I Fast Animals and Slow Kids vengono da Perugia

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La copertina di Forse non è la felicità, l'ultimo album dei Fast animals and Slow kids

La copertina di Forse non è la felicità, l’ultimo album dei Fast animals and Slow kids

Questa non è la recensione di un CD e nemmeno la recensione di qualche concerto. La definirei piuttosto la recensione di un’emozione, anzi un ventaglio di emozioni (posto che un album musicale derivi e sia esso stesso un insieme di emozioni). Me ne bastano due: la prima di tutte è l’euforia, che forse è il modo in cui si traveste l’ansia d’attesa per un concerto. La seconda è il benessere, quel benessere che potresti trovare tornando a casa, accomodandoti nell’ambiente che senti ormai tuo.

Queste sono le prime emozioni dei Fast animals and slow kids, quelle che ho assaggiato sentendo il loro ultimo album (Forse non è la felicità) uscito a febbraio di quest’anno, oppure aspettando di rivederli a casa loro, all’Urban Club di Perugia.

L’Umbria, quel luogo piuttosto verde e piuttosto sconosciuto rispetto ad altre regioni d’Italia, quel luogo in cui i ragazzi hanno scavato le proprie radici, dove è stata covata la loro Tenera età, è ciò che – nelle presentazioni – tengono sempre a ribadire: “Siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia!”. Non c’è concerto senza questa dichiarazione; forse proprio perché non c’è identità senza un luogo di appartenenza (o perlomeno di partenza).

Ma come è cresciuta col tempo questa identità? I freghi – “ragazzi” in perugino – ne hanno fatta di strada: potremmo partire proprio dagli inizi, quando Aimone Romizi nacque un 11 giugno di qualche decina di anni fa, o forse è meglio iniziare quando la metà dei FASK, riunitisi per la prima volta nel 2008, stava ancora frequentando il liceo. Dopo aver scritto qualche canzone in inglese e iniziando un anno dopo a cimentarsi nei testi in italiano, finalmente arrivano i primi Giorni di gloria: l’Arezzo Wave Festival e la vittoria (era il 2010), gli Zen Circus che li conoscono e Andrea Appino che deciderà di produrre il loro primo CD. I quattro ragazzi insomma cominciano ad attirare l’attenzione della scena musicale italiana.

E sì, l’idea di chiamarsi come una serie tv fittizia del mondo dei Griffin non è stata male; certo anche quella di riempire Cavalli (il primo album) con kilogrammi di autoironia. Ma non era la loro strada, lo capiscono molto presto: non c’è bisogno di ostentarsi troppo indie, qualsiasi cosa questo termine avrà mai voluto dire.

E allora ecco il secondo album, Hybris (2013), farsi più genuino, granitico, monumentale, plasmato con la calce e il sangue. Con un nuovo alternative rock e Fiumi di corpi di fan pronti a pogare sui primi successi della band.

Un anno dopo si fanno anche più belli, ‘sti freghi: si improvvisano hipster e incominciano sempre di più a crescere barbe e camicie a quadri. I ragazzi sbarcano in Alaska (prima nell’immaginario e dopo i tour concretamente) creando una sorta di concept album ancora più maturo, ancora più personale. Sulla strada per l’Alaska credo che il cantante sia passato anche per il Montana.

E poi? Per cosa altro sono passati i nostri perugini? Prima di tutto hanno superato una ancor presente Ignoranza sulla loro esistenza, di solito accompagnata dalla storpiatura della bocca a chi si diceva “Sai, io ascolto i Fast An…” e ci si impiegava più di un minuto per dire il loro nome. E infatti ecco un nuovo album, eccoli di nuovo liberi da ogni dubbio di carriera, liberi di esprimersi come sempre senza mezzi termini, ancora con quella loro autoironia, ed esser un po’ incazzati e un po’ gioiosi, un po’ puri e un po’ primordiali. Quasi come Artù: il cane protagonista del videoclip di Annabelle.

Questo lungo percorso gli avrà permesso di Capire un errore? Non parlo del fatto di trattenersi troppo nelle interviste, addirittura sforando l’orario degli incontri (più di un mese fa, al Disco D’Oro a Bologna, il cantante chiacchierone ci aveva dato appuntamento fuori dal negozio pur di finire di parlarci). No, nemmeno del fatto che quest’ultimo inciti sempre la folla a distruggere la sala concerto o a pogare sul vicino fino allo sfinimento. Parlo dei loro punti a volte deboli: i testi, a volte troppo generici e più orientati a seguire la musica, e le linee vocali, che a volte possono sfociare un po’ nel ripetitivo. E un vero fan non lo direbbe se non fosse certo che potrebbero dare qualcosa di più, ancora, così come quest’ultimo album sembra preannunciare. C’è più tastiera (e più Daniele Ghiandoni), più eterogeneità nei brani, e allo stesso tempo la stessa – ottima – tamarraggine di suoni distorti e aggrovigliati tra loro.

Certo, i cori a volte potrebbero essere sistemati un po’ meglio. Ma come non innamorarsi dell’urlato di Aimone o dei riff di Alessandro Guercini? Come non essere attirati dall’idea liberatoria di un loro concerto, loro che sono ormai una delle migliori rock band italiane da vedere live? (Consiglio però di munirsi di spalle forti, perché fermi con loro non ci si sta mai). Di questo ci hanno sempre abituati, queste le emozioni regalate e versate durante poghi e sfoghi da concerto, mentre Alessio Mingoli fraziona il tempo con la batteria e Jacopo Gigliotti lo rinforza con le sue linee di basso.

L’emozione-base delle canzoni è sempre la stessa: una sensazione di imminente rovina, come se un cataclisma, un Asteroide, stesse per crollarci addosso da un momento all’altro. Di contro, uno slancio di fiducia e un urlo di coraggio giovanile: il sapore dei FASK sta tutto qui.

E proprio quando suoneranno il loro nuovo CD, quando si appoggeranno a una mano durante uno stage diving (non può mai mancare: a Perugia è servito al cantante per andare a prendere un Negroni dalla parte opposta della sala), o quando saranno nell’intimo di un firma copie, i quattro freghi rincontreranno i loro fan e come sempre saranno ripagati delle loro fatiche. Guarderanno il loro pubblico negli occhi, ciascuno a suo modo (Gigliotti sta alla timidezza come Romizi sta all’esuberanza) e ci vedranno riflessi tutto il percorso che abbiamo già raccontato, tutti i loro sogni realizzati (in parte) e le loro incertezze superate (in parte anch’esse). Si fermeranno, e in quei ragazzi che saltano e urlano per loro non riusciranno a non rivedere loro stessi, a non pensare: “Quanto cazzo ero Giovane”.

A Perugia, come c’era da aspettarsi, i Fast Animals and Slow Kids hanno giocato in casa con una serata sold out. I miei colleghi di Università, che sono andati a Bologna, hanno trovato la data sold out, tanto che, per grande richiesta di biglietti, si è dovuto anche raddoppiare il concerto. È a Bari invece che questo 28 aprile termina il lungo giro che li ha accolti a braccia aperte per tutt’Italia. Insomma, iniziare il primo tour dell’anno con più di 9 sold out su 16 concerti, Forse non è la felicità: ma io direi che in un certo senso ci si avvicina.

P.S.: Sì, tutti i brani dell’ultimo album sono sparsi e citati nell’articolo. E forse sì, alla fine questa qui è proprio una recensione.

About author

Ariele Di Mario

Ariele Di Mario

Nato nel lontano 1996 vicino Roma, emigrato in Umbria, ora è a Bologna per studiare Lettere Moderne. Nei vagheggiamenti di un lavoro sogna di fare qualcosa legato alle sue due maggiori passioni, la musica e la scrittura. Fosse per lui spenderebbe soldi unicamente per libri e concerti. Crede fermamente che ogni persona abbia una storia di vita da raccontare.

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