Ilaria Porceddu: «Dove c’è verità, non c’è pericolo»

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Ilaria Porceddu in una foto di Valentina De' Mathà

Ilaria Porceddu in una foto di Valentina De’ Mathà

Da poche settimane è uscito il nuovo album di Ilaria Porceddu, Di questo parlo io. L’ho ascoltato tutto d’un fiato e poi a singhiozzi, perché – anche se è stato inevitabile lasciarmi attraversare dalle nove tracce che lo compongono – poi sono tornato indietro, per ascoltare da vicino tutte le storie che Ilaria ha abitato, scritto e cantato, come fossero stanze che s’affacciano su panorami inaspettati e perfetti. Ogni brano è una stanza da attraversare con cura, perché, in fondo a ognuna, si spalanca la bellezza sincera e prepotente che ha saputo restituire al proprio pubblico.

Ho voluto che fosse lei, però, a raccontarsi, a parlare di un disco che – sin dal titolo – è il manifesto di una donna che sa esattamente chi è. E qui ce lo racconta. Di questo parla lei.

Partiamo dal tuo nuovo singolo, Sette cose, che ha anticipato di pochi giorni l’uscita del tuo nuovo album di inediti, Di questo parlo io. In Sette cose ti metti a nudo, spogliandoti dei tuoi difetti e raccontando chi sei diventata. Chi è Ilaria Porceddu oggi, a quasi dieci anni di distanza da quell’X Factor che le ha permesso di farsi conoscere e apprezzare dal grande pubblico?

Credo che mettersi a nudo, quindi fare autocritica, sia un passo verso la maturità. Crescendo si impara che essere se stessi, conoscendosi davvero, è il modo migliore per vivere la vita in maniera totale. Ecco, credo di essere arrivata a un punto del mio percorso in cui, dopo aver affrontato e preso “a pugni” alcuni lati del mio carattere, dopo averne compresi altri e, infine, dopo averli accettati tutti, mi conosco davvero. Sono arrivata alla soglia dei trent’anni e posso dire di avere finalmente in mano la consapevolezza della donna che sono diventata. Anni fa cantavo della ricerca di equilibrio camminando sopra un filo, adesso parlo di un’albera (sic) che ha le proprie radici e che non si schioda più, ma che può danzare col vento, se lo vuole.

Il 7 aprile è uscito Di questo parlo io, il tuo nuovo disco. Nove tracce inedite, di cui due in
sardo, un duetto con Max Gazzè e uno stile, il tuo, ormai inconfondibile. Ci racconti questo tuo
nuovo lavoro?

Ho deciso di chiamarlo Di questo parlo io perché per me è un modo sincero di raccontare me stessa. Senza filtri, per la prima volta. Racconto la necessità riprendere in mano la propria vita quando un amore totalizzante si sbriciola, racconto la libertà di essere una donna con un ruolo indipendente e ben preciso in questo mondo, racconto la distruzione dei confini tra l’amore e quello che, in generale, viene chiamato peccato. Insomma, sono nove tracce che partono dalla consapevolezza di quello che sono diventata, fluttuano nelle storie che ho vissuto e che ho voluto descrivere e si concludono con una presa di coraggio. E prendere coraggio significa accettare di avere il cuore e decidere di andare avanti.

Sono passati quattro anni dalla tua partecipazione a Sanremo Giovani, era il 2013 e cantavi In equilibrio. Che ricordi hai di quell’esperienza?

Ho un ricordo meraviglioso. Quel palco me lo sono guadagnato col coltello tra i denti, senza nessuna grande struttura alle spalle, ma solo con la stima che la direzione artistica ha avuto per me e per In equilibrio. Quando lotti per tanto tempo, riuscire ad avere una reazione positiva così importante è la soddisfazione più grande. Per questo dico che è stato meraviglioso, perché me lo sono goduto tutto, completamente. Ovviamente addosso sentivo un’enorme responsabilità, verso me stessa – prima di tutto – e verso le persone che mi accompagnavano in quel viaggio, che avevano lavorato con me e per me solo per passione e amore. Infatti la fotografia impressa nella mia mente della prima esibizione è il mio fisico che, alla prima frase cantata, si è contratto talmente tanto che mi mancava il respiro… un po’ per l’abito con corpetto strettissimo e un po’ per l’emozione immensa! (sorride, ndr)


Racconto la necessità riprendere in mano la propria vita quando un amore totalizzante si sbriciola, racconto la libertà di essere una donna con un ruolo indipendente e ben preciso in questo mondo, racconto la distruzione dei confini tra l’amore e quello che, in generale, viene chiamato peccato.


A Sanremo, quell’anno, hai portato un brano cantato sia in italiano che in sardo. Una scelta coraggiosa, la tua. Non hai temuto quella decisione?

No, anzi, credo mi abbia portato fortuna. In equilibrio è stato il mio primo, vero disco da cantautrice e l’utilizzo della mia lingua è stato necessario affinché ciò che avevo bisogno di raccontare assumesse verità. Una scelta rischiosa sicuramente, ma dove c’è verità non c’è pericolo.

Dopo il Festival, è uscito l’album In equilibrio che conteneva un brano, Mai mai, scritto da Lucio Dalla. Dev’essere stata un’emozione importante…

Mai mai è un piccolo gioiello. Sentire le parole di un grande artista come Lucio Dalla, che raccontano tre fasi della vita di una donna con una semplicità disarmante, è stato un colpo al cuore. Ho sentito una responsabilità enorme, per questo motivo ho cercato di interpretare nella maniera più rispettosa e delicata possibile quel pezzo, che per me rappresentava la femminilità più profonda.

Il legame con la tua terra d’origine è forte e t’accompagna in tutte le tue produzioni musicali. Ti va di raccontarci chi era Ilaria prima di lasciare la Sardegna?

Ho sempre vissuto con la musica, dentro e fuori. Sono cresciuta a pane e De Andrè grazie agli ascolti dei miei genitori. Ho iniziato a prendere lezioni di pianoforte a 6 anni, per poi continuare col canto e con laboratori formati da ragazzi della mia stessa età. Quindi la mia adolescenza è stata quella di una ragazzina normalissima con scuola, amiche e divertimenti ma, dall’altra parte, c’era questa passione sfrenata che, lo ammetto, a volte preferivo rispetto al resto dei miei interessi. Ricordo che i miei genitori, quando avevo circa tredici anni, mi regalarono tutto ciò che serviva per creare un piccolissimo studio di registrazione nella mia camera. Allora le mie giornate erano divise in scuola, compiti e il resto del tempo passato in camera a fare degli “esperimenti”. Pensa che il primo provino di Oceano, che misi anche su Myspace, l’avevo fatto tutto da sola!

Come accennavamo prima, tu hai partecipato a X Factor quando i talent erano ancora una novità assoluta. Cosa ne pensi dei talent oggi? Non credi che la troppa consapevolezza del “dopo” lasci poco spazio all’ingenuità dei ragazzi?

Non rinnego mai ciò che ho fatto nel mio percorso artistico e di vita, perché mi è servito a diventare ciò che sono ora. È vero che la prima edizione di X Factor era più romantica, come tutte le cose che stanno nascendo e di cui non si conosce quasi nulla, ma ci tengo a dire che X Factor, o più in generale, i talent show possono essere vissuti in maniera sana solo nel momento in cui li si prende per ciò che sono: programmi tv dove si parla di musica e si fa musica, non viceversa. Ecco perché non devono essere considerati un punto di arrivo, anche perché, come diceva Morandi, “uno su mille ce la fa”. Sono un mezzo. Un mezzo all’interno del quale si decide di approdare per cercare di prendere il largo con una consapevolezza e una potenzialità, che possono essere date sia dalla crescita umana che dalla visibilità che questi programmi sono in grado di dare. Ma il tutto deve esistere solo nel momento in cui un giovane talento ha piena conoscenza di se stesso, sa chi è, sa cosa vuole dire, ha un progetto ben definito, altrimenti diventa un’esperienza, se non pericolosa, quantomeno difficile da reggere nel futuro, perché ci si ritrova in balia di persone che decidono per te. E questo, per chi fa arte, è un controsenso. Se non dici la verità, le persone che ti ascoltano se ne accorgono.


Da sempre, nella storia, le donne vere, indipendenti e non disposte a stare sotto regole, sono state poste ai margini della società. Perché rappresentano un colore, una vita che emerge dalla mediocrità.


Torniamo al presente e all’album Di questo parlo io. C’è un brano, Eva si fa fare, la cui protagonista sembra una moderna Bocca di rosa. Ce ne parli?

Eva si fa fare è la storia di una ragazzina spregiudicata e pura che abita in un piccolo paese pieno di pregiudizi e sovrastrutture. Il risultato è che, con la sua continua sete di libertà e amore, si ritrova a scontrarsi con l’aridità delle persone intorno a lei che, anziché comprendere la sua sincerità, preferiscono puntarle il dito contro e trattarla come una “diversa”. Da sempre, nella storia, le donne vere, indipendenti e non disposte a stare sotto regole, sono state poste ai margini della società. Perché rappresentano un colore, una vita che emerge dalla mediocrità. E, proprio nel momento in cui decidono di andarsene, fanno sentire la loro mancanza. Libertà non è espressione di disagio, bensì di purezza e verità in cerca di felicità. La vita, forse, è molto più semplice di quanto immaginiamo. Ma questa, forse, è una felicità destinata a pochi. Quindi, sì, forse si tratta proprio una moderna Bocca di Rosa.

La settima traccia del disco vede come protagonista un’altra donna, Lisa. Qui canti “Sorridere fino alla fine, finché ci sarà vita”. Chi è Lisa?

Lisa è Luisa, la mia nonna. Piccola piccola e grande allo stesso tempo. Con le ossa di cristallo e i suoi occhi color del cielo, aveva una forza immensa. Ho voluto raccontarla così. Madre di sette figli, orgogliosa e sarda come nessuno. Si è presa cura di mio nonno come fosse un Re, ha cresciuto i suoi figli, mentre ogni giorno l’attendeva il lavoro in campagna. Accade una cosa molto particolare nei miei sogni, quando passo periodi di forte tensione emotiva. Lei compare. È successo più volte. L’ultima è stata quando l’ho sognata in mezzo al suo giardino, mi tendeva una mano che stringeva un fiore rosso. Sorrideva, senza dire nulla, sorrideva soltanto, come a volermi dire di stare tranquilla, che tutto sarebbe passato. Ecco perché “sorridere fino alla fine…”. È una donna che, nonostante i suoi novant’anni, ha fatto sempre il tifo per me, per farmi partire dalla Sardegna a diciott’anni per realizzare i miei sogni e spiccare il volo. È una forte presenza nella mia vita e ho voluto dedicarle una canzone in questo disco, perché Di questo parlo io è la mia seconda rinascita e lei doveva assolutamente esserci.

Concludo le mie interviste sempre con la stessa domanda: qual è la parola della tua vita?

Sincerità. Perché è sempre più raro trovare persone vere e sincere. Si preferisce sempre conquistare la fiducia degli altri spacciandosi per qualcosa di migliore (che poi bisogna capire cosa sia migliore) e allontanandosi dal proprio essere e dai propri difetti. La cosa più grave, a volte, è che lo si fa inconsapevolmente. Credo che quest’incapacità di vedere la realtà impedisca a ognuno di capire che ruolo abbia all’interno della realtà stessa, imparando prima di tutto a guardarsi dentro. Ma dentro davvero.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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