanno proprio male. Che danno il mal di stomaco, sempre di più man mano che si va avanti.

Produzione Netflix online da una settimana, 13 reasons why ci catapulta in un groviglio di storie all’interno di un liceo americano. Al centro di questo groviglio c’è Hannah Baker, studentessa che si è da poco tolta la vita. Tutto inizia quando il suo amico Clay riceve un pacco contenente sette audiocassette. Quando si mette ad ascoltare, scopre che è di Hannah la voce registrata che comincia a raccontare.


Mettiti seduto. Sto per raccontarti la storia della mia vita. Più precisamente, di come la mia vita è finita. E se stai ascoltando questa cassetta, significa che sei uno dei motivi.


Ogni registrazione è dedicata a una diversa persona. Le regole del gioco sono semplici: ascoltare tutte le cassette e passarle alla persona successiva – al motivo successivo. Altrimenti tutte le registrazioni saranno rese pubbliche. Clay, che pure non riesce a capire perché il suo nome dovrebbe comparire tra quelli che hanno causato la morte di Hannah, è costretto ad ascoltare.

È un clima soffocante, quello di 13 reasons why. Lo è fin da subito, ma all’inizio è lievemente camuffato dall’ambientazione: un normalissimo liceo, nei cui corridoi si intrecciano sì le storie di Hannah e di Clay, ma anche quelle di tanti studenti che conducono una vita normale, priva di segreti. Si ha perfino il tempo e il modo di apprezzare i Joy Division in una delle scene iniziali. Solo che basta poco per rendersi conto che le persone che conducono una vita normale, priva di segreti, in realtà sono ben poche.

Intorno al terzo episodio mi sono messa a pensare che c’era qualcosa che mi ricordava Twin Peaks. Riflettendoci, probabilmente il collegamento più forte è proprio quest’ambiguità tra giusto e sbagliato, tra innocente e colpevole, questa banalità del male che rimette tutti in discussione. Anche il tormentone “Chi ha ucciso Hannah Baker?” ha fatto la sua parte, ma un’altra affinità che ho trovato è l’attenzione ai nomi. Dopo un paio di episodi avevo memorizzato perfettamente nome e cognome di tutti i protagonisti, che di certo non sono pochi. C’è una certa insistenza – seppure discreta – nel ribadire il nome, nello scandirlo. Hannah Baker, Clay Jensen, Bryce Walker, Justin Foley… Dove c’è un nome, c’è un’identità. Dove c’è un’identità, non c’è più un’entità nebulosa e indefinita che può agire sullo sfondo. Che può indisturbatamente farla franca. D’altronde Hannah non registra solo perché vuole insegnare qualcosa: lo fa anche, e forse soprattutto, perché vuole farla pagare alle persone che l’hanno condotta a quella decisione. Vuole far capire loro come l’hanno fatta sentire.

Dylan Minnette e Katherine Langford in 13 reasons why

Dylan Minnette e Katherine Langford in 13 reasons why

Ecco cos’è che salva 13 reasons why dal rischio di essere una sorta di pubblicità-progresso contro il bullismo: non rappresenta una vittima di fronte ai propri carnefici. Rappresenta vittime che talvolta si comportano da carnefici e carnefici che sono anche vittime. È Ryan, uno dei protagonisti, a darci quello che potrebbe essere un indizio:

Tu vedi sempre il mondo in modo binario, ma è un mosaico. Guarda queste persone: centinaia di storie.

Hannah è spinta a uccidersi, è una vittima, ma non è innocente. È lunatica, è egocentrica, tende a trattare male chi è gentile con lei – Zach, ad esempio, o Clay. Sbaglia, ferisce. Non si rende conto che lei stessa potrebbe perfettamente essere il “motivo” di qualcun altro. Non è semplice provare empatia per un personaggio spesso odioso com’è Hannah, ma è proprio qui il punto a cui voleva giungere una serie non impeccabile, ma intelligente: che senso ha l’empatia se riesci a provarla solo per chi è buono, gentile, perfetto? Se credi che qualcuno possa meritarla, e qualcun altro no? È nel momento in cui fai questa distinzione che rischi di diventare carnefice. Perché intendiamoci, le persone che Hannah accusa della propria morte non sono mica tutti bulli conclamati: per alcuni la colpa è soltanto quella di non esserci stati. Di averle voltato le spalle, di aver pensato “Se lo merita”, “Se l’è cercata”. In questo senso, che ci piaccia o meno, tutti noi siamo dei potenziali motivi. Lo è Courtney, la brava ragazza troppo attenta a quel che gli altri pensano di lei. Lo è Sheri, gentile ma troppo terrorizzata per fare la cosa giusta. Lo è Clay, che è “buono, e gentile, e corretto”, ma che non riesce a capire quanto Hannah abbia bisogno di essere salvata – e che non resiste a quel certo gusto per la giustizia fai-da-te che permea l’intera trama e che, nel condividere una foto compromettente per vendicarsi, non pensa che potrebbe diventare il motivo di qualcun altro. Potremmo esserlo noi, in buona fede o no.

Certo, 13 reasons why non è perfetta. Se temi come il bullismo, il suicidio, lo stupro sono trattati in modo approfondito e non banale, altri – l’alcolismo, la colpevolizzazione della vittima, lo slut-shaming, l’omogenitorialità – sono stati introdotti ma toccati solo in superficie. Una serie che riesce a fare così male, a raccontare situazioni e scene simili senza concedere nessuno sconto – proprio nessuno: neppure quello di lasciare la scena dello stupro e quella del suicidio fuori campo –, però, era una serie di cui probabilmente c’era bisogno. Molti, ho letto, propongono di farla vedere nelle scuole. Che è una buona idea, ma che a sua volta tocca una delle domande più pressanti della serie: davvero devi conoscere prima le conseguenze per comportarti decentemente con gli altri?

La sensazione più pungente che lascia in testa, però, è dovuta a questo suo rifiuto del bianco e del nero, al suo puntare impietosamente il dito contro le sfumature. Ed è proprio la sensazione di non sapere in quale sfumatura riconoscersi. Tutti ci siamo sentiti vittime, in vita nostra. Aggrediti, additati, abbandonati. Non amati. Ma allo stesso tempo, ed è molto più difficile ammetterlo, siamo stati noi ad aggredire, ad additare, ad abbandonare. A non amare. Non c’è bisogno di essere dei mostri per ferire qualcuno; talvolta lo facciamo senza neppure rendercene conto. È proprio per questo che 13 reasons why fa così male: perché a volte siamo Hannah Baker, ma – che ci piaccia o meno – a volte siamo anche uno dei motivi per cui si è uccisa.

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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