Giorgia, libera di essere un’eccellenza

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In foto, Giorgia

In foto, Giorgia

Che Giorgia abbia una voce (indiscutibilmente) impeccabile, è sempre stato evidente a tutti. Che Giorgia sia un’eccellenza, lo sa ognuno di noi. Che Giorgia si senta finalmente libera di essere un’eccellenza, l’ho scoperto durante una tappa del suo prezioso Oronero tour.

“Prezioso” è l’aggettivo che ho scelto, l’ho deciso con cura, non a esclusione. L’ho scelto perché restituisca, a uno spettacolo imponente, la sua imprescindibile verità: Giorgia è la voce d’Italia, il suono maestoso e perfetto del suo canto s’avvicina al cielo. Ma è molto di più. Lo sapevo già, a dire il vero. Durante la tappa romana dell’Oronero tour, però, ne ho avuto l’insindacabile conferma.

Il concerto è iniziato con Vanità, il secondo brano estratto dall’album Oronero. E su un disco così non si può soprassedere, significherebbe raccontare un viaggio senza le intenzioni che l’hanno giustificato, un traguardo senza la sua partenza, un arrivo senza la fatica che è costato. E i viaggi importanti hanno una malinconia a cui rispondere. Giorgia ci ha messo persino qualche consapevolezza. Il risultato si sente a orecchio nudo: Oronero è un disco maturo, consapevole, personale. La penna di Giorgia è riconoscibile e, per un’artista come lei, nata come la voce d’Italia, diventata poi – con incontestabile credibilità – un’interprete raffinata e poliedrica, è un traguardo di non poco conto.

Non è una cantautrice, non risponde ai dettami assoluti del cantautorato, ma non credo nemmeno che ne abbia la pretesa. Di certo, aggiungo, non ne ha la necessità. Perché sa indossare le parole che scrive allo stesso modo in cui veste le parole che le cuciono addosso. Perché, col tempo, ha saputo affinare il proprio stile, tanto da renderlo inconfondibile. E non parlo soltanto del suo stile vocale, parlo del suo vocabolario, raffinato ma mai artificioso, immediato ma mai banale; consapevole, piuttosto; e persino diretto, profondo, delicato. E parlo della leggerezza che ha imparato.

Giorgia è un’artista leggera. Non parlo di superficialità, nient’affatto. Parlo di consapevolezza, di nuovo. Parlo della consapevolezza di non dover dimostrare nulla. Persino di quella, più importante, di non dover giustificare nulla. Giorgia è un fiore di campo che si dondola nel vento: colora l’aria e s’alza fin dove può. Non ha (più) pretese di perfezione e questo l’avvicina irrimediabilmente alla perfezione. E l’Oronero tour, che è il perfetto coronamento dell’album a cui ho accennato, ne è la più precisa e preziosa testimonianza.

Torna l’aggettivo “prezioso”, ora che ho spiegato perché non potrei usarne un altro. Ora ha senso dirlo, ribadirlo e scriverlo, perché resti: Giorgia è quello che canta, è la sua voce ed è il palcoscenico che abita. È finalmente padrona del proprio talento. Non che prima non lo fosse. Quello che voglio dire è che Senza paura, titolo del suo precedente album ma anche monito per il tempo a venire, ora non è più una speranza necessaria, è una verità imprescindibile.

Giorgia non ha più paura, oppure ha imparato soltanto a domarla. Quel che è certo è che le uniche sbavature che le sono rimaste sono quelle che ha imparato a concedersi. È la fragilità che racconta a viso scoperto.

Giorgia è padrona del proprio palco, tanto da farne un rifugio. È padrona di un’ironia (e di un’irrinunciabile autoironia) che fanno, di lei, una donna trasparente e un’artista intelligente. È padrona di un pubblico che l’ha accolta come solo una professionista come Giorgia merita d’essere accolta: con amore, gratitudine ed entusiasmo.

Giorgia è una voce eccellente, l’ho detto, lo sappiamo. Ma è molto di più, come accennavo prima: è quello che vive, quindi quello che canta, quello che dice e quello che scrive. È estremamente coerente, ogni canzone che, negli anni, ha cantato è un pezzo di pelle, un graffio, una cicatrice, uno stemma sul cuore, una medaglia al petto. No, non è il successo ad averne fatto una medaglia da esibire. È l’autenticità, la spontaneità e la profondità con cui Giorgia racconta più di vent’anni di canzoni a farne un atto di indiscutibile verità, quindi un atto di rispetto verso il proprio talento, verso il pubblico, verso la musica stessa, che meriterebbe d’essere trattata sempre così, con intelligenza, riverenza e sincera devozione.

Dopo aver vissuto la tappa romana dell’Oronero tour, ho capito che un buon concerto strappa un applauso, un ottimo concerto persino una standing ovation; il concerto di Giorgia, invece, una sola, fondamentale, indispensabile certezza: “assistere” al suo talento non è abbastanza, il talento di Giorgia va vissuto, bisogna lasciarsi attraversare dalla sua abbagliante meraviglia con cieco stupore, lo stesso che le ha fatto allargare le braccia per accogliere il nostro applauso, gli occhi lucidi di qualcuno, la riconoscenza di tutti.

È così che si canta. È così che si fa un concerto. È così che si rispetta la musica. E tutti dovrebbero assistere a uno spettacolo del genere, tutti dovrebbero strabuzzare gli occhi di fronte a tanta bellezza intatta. Di fronte a un’eccellenza libera di non sentirne più il peso. Di fronte a Giorgia, che non è più soltanto la voce d’Italia. È qualcosa di più: è la voce di un’anima sincera, di un talento sincero, di una donna sincera. È la voce di un’Italia che mi piace ancora, che mi piacerà sempre.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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