In terrazza con Paolo Barretta: «Mi sento perso, ma è tragicomico e bellissimo»

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This Empty Hemisphere, Paolo Barretta

This Empty Hemisphere, Paolo Barretta

“Mi sento come se fossi perso.
Fermo, immobile, bianco nel nulla.
Io, noi, tutti”.

Si presenta così Paolo, quando ci scrive per presentare il suo ultimo progetto fotografico. Ha ventitre anni, viene da Salerno, ma ha vissuto a Roma, Milano e ora si è trasferito a Bologna e vive con il fratello. Ha il mare dentro. È spaventato, spaventatissimo dal mondo, sente il peso della Terra sulle spalle e infatti ha un tatuaggio di Atlante sul braccio (fighissimo!). Ama la musica e suona il pianoforte. Crede nella speranza ma anche nella solitudine. Nella contentezza di Alda Merini e nella meravigliosa positività di Leopardi. Ha tanti fiori in testa, che sapranno fiorire. Io lo so, certe cose si vedono.

Ciao Paolo! Ci racconti come hai incontrato la fotografia e qual è il tuo percorso artistico?

Ciao! Allora, vediamo: sin da bambino sono stato attratto da tutto ciò che è il mondo dell’arte (lo so che è uno stereotipo), in primis la musica. Mi sono avvicinato alla fotografia quando avevo 12 anni e ho iniziato a scattare con una compatta un po’ alla qualunque, come tutti. Principalmente il mare, con cui è da sempre attrazione reciproca. La passione poi è andata avanti, ho cercato di evolvermi, facendo esperienze. Ho frequentato il liceo artistico, ramo fotografia. Ti dico la verità, a tratti è stato deludente, ma mi ha anche avvicinato alla pellicola. Cerco di scattare così, quando ho disponibilità economica.

The empty Atmosphere è il tuo nuovo progetto basato sul tema della solitudine e della connessione. Raccontaci i dettagli.

La scelta è stata un’illuminazione improvvisa, mentre bevevo vino – sai, ne bevo parecchio. Da quando sono lontano da casa, sto affrontando mesi difficili… ho iniziato a ri-sentire in me il tema della “connessione”, quasi come se potessi sentire la distanza tra soggetti simili. L’idea era di sviluppare il progetto a casa mia con il mare e le persone che mi sono vicine. Solo la sua immensità mi spinge a parlare con me stesso – forse anche l’Islanda, ma devo ancora andarci. Questo progetto è stato un modo per esorcizzare il mio sentirmi perso in un mondo che non mi rappresenta e non è più all’altezza delle mie aspettative. Ho scelto location molto fredde, con nebbia e così via… È stato fatto tutto in pellicola, quindi non potevo vedere le foto e dovevo scegliere orari precisi in cui scattare, per la luce e tutto il resto. Ho deciso di vestire i soggetti di bianco per rappresentare la purezza dell’animo umano, per poi arrivare alla speranza. La speranza di non sentirsi soli, o di non esserlo.

Il “ritrovarsi” di questi tuoi puntini bianchi, allora, è possibile?

È molto complesso, ma delle volte inevitabile. Certe persone hanno una maggiore propensione per la percezione, come quelli che ci sanno fare con i numeri. Credo che ci siano alcuni che da sempre riescono a percepire (forse troppo) il mondo intorno a loro. Spesso, non riescono neanche ad accettarlo o superarlo, perché è tutto troppo grande. Mi sento parte di tutto questo. Sono sempre stato molto analitico, riflessivo, a volte asociale. Questo da sempre mi limita, mi fa sempre sentire distante. La fotografia mi ha aiutato, come la musica, ad esorcizzare queste mie parti latenti.

This Empty Hemisphere, Paolo Barretta

This Empty Hemisphere, Paolo Barretta

Due parole per descrivere il tuo stile fotografico?

Uhm, al di fuori dei tecnicismi, uno dei miei temi principali è l’irrequietezza dell’animo umano e la dispersione cosmica. A volte sembro depresso, ma credo sia più nostalgia. Prima facevo anche moda, per inserirmi in una struttura sociale. Volevo immergermi nel mondo lavorativo e crearmi un nome. L’ho fatto per anni, poi fortunatamente, sono riuscito a esteriorizzare chi sono io davvero. Prima cercavo un estetismo perfetto, una posa studiata o voluta. Era bello, sì. Ma io non c’ero mai.

Se dovessi usare due parole direi: “richiamo sublime”, per dirla alla Kant. Come un suono leggero, come se mi ritrovassi perso ma non potessi fare a meno di esprimere quanto questo sia tragicomico e bellissimo.

Infatti ho percepito molta musicalità nei tuoi scatti, una sinfonia, un sussurro distante. Visto che suoni, la musica sarà sicuramente stata una parte importante per la tua formazione. Da cos’altro trai spunto per i tuoi lavori?

Per quanto riguarda la fotografia, devo dirti che non sono mai stato molto attratto dal ricercare ispirazioni in scatti altrui. Di solito se vengo ispirato, come dicevi, lo sono dalla musica. Amo i Sigur Ròs o compositori che fanno un mix tra ambient ed elettronica molto leggera, come Apparat e Bon Iver. Per il resto, non credo di poterti dare una risposta concreta: trovo ispirazione tutti i giorni, nei dettagli, lo sguardo di uno sconosciuto, il mondo in cui la luce entra dalla finestra, un sorriso.

Rifletto tanto, spesso addirittura ho attacchi di panico per motivi ancora poco chiari anche a me stesso. Il mio riflettere è un meccanismo che molte volte va al di fuori dei miei comandi e allora devo cercare un modo per smettere di pensare. Sicuramente anche questo mi porta tanta ispirazione.

Dici che siamo tutti persi, soli. La solitudine viene dall’incapacità di trovare empatia nell’altro, ma molto spesso, invece, è semplicemente tutto nella nostra testa. Credi ci sia un mezzo per vincere tutto questo? Tu in cosa ti rifugi?

Credo si sia capito, sto vivendo un momento particolare: sento che ci sono altri come me. Non riesco a trovarli, ma li percepisco. Non so quale sia lo strumento, di certo questo progetto mi ha aiutato molto. Alterno momenti di rara e illogica… non vorrei dire “felicità”, dico “contentezza” (come diceva Alda Merini), a momenti in cui è più facile rinchiudermi in me stesso. Questo mio limite mi fa molto male a volte. Lo strumento per cercare di apprezzare tutto questo e vincere la solitudine credo sia la comprensione e l’accettazione.

Ma sono stanco di lamentarmi, c’è gente che non porta il pane a casa e che muore per una guerra che non sente nemmeno sua. Ma non è sempre facile farlo: il mio dolore è sottile, quasi come se fosse un’idea, un virus che si annida nella mente e non se ne va più. E ti porta sempre più giù. Leopardi viene sempre definito “il grande pessimista”, ma in realtà era un grande ottimista, il punto poi è fare i conti con la realtà: esattamente così mi sento io.

Cazzo, adesso sembro come uno che si taglia le vene a casa. Ma a volte so essere anche molto banale, per scelta mia: esco, bevo, urlo. E sento davvero di percepire il mondo, la serenità. Quando sono triste, sono tanto triste. Ma quando sono contento, lo sono al 100%. È una fiamma che brucia tutto subito e quando brucia, Dio se brucia, lo sento proprio! Poi va beh, il giorno dopo c’è il calo di endorfina (ride, ndr).

E adesso, invece, cosa ti aspetta?

L’aspirazione principale è cercare una stabilità che ora non ho. Mentre noi siamo qui a parlare, io tra un’ora mi ritrovo a vendere jeans a persone che non ho voglia di vedere, parlare di quanto quella maglia sia meravigliosamente adatta all’estate.

Per i progetti fotografici, il 30 aprile dovrei essere a Roma per sviluppare il progetto di un’amica make-up artist che ho conosciuto in Accademia. Mi ha chiesto di fotografare per lei ed è una delle prime volte che il progetto non è solamente mio. Sono un po’ spaventato, ma proviamoci! È anche un modo per andare un paio di giorni a Roma e… aria diversa!

This Empty Hemisphere, Paolo Barretta

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About author

Sofia Longhini

Sofia Longhini

Sofia, classe '96. Nasce in una piccola città di mare, rapita dai portici di Bologna, ombelico di tutto, dove studia Lettere Moderne. Ama l'arte, il cinema e il cantautorato. Il teatro e il buon cibo. Leggere leggere leggere. E poi, naturalmente, scrivere.

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