Torna Paola Turci e il cuore si fa leggero

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In foto, Paola Turci

In foto, Paola Turci

Ne sono convinto, “È solo una vecchia strada dentro le scarpe nuove” è la frase che meglio racconta il nuovo album di Paola Turci, Il secondo cuore. Si tratta di un verso che si trova ai margini di uno dei brani più potenti e intensi del disco, La prima volta al mondo. Sì, è così che mi piace raccontare Il secondo cuore di Paola, come un organo ferito, violato ma fiero, consapevole e puro, ancora intatto, ancora orgogliosamente e consapevolmente intatto. Il suo cuore pulsa una bellezza invadente, come un bagliore di luce, e delicata, come una folata d’aria calda. Pulsa una bellezza concreta, autentica, conquistata a fatica, come tutte le verità che costano qualche rimpianto e, a volte, persino qualche ricordo da perdonare, poi da guarire.

Ma Paola Turci è tornata con un disco che non ha il sapore della malinconia, non conosce alcuna nostalgia, nemmeno un rimorso. Il secondo cuore guarda al presente con devozione, al futuro con meraviglia, al passato con un sorriso stropicciato ma fiero. È la Paola Turci di sempre, raffinata e carismatica. Ma, in questo suo nuovo progetto discografico, è qualcosa di più: è una donna risolta e consapevole, veste le proprie (nuove) consapevolezze come se le appartenessero da sempre, veste il proprio passato come fosse un ricamo necessario e imprescindibile. Indossa la propria musica con stupore, come se non l’avesse mai fatto prima. Come se i trent’anni di carriera, che ha già alle spalle, non l’avessero segnata affatto. Piuttosto, sembra l’abbiano alleggerita, sembra le abbiano restituito quello che è. E lei, coraggiosa e trasparente, è tornata al proprio pubblico senza maschere, a viso scoperto.

Leggendo Mi amerò lo stesso, il libro autobiografico pubblicato qualche anno fa, ascoltando la raccolta Io sono e, adesso, il nuovo album di inediti Il secondo cuore, ho capito che la fretta di guarire è una scorciatoia in salita. Breve, ma ripida. E, quindi, più probabilmente, ogni cosa che abbia il coraggio e la determinazione di fare il proprio corso – anche se lungo e sfiancante – alla fine scoprirà il senso della propria esistenza. Ma solo alla fine, a volte durante, mai all’inizio. E Paola, che di determinazione ha dimostrato di averne, ha saputo vivere e cantare la propria verità, la propria storia, la propria guarigione, senza alcun affanno, senza improvvisare alcuna verità, senza imbandire alcuna consapevolezza. E il risultato è un disco sincero, immediato, potente, che ho ascoltato d’un fiato. Poi l’ho ripreso, per assaporare tutte le sfumature di un’artista intelligente, coraggiosa e straordinariamente viva. Viva come tutte le persone che sono passate attraverso la morte. Come tutte le persone che sanno di non dover mentire, perché la loro verità è scritta tra le righe del volto. Anche tra le righe che sembravano un’umiliazione e che, invece, si sono rivelate necessarie.


Il secondo cuore di Paola Turci è un disco eccellente, fitto di parole profonde ma non artificiali; di arrangiamenti moderni, ma non per questo elettronici.


Il secondo cuore è un disco necessario, un album che, ad ascoltarlo d’un fiato, alleggerisce il cuore; così profondo e intenso da non esserne mai sazi; undici stanze da attraversare con attenzione, con profondo rispetto, perché si tratta di undici verità, undici specchi che riflettono la donna e l’artista che Paola è oggi. E, di fronte alla sincerità di chi non riesce a farne a meno, bisogna aver cura. Il secondo cuore si apre con Fatti bella per te, il brano che ha permesso a Paola di tornare sul palco dell’Ariston, dopo sedici anni di assenza. Un pezzo intenso e travolgente, che non ha bisogno di presentazioni, è il perfetto lasciapassare per entrare nel suo secondo cuore. E, superato il varco, dopo la potente e già citata La prima volta al mondo, s’apre uno spiraglio di tenerezza con Ci siamo fatti tanti sogni.

Ma è La vita che ho deciso a spezzare il fiato. Paola canta “La vita che ho deciso io la volevo forte come le mani di mio padre per farmi attraversare”, e si spoglia di ogni vezzo, si mostra caparbia e risoluta; ma poi, quando la voce smette di farsi sottile, racconta la scelta che indossa come fosse il suo più bel vestito e canta “Sei tu il mio secondo cuore, l’unico posto dove voglio andare”. È alla musica che Paola si rivolge, è lei il suo secondo cuore, la sua decisione consapevole, il solo bisogno che reclama, che protegge, che onora.

Combinazioni, invece, è un atto di verità, è Paola che si specchia, che si guarda riflessa, che non si lascia più raccontare da un riflesso. È nuda di ogni pretesa, di ogni attesa tradita, non indossa nemmeno un centimetro di rabbia. “Cambiavo la cornice dello specchio che vedeva molto più di me”, canta. E poi, vestita delle sue sole braccia, dice “Ho imparato la malinconia da sola, la solitudine da chi ce l’ha”; poi ancora “Ed ho imparato a non sentirmi più da sola, (…) a non confondere un’abitudine per verità”.

In Nel mio secondo cuore si fa spazio qualche consapevolezza necessaria, “Tutto ciò che è stato è tutto ciò che sei”. E se Tenerti per mano è la mia rivoluzione è, già a partire dal titolo, un proclamo di speranza, La fine dell’estate si veste di nostalgia, di una malinconia sottile, che somiglia a un assaggio di dolore. Ma è Ma dimme te la vera rivoluzione del secondo cuore di Paola: si tratta di un pezzo in romanesco, che la consacra degna e sola erede dell’indimenticabile e indimenticata Gabriella Ferri.

Non credo, tuttavia, che Il secondo cuore avrebbe pulsato tanta bellezza disarmante e viscerale, se Paola non avesse avuto al suo fianco gli autori che, insieme a lei, hanno scritto queste undici storie, questi undici ricami preziosi, queste strade asfaltate per attraversare più di una vita, più di una partenza, quindi più di un ritorno. Nel secondo cuore di Paola c’è la penna elegante e intensa di due donne, Giulia Anania e Marta Venturini; c’è l’eclettica scrittura di Luca Chiaravalli, a sua volta anche produttore del disco; c’è la penna cantautorale di Niccolò Agliardi e quella squisitamente pop di Edwyn Roberts; l’esperienza e la raffinatezza di Enzo Avitabile, il talento di Davide Simonetta, la poliedricità del musicista britannico Fink. E poi, a chiudere un disco di eccellenze, c’è la voce di Marco Giallini, che regala a Paola il suo talento magistrale, che fa – di Ma dimme te – un’occasione di irripetibile bellezza.

Eccellenza, ecco di cosa stiamo parlando. Il secondo cuore è un disco eccellente, fitto di parole profonde ma non artificiali; di arrangiamenti moderni, ma non per questo elettronici (è il caso di sottolinearlo, visto che sembra che non se ne possa fare a meno). È un album suonato; magistralmente, aggiungo. E cantato con l’eleganza, il carisma, la profondità di una delle voci più belle di sempre; di certo unica, in Italia. Il secondo cuore è un’occasione da concedersi. Un’occasione di verità che Paola ha saputo cogliere, rispettare e restituire al proprio pubblico. Concedetevi questo cuore, prestategli il vostro e godete della sua espressione di riconoscenza, quando si sarà fatto leggero.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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