Loren e Mastroianni, uno sguardo particolare

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Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Il cinema, prima ancora della nascita del cinematografo dei Lumière, dunque fin dai suoi primordi, è sempre stato fondamentalmente un tipo di sguardo. Quando la visione è diventata condivisa e collettiva – caratteristica che perdura ancora, se parliamo di (più o meno) vaste platee in sala e non di fruizione domestica – lo sguardo si è fatto pubblico o, ancor meglio, di massa, destinato in quanto tale a riflettere la visione dominante della società. Quale? Oggi come allora, quella patriarcale, il cui sguardo corrispondente è quello dell’uomo etero.

È per questo che Laura Mulvey coniò nel 1975 l’espressione male gaze, in riferimento proprio alla predominanza del punto di vista maschile e sessualizzante (oltre che, molto spesso, oggettivizzante) nel cinema. This is a man’s cinema, verrebbe da dire parafrasando James Brown. Perché d’altra parte lo sguardo maschile non è adottato solo per prassi, per questioni sociologiche inconsciamente assimilate, ma perché difatti la schiacciante maggioranza dei registi è composta da uomini e le poche donne presenti si adeguano sempre più spesso allo standard da loro imposto, adottando anch’esse il male gaze.

Un esempio di questo tipo di sguardo? Pensate a Riso Amaro (Giuseppe De Santis, 1949). La prima sequenza del film si conclude con l’inseguimento da parte dei poliziotti di un bandito di nome Walter (Vittorio Gassman), reo di aver rubato una collana molto preziosa. Arrivato alla stazione, il ladro incontra la complice Francesca e, nel tentativo di fuggire, i due salgono su un treno restando incorniciati dall’ingresso della carrozza. «Non si può più partire», dice Walter a Francesca, «Vieni». Loro però restano fermi, mentre una panoramica che si muove nella direzione del loro sguardo – come a prolungarlo – ci mostra tutti i passeggeri-macchiette del vagone, presentandoci infine Silvana, la protagonista femminile, mentre balla. Qui, dopo uno stacco di montaggio, riappare la coppia di ladri, poi una panoramica dal basso verso l’alto (soggettiva del protagonista maschile) descrive il corpo formoso della mondina. È questo il primo e più significativo esempio di male gaze del film, insieme alla successiva lotta corpo a corpo tra le lavoratrici clandestine e le regolari, riprese con un’inquadratura dall’alto che riflette il punto di vista dei padroni, in piedi nelle risaie.

Panoramiche di simile fattura sono utilizzate anche in televisione, a scopo puramente sessualizzante (e fortunatamente c’è chi si ribella), come è successo a Diletta Leotta durante il suo intervento a Sanremo, con la regia che decide casualmente di inciampare su un’inquadratura che – considerati contesto e argomento – risulta essere parecchio sconveniente. Perché quanto può valere quello che una donna ha da dire, rispetto a quello che di una donna si può mostrare?

1. Lo sguardo di Antonietta (Sophia Loren) in Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

1. Lo sguardo di Antonietta (Sophia Loren) in Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Il cinema, però, è bello perché è vario e ci fornisce anche tanti controesempi a quanto appena esposto. Una di queste eccezioni è osservabile in Una giornata particolare, film del 1977 diretto da Ettore Scola, pur non smentendo totalmente la regola del male gaze. Vediamo perché.

Siamo nella sesta scena del film. I due protagonisti, Antonietta (Sophia Loren) e Gabriele (Marcello Mastroianni) si sono già incontrati per la prima volta. Gabriele è evidentemente oggetto dell’interesse romantico di Antonietta fin da subito e quando è lui a presentarsi alla sua porta le immagini lo dimostrano chiaramente: lo sguardo dominante è quello femminile. Vediamo infatti un’inquadratura dell’occhio della Loren ripreso attraverso lo spioncino (immagine 1), seguita immediatamente da una sua soggettiva (immagine 2) in cui Mastroianni si lascia scrutare dalla protagonista e, indirettamente ma inevitabilmente, dagli spettatori. Il punto di vista di Antonietta è ora anche il nostro.

A conferma del fatto che questa dinamica di sguardi sia il ribaltamento di un ormai standard male gaze c’è lo stesso sviluppo narrativo del film: evito di anticipare la storia, nel caso in cui qualcuno non avesse visto Una giornata particolare (cosa aspettate a recuperarlo?), ma il desiderio provato da Antonietta avrà decisamente modo di manifestarsi in maniera sempre più esplicita. Gabriele, invece, ne sarà più che altro attore passivo.

Perché questo sguardo particolare non entra totalmente in contraddizione con quello maschile dominante? Semplice: il personaggio interpretato da Mastroianni (fatto tanto noto da non poter essere considerato spoiler) è omosessuale. Lo sguardo da lui rivolto alla protagonista femminile non può, per questo, essere sessualizzante. In un certo senso, manca l’attore del male gaze; manca l’uomo etero. Inoltre Antonietta tenterà in tutti i modi di farsi oggetto dello sguardo dell’affascinante scapolo Gabriele, dunque di ribaltare il suo ruolo di soggetto attivo, non riuscendoci per ovvi motivi. Da questa prospettiva, si potrebbe dire che sono comunque il personaggio maschile e la sua sessualità a definire il tipo di sguardo.

Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

2. La soggettiva di Antonietta ci mostra Gabriele (Marcello Mastroianni) dal suo PoV in Una giornata particolare (Ettore Scola, 1977)

Il fatto che il protagonista maschile sia omosessuale può interferire nell’attribuzione di un “anti-male gaze” al film, certo, ma è anch’esso un elemento rivoluzionario. Una giornata particolare è un film del 1977 che racconta una storia – certamente di fantasia – avente luogo il 6 maggio 1938, in pieno regime fascista e con Hitler in visita a Roma. Affrontare (al cinema e non) l’argomento della sessualità non normativizzata, allora, non era banale come oggi. Sarebbe infatti stato possibile assistere al proliferare di pellicole a tematica queer solo a partire dalla fine degli anni Ottanta e ancor più dagli anni Novanta. In questo, Scola è stato un precursore.

Tutto il film è costruito dal Maestro, fin dal titolo, come riflessione sul dominio assoluto della normalità, sulla tristezza del quotidiano, di cui si possono infrangere le regole solo per un tempo limitato. Per questo i due protagonisti sono sempre imprigionati, incasellati in spazi stilizzati come porte, ante, finestre, geometrie. È un’architettura emotiva, soffocante e ansiogena. Inoltre, la struttura del film è circolare, proprio per dare alla vicenda la forma di una parentesi ai cui limiti sta la consuetudine, che non fa fatica a riprendere, come se nulla fosse mai successo.

Una giornata particolare rifiuta la banalità per diversi aspetti: tematico, registico, produttivo… Non c’è solo il ribaltamento dello sguardo standard. Tutto questo, però, lascio che siate voi a scoprirlo, guardando questo capolavoro senza tempo.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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