Street art Tor Marancia: hic sunt adamantes

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I murales del quartiere Tor Marancia

I murales del quartiere Tor Marancia

Tor Marancia. Questo nome a molti non dirà niente, come non lo diceva a me fino a poco tempo fa. Sulla carta è un quartiere romano costituito da case popolari. 11 palazzi, in cui vivono tra le 8 e le 10 famiglie che pagano un affitto calcolato in base al reddito. Da un paio d’anni, tuttavia, questo luogo è teatro di qualcosa di più affascinante. L’obiettivo di tale estroso rinnovamento collaborato era ed è una rigenerazione dell’edilizia popolare da porre sotto la custodia di una cittadinanza attiva, con il conseguente rafforzamento del tessuto socio-culturale.

Nonostante la sua vicinanza al centro, Tor Marancia appariva in passato come una “periferia psicologica”. Era chiusa entro i propri confini, più ideologici che territoriali (siamo a due passi dall’Eur). Qui è avvenuta la prima sparatoria di Roma sud. A rimanere ucciso fu Sergio Maccarello, pugile che curava il recupero crediti della banda della Magliana. Decido di saperne di più e pianifico una visita domenicale accordandomi con Emiliano. Lui qui ci è cresciuto, saluta tutti affabilmente e accompagna con entusiasmo chiunque mostri interesse per il suo amato quartiere.

Spiega subito che uno dei murales a cui i residenti sono più legati, nonostante non fosse stato preventivato, è immediatamente visibile. L’opera è di un’artista di Hong Kong, Caratoes. Sul muro di accesso al lotto, infatti, campeggiava da sempre la scritta Welcome to Shangay. Il nome della città cinese, puntualmente storpiato, designa il popoloso quartiere. Sorto come baraccopoli in un avvallamento soggetto ad allagamenti, al fine di sopperire allo sventramento di Borgo Pio per la realizzazione di Via della Conciliazione, dopo la caduta del regime fascista si è trasformato nell’agglomerato di palazzine che è oggi. L’artista asiatica, dopo aver spiegato l’errore, ha stilizzato nella sua opera l’origami di lupa davanti a un sole nascente. È il simbolo di una rinascita palpabile che si specchia nei sorrisi dei tanti bambini che vedo giocare al sole.

Il progetto Big City Life

«Prima del progetto il quartiere era quasi un ghetto. Molti erano chiusi mentalmente, difficilmente uscivano fuori da Tor Marancia. Era raro che arrivassero estranei. Non avevamo nemmeno i secchi dell’immondizia, gettavamo i rifiuti a terra. I giardini non erano mai stati curati, c’era il fango. Quando Stefano Antonelli e Francesca Mezzano, fondatori dell’associazione che ha portato la street art a Roma ispirandosi a iniziative simili avviate a Parigi (la 999Contemporary) si sono avvicinati per mostrarci i progetti che avevano già realizzato alla Garbatella e al Testaccio e alcuni bozzetti per il nostro quartiere, li abbiamo accerchiati. Nonostante la nostra diffidenza, hanno spiegato che miravano a far comprendere ai romani le potenzialità dell’arte urbana. Quest’ultima, spesso identificata unicamente con i graffiti (linguaggio “codificato” che mette in comunicazione solo i singoli writers e non si pone al servizio della collettività), deve essere “un inciampo nella vita quotidiana”.

«Da uno studio urbanistico della Capitale, Tor Marancia e il Quarticciolo sono risultati gli unici comprensori chiusi (da qui la definizione – coniata ad hoc – di “Museo Condominiale”). Avevamo diverse facciate su cui lavorare e un unico ente preposto alla loro gestione. L’idea decorativa di concentrare tutte le opere in un unico lotto, considerando che in zone come il quartiere Ostiense le opere di street art sono collocate più dispersivamente, pareva molto più efficace. I giovani sono stati subito coinvolti nell’illustrare ai condomini più anziani il progetto, denominato Big City Life. L’opposizione era fortissima. C’era chi voleva spendere i fondi stanziati per finanziare la ristrutturazione delle singole abitazioni! Io e il mio amico Sonni abbiamo deciso di assumerci la responsabilità di autorizzare questa rivoluzione artistica.

«Franco Fasoli, street artist italo-argentino di fama internazionale, ha realizzato la prima opera, Il peso della storiaGli è stato concesso solo un rimborso spese per il viaggio e la fornitura dei materiali. Fasoli, come la maggior parte degli artisti coinvolti, ha iniziato proiettando di notte sulla facciata del palazzo le linee generali del disegno, completato poi nei 3 giorni successivi. Quando è stato inaugurato, nel maggio 2014, nessuno di noi avrebbe potuto immaginare ciò che ne sarebbe conseguito. Al Museo di Arte Contemporanea (MACRO) abbiamo organizzato la prima mostra di Street art. Diversi artisti metropolitani sono stati invitati a cimentarsi nella pittura su tela.

«A novembre la 999Contemporary è tornata a Tor Marancia per proporci la realizzazione delle altre opere. Per la prima volta nella storia del quartiere è stata indetta un’assemblea generale. Era qualcosa di futuristico. Per tre volte nessuno si è presentato. Abbiamo iniziato ad andare casa per casa. Spiegavamo che i fondi non erano comunali, ma privati. Del costo totale, 168mila euro, 140mila sono stati stanziati dalla 999Contemporary. I materiali sono stati offerti dalla Sikkens, un’azienda di vernici che ne ha garantito la durata trentennale. Il costi residui sono stato finanziati dalla Fondazione Roma, che tuttora ci supporta.

«Le richieste dei condomini erano assurde. C’era chi voleva il ritratto del figlio sul muro, chi invocava una gigantografia di Totti o del Colosseo. La maggioranza non intendeva autorizzare l’avvio del progetto. Ricordo una signora che ci scagliava contro olio bollente. Trovare un’intesa era impensabile. A gennaio siamo entrati con tre bob cingolati. Nonostante aiuole e muretti fossero fatiscenti, vedendone la distruzione i residenti intendevano bloccare i lavori. Ancora oggi ci recriminano la distruzione di un muretto mai ripristinato!

«Siamo andati avanti, anche un po’ incoscientemente. Questo è il motivo per cui molti artisti hanno inserito accanto alla firma il numero 35. Durante la realizzazione delle opere la signora Maria, che parla sempre in rima, per sgridarci della confusione che creavamo ci ha urlato contro. Sapete cosa? «35, gabbia de’ matti». Incuriositi, abbiamo scoperto che nella smorfia della Prenestina il significato del numero era proprio quello. Il tram 35 conduceva al Manicomio. Noi ragazzi di Tor Marancia ci siamo sentiti in dovere di tatuarcelo tutti. In fondo essere una gabbia di matti ce piace!

«In pochi mesi sono arrivati 22 artisti da 11 paesi del mondo. Molti lavoravano in contemporanea. I residenti hanno potuto vedere le opere crescere davanti ai loro occhi. Dalla preparazione dei colori alla scelta di strumenti innovativi (l’opera Assolo, che i residenti chiamano Gina la nanetta, è stata addirittura realizzata stendendo la vernice con siringhe da veterinario), fino all’utilizzo di tecniche inedite (come quella impiegata in Io sarò, in cui l’effetto di velatura è ottenuto immergendo le bombolette nel ghiaccio) e di stili particolari (Nostra signora di Shangai è stata certificata dal Guinness dei record come “icona bizantina più grande al mondo”). Tutto era partecipato. Spesso gli abitanti sono addirittura intervenuti per modificare porzioni già completate. L’accostamento bianco-celeste, in particolare, risultava poco tollerato a Roma sud. Molta gente che prima nemmeno si salutava ha iniziato a passare i pomeriggi insieme». Emiliano racconta sapientemente, parlando con la mia stessa inflessione romana.

Il murales di Caratoes a Tor Marancia. Foto di Giada Nardi

Il murales di Caratoes a Tor Marancia. Foto di Giada Nardi

«Il progetto alla sua inaugurazione, avvenuta il 27 marzo 2015, non era completo. Volutamente erano state lasciate libere tre facciate. Si aspettava che la risonanza dell’iniziativa crescesse e attirasse a Tor Marancia nomi ancora più noti e così è stato.

«Tutti gli artisti hanno voluto conoscere le famiglie del palazzo su cui avrebbero dovuto lavorare. Sono rimasti colpiti dal clima familiare del quartiere (l’artista austrialiano Reka si è ispirato per la sua Natura morta ad un ricco pranzo offertogli). Le vecchiette costantemente di vedetta alle finestre hanno suggerito l’opera La percezione, realizzata dal portoghese Vhils. In molti casi i murales hanno un collegamento diretto con la storia personale di un abitante del condominio su cui si trovano. Il bambino redentore è dedicato a Luca, morto giovanissimo in seguito ad un trauma riportato durante una partita di calcio. La sgrammaticatura di Veni Vidi Vinci è un incitamento al condomino portatore di handicap costretto in casa a causa della mancanza di un ascensore.

Numerosi murales sono di denuncia politica, come nel sovracitato Il peso della storia (in cui il sorreggimento del lottatore italiano a opera di quello argentino diviene emblema delle istanze di rinascita della nostra nazione affaticata) o nel bellissimo Hic sunt adamantes (la cui fanciulla, addormentata con un diamante, tra le dita simboleggia l’abbandono in cui versa la Città Eterna). Quasi tutti gli artisti che hanno lavorato a Tor Marancia sono in seguito ritornati ad ammirare il risultato finale del Big City Life. Il progetto non si è concluso, anzi include altre due facciate, che saranno realizzate probabilmente a fine maggio» conclude Emiliano.

Il futuro del quartiere

Secondo la 999Contemporary «la valorizzazione di Tor Marancia era necessaria per dare continuità storica alla vocazione di Roma a ospitare la migliore arte del mondo». La storia millenaria che la Capitale vanta spinge l’amministrazione pubblica a valorizzare solo l’arte classica (e anche questo nemmeno troppo bene). Questo ci differenza da città europee più moderne? Decisamente. Si pensi al multietnico quartiere berlinese di Kreuzberg, la cui street art è nota in tutto il mondo. Big City Life nel 2016 ha rappresentato l’Italia alla XV Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. 20 televisioni e giornali da tutto il mondo sono arrivate a Tor Marancia.

Tuttavia l’Ater, ente proprietario degli immobili popolari, non ha ancora fatto sopralluoghi per rilevare i tangibili problemi del comprensorio abitativo (come i cornicioni pericolanti o le infiltrazioni idrauliche). Il tutto è gestito unicamente dai residenti. L’iscrizione al bando di Roma Capitale per la realizzazione di 12 parchi giochi (numero ridicolo per l’estensione del territorio comunale) non è andata a buon fine. I bambini di Tor Marancia saranno ancora costretti ad accontentarsi di un esiguo cortile. Mentre l’Ater continua a cercare giustificazioni per acquietare gli animi dei residenti insofferenti, si sta realizzando un documentario. Si chiede ai condomini di esprimersi riguardo gli effetti positivi del Big City Life e le problematiche che persistono nonostante la popolarità del quartiere.

Per constatare quanto l’arte possa essere vivibile e partecipata basta recarsi davanti a questi palazzi. Capita spesso, ad esempio, che porzioni di opere siano coperte dai panni stesi ad asciugare. Ora nelle aiuole fioriscono le rose e ci sono panchine per chi è affaticato. Si intravede una facciata che è stata semplicemente ridipinta del colore originale. Siete curiosi di apprendere quale sia stato il reale intervento dell’artista americano che l’ha realizzata? Non vi resta che pianificare una visita nella variopinta Tor Marancia.

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Giada Nardi

Giada Nardi

Diciannove anni e tanta voglia di capire se sarà abbastanza capace di svolgere bene la professione che le piacerebbe fare nella vita. Per ora ama la letteratura, l'arte, il cinema e la scrittura (non necessariamente in quest'ordine)!

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