Macklemore e quel paio di scarpe che ci ha fregati tutti

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In foto, Macklemore

In foto, Macklemore

Il rap è quel genere che piace a tutti ma che pochi conoscono. Quello che va molto ultimamente, che abbiamo capito funzionare e che ci piace soprattutto se non dice cose scomode, se ci culla con una serie di luoghi comuni spacciati per non banali, se non ci fa pensare, ma ballare sì. E cosi ci siamo trovati a sorbirci testi contro una società non ben definita, un sistema politico corrotto in generale (aridaje), i nostri coetanei che non capiscono niente, il mondo che ci vuole male ecc. ecc. senza che mai ci restasse in mano un’idea nuova, chiara. E così, pensando di ascoltare rap, a volte sentiamo solo la parte meno interessante.

Prendiamo Macklemore. Quello che si veste come sua nonna e sembra incredibile. In più è un rapper bianco, ma non si chiama Marshall: apparentemente niente che ci faccia segnare il nome nella lista di quelli da seguire. Ho iniziato ad ascoltarlo dopo aver sentito Wings dietro suggerimento di qualcuno che ne capisce un po’ più di me sul genere. E ho pensato: finalmente. Benjamin Haggerty, questo il suo vero nome, è interessante almeno per tre motivi.

Il primo è che da anni ha lo stesso migliore amico e la stessa ragazza, che poi ha sposato, e se li è tenuti stretti anche quando è diventato famoso (uno è l’altro rapper del duo Macklemore&Lewis, lei la sua manager) e da loro si è lasciato portare in una clinica per disintossicarsi dall’alcool. E ci è rimasto tre anni.

Il secondo è che il duo ha raggiunto il successo senza appoggiarsi a nessuna grande etichetta, solo sfruttando per la distribuzione la collaborazione con Alternative Distribution Alliance, una piccola compagnia affiliata a Warner Bros, Records. “Non abbiamo nessun accordo con la Warner, non c’è nessun contratto. Siamo 100% indipendenti e questa è una novità”, disse Lewis a HipHopDX nel 2013.

Il terzo è un
brano come Wings
. Tutto incentrato su un paio di scarpe idealizzato da bambino.

È il singolo di apertura di The Heist, pubblicato nel 2012 e in gran parte scritto da Macklemore durante il periodo di rehab. Ryan Lewis aveva iniziato a collaborare con Haggerty in qualità di fotografo, per poi passare a occuparsi di mixing e ingegneria del suono.

“Tratta della ricerca della propria identità attraverso i mezzi del consumismo. Il mio tentativo è di analizzare la nostra infatuazione e attaccamento verso i loghi, le etichette, le marche e quella effimera felicità che è legata intrinsecamente all’invincibile potere dell’acquisto. Il soggetto che utilizzo nella canzone sono le scarpe, ma il loro scopo è dipingere un’immagine d’insieme dell’essere un consumatore e di tracciare il lignaggio dei miei primi ricordi di desiderio di beni venduti al dettaglio”.


perché volevo essere come Mike, ok?
volevo essere lui,
volevo essere quel ragazzo, volevo toccare il bordo,
volevo essere figo e volevo essere adatto al contesto
volevo quello che aveva lui, America, tutto inizia
ho comprato questi sogni e tutti si sono infranti


Un’immagine semplice, immediata: ho desiderato tanto quell’oggetto perché volevo diventare ciò che rappresentava. Mike è Michael Jordan, il cestista per eccellenza: “Be like Mike” era lo slogan delle pubblicità Gatorade negli anni ’90 e il riferimento nel testo sottolinea ancora di più quanto quel modello rappresentasse un sogno da raggiungere a ogni costo.

Il paio di scarpe diventa nel corso della canzone una metafora della disillusione del bambino costretto a crescere in fretta. Del resto, il passaggio all’età adulta comporta la morte di sogni che, messi alla prova dalla realtà, si dimostrano non realizzabili. L’autore va oltre: perché ho lasciato che fosse qualcun altro a dirmi chi devo diventare? Chi ha deciso per me che essere perfetto significava diventare come l’uomo della pubblicità – chi ha deciso che se non fossi stato così non sarei andato bene?


Noi vogliamo sempre quel che non possiamo avere i prodotti fanno in modo che li vogliamo

guardami, guardami, sono un ragazzino figo
sono un individuo, sì, ma sono parte di un movimento
il mio movimento mi ha detto di essere un consumatore e l’ho fatto
mi hanno detto di farlo e basta
ho ascoltato a quello che mi ha sussurrato quel fruscio

Guarda cos’ha fatto quel fruscio, vedi, ha consumato i miei pensieri
sei matto? non sgualcirle!
lasciale nella scatola strozzato da quei lacci, a malapena riesco a parlare
è la mia bolla d’aria e sono perso, se scoppietta
siamo quel che indossiamo, indossiamo quel che siamo
ma vedi, io mi guardo allo specchio
e penso che Phil Knight (co-fondatore della Nike, ndr) ci ha ingannati tutti
riuscirò a cambiare? O resterò nella mia scatola?
queste Nike mi aiutano a definirmi e sto cercando di prendere le mie


Un paradosso: non indossare le scarpe per non rovinarle, perché sia perfetto io quando le indosso. Io non sono abbastanza me se non grazie a un simbolo, quel simbolo già fatto proprio da altri. È un sogno confezionato a definirmi, da solo non potrei dimostrare di essere abbastanza.


Hanno iniziato con cosa indossare a scuola
quel primo giorno, come se sarebbero state quelle scarpe a rendermi figo
e questo paio sarà il mio paracadute
sono molto di più di un semplice paio di scarpe, loro simboleggiano quello che sono io
quello che ho indossato in passato era la fonte della mia giovinezza
questo sogno che ti hanno venduto
per un centinaio di dollari e qualche cambiamento
il consumo è nelle vene e adesso vedo che si tratta di un altro paio di scarpe


Perché lasciamo preparare agli altri i nostri sogni, i nostri obbiettivi e poi li compriamo, senza stimarci abbastanza da pensare di poter dimostrare qualcosa da soli? Non possiamo comprare chi vogliamo essere, ma finché continuiamo a provarci, diamo ragione a chi ce lo fa credere. Gli obbiettivi che abbiamo non possono esserci venduti da altri. Dove vogliamo andare possiamo capirlo solo noi, e non ci sono standard o vie facili che ci possano essere regalate. Quanto costa iniziare ad avere fiducia in noi stessi, a darci valore senza spenderli per uno status symbol?

L’incitamento a non omologarsi è un tema caro al rapper, che già in Otherside (sempre nello stesso album), scrivendo della propria dipendenza dall’alcool, affermava:

Segui la formula: violenza, droga e sesso a pagamento, così proviamo ad assomigliare a qualcun altro. Nonostante il modo in cui vive Lil Wayne, questo non porta ad essere creativi e lo so, perché lui è il mio preferito.

E lo so, perché ho lasciato quella stessa vita come se assomigliare a un altro fosse un modo per dimostrare a noi stessi che andiamo bene. È difficilissimo accettarsi e seguire se stessi, abbracciare la propria individualità, e su quella investire: forse per questo lasciamo che sia qualcun altro a dirci chi essere.

Mi ha colpito come riuscisse a scrivere questo in un periodo di difficoltà. Credo si sentisse molto orgoglioso di star combattendo la sua battaglia e si sentisse per questo abbastanza autorizzato a incitare ad apprezzarsi senza dover seguire nessuno. Sono le nostre ferite e difficoltà a renderci forti, sono le nostre battaglie a farci capire che possiamo volare alto.

Molto più di un paio di scarpe.

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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