Fortunata: il cinema POPolare di Castellitto che non piace alla critica

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Jasmine Trinca in Fortunata (Sergio Castellitto, 2017)

Jasmine Trinca in Fortunata (Sergio Castellitto, 2017)

Leggere recensioni negative, molto spesso pretestuose, del nuovo film di Sergio Castellitto, Fortunata, mi ha fatto porre non poche domande. Quella che emerge più di tutte, seguita da una eco infinita è: perché? Perché voler stroncare a tutti i costi un film del genere?C’est l’Italie”, direbbero sulla Croisette.

Sembra quasi che i critici italiani abbiano poca fiducia nei narratori della contemporaneità e, di conseguenza, lo sguardo di chi racconta è sempre o troppo lontano, o troppo vicino, o mai abbastanza informato. Il più grande pregio di Fortunata, che poi lo espone anche alle critiche ingiuste, è che un film troppo italiano, consapevole delle sue radici e del suo pubblico: un film estremamente popolare. L’iperrealismo di Castellitto fa storcere il naso a un po’ di intellettualoidi del bel paese che hanno messo su un piedistallo i grandi del passato e guai a toccarli. Invece il ritratto di borgata, nell’arida Tor Pignattara in pieno agosto, ruba proprio dai registi che hanno fatto grande il cinema italiano e lo rimescola in un contenitore colorato, sopra le righe come vuole essere – e sa farlo – a disposizione di tutti. Ferreri, Pasolini, Rossellini ma anche Luchetti e Ozpetek si ritrovano in un pop volutamente eccessivo, edulcorato che riempie le sale (subito al primo posto al botteghino, all’uscita) e emoziona scavando nell’inconscio, non dei personaggi, ma dello spettatore che si immedesima empaticamente con la protagonista e si ricorda – come ha detto lo stesso regista – che le classi sociali esistono ancora, lavorano a nero e fanno le parrucchiere a domicilio.

Una irriconoscibile, quanto splendida, Jasmine Trinca (il premio miglior attrice Un Certain Regard non arriva a caso) è una coatta di periferia, con un ex marito violento (Edoardo Pesce), una figlia di 8 anni da crescere e il sogno di aprire finalmente un negozio. Stefano Accorsi è invece uno psicologo infantile che non resiste al fascino della giovane donna, dopo aver avuto in cura la figlia Barbara. È un film sui perdenti, quelli che nella vita non ce l’hanno fatta e che si trascinano nelle passioni giorno dopo giorno. Ma Fortunata è anche una donna libera che lotta per una vita dignitosa, una piccola eroina della precarietà, in una vita amara ma mai cinica. Ed è emozionante anche il personaggio di Chicano, uno straordinario Alessandro Borghi, amico d’infanzia bipolare con una madre malata di Alzheimer che ricorda e recita solo l’Antigone.

E di fatto, anche il film riprende i tratti della tragedia greca: l’eccessivo melodramma, caricato all’inverosimile nella scrittura della Mazzantini, con i continui rimandi al passato dei protagonisti e l’intervento divino nel finale, stona con la vitalità e la sincerità del girato. Ma ricorda la messinscena teatrale tragica anche la regia di Castellitto quando nasconde la violenza dietro la camera e utilizza stratagemmi non sempre originali, a onor del vero, ma efficaci per emozionare. Una regia muscolare, molto sul personaggio con movimenti di macchina a tratti eleganti e marcatamente estetici, a tratti crudi, secchi ed essenziali.

Come la fotografia, anche la colonna sonora è marcatamente pop ma è protagonista diretta nel rendere il film godibile e nell’alleggerire la tensione, spesso caricata a molla fino al finale che sfuma in un grande silenzio e sorriso: amaro, beffardo ma sincero. Non cinico, come la vita.

Insomma, un’opera che con qualche difetto e molti pregi, non meritava tutte quelle stroncature impietose che hanno vistosamente infastidito Sergio Castellitto e che a tratti rimandano anche a dinamiche, ormai di qualche anno fa, con protagonisti Servillo e una giornalista di Rai News. Un’opera che si sta già prendendo le sue rivincite con il premio a Jasmine Trinca, l’ottima accoglienza oltralpe e il buon successo al botteghino, che quando non ti chiami Checco Zalone, di questi tempi, fa sempre uno strano effetto.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Mi piace pensarmi come un “multipotenziale”, cosa parzialmente confermata dai tanti bivi che mi si sono palesati davanti, fino ad oggi, ma, per una sorta di maledetta contingenza, ho sempre preso la strada sbagliata. Studio Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e esultare ai goal del Napoli.

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