Gli Stones, ovvero l'eternità della contraddizione

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AUCKLAND, NEW ZEALAND - NOVEMBER 22:  Ronnie Wood (L) Mick Jagger (C) and Keith Richards (R) on stage as The Rolling Stones perform live at Mt Smart Stadium on November 22, 2014 in Auckland, New Zealand.  (Photo by Fiona Goodall/Getty Images)

Auckland, Nuova Zelanda – 22 Novembre: i Rolling Stones (in foto Ronnie Wood, Keith Richards e Mick Jagger) si esibiscono al Mt Smart Stadium nel 2014. (Photo by Fiona Goodall/Getty Images)

Basta una parola: è ormai trascorso più di mezzo secolo, ma basta una sola, semplice, suadente parola. Contraddizione. Quattordici lettere che racchiudono la quintessenza capace di regalare ai Rolling Stones, il leggendario complesso britannico, una sbalorditiva longevità, un successo sempreverde, una carriera pressappoco inenarrabile. Contraddizione. Perché parlare ancora degli Stones? Dopo l’immensa fortuna della quale hanno goduto (e della quale, a dire il vero, ancora godono), non sarebbe giunto il momento di sistemarli lassù, su quel vecchio scaffale fabbricato negli anni Sessanta, e rivolgere lo sguardo altrove? Sì, si potrebbe stornare lo sguardo – o, meglio: l’udito – dall’intramontabile corsa delle pietre rotolanti, ma gli Stones non lo consentono: ci smentiscono, ci inducono a ritrattare; ribattono con puntuale tenacia. Contraddizione.

Eccoli, dunque: settantenni sulla carta – e sulla carta soltanto –, si apprestano a salpare ancora una volta, pirati pronti a razziare l’Europa sulle incandescenti note dei loro arcinoti successi. Il No Filter Tour comincerà il nove settembre ad Amburgo e il ventitreesimo giorno dello stesso mese il veliero degli Stones sbarcherà anche in Italia, a Lucca: ovviamente, i biglietti relativi alle varie date sono già oggetto di feroci assalti. Nessuno credeva che gli Stones avrebbero affrontato un nuovo tour e invece è successo: ci hanno contraddetti per l’ennesima volta, hanno ribaltato come sempre qualsiasi aspettativa.

Considerata l’aura pressoché sacra che ormai avvolge il complesso che iniziò la propria carriera nel lontano 1962, la quintessenza che tanto ha regalato agli Stones merita un’analisi: il fenomeno in questione, infatti, non è soltanto un incantevole spettacolo, ma una figura che ha attraversato e segnato, dettando tendenze e definendo immagini indissolubili, intere epoche: dagli anni Sessanta a oggi, tra le radici del blues, lo spirito del rock’n’roll, il movimento hippie, lo splendore del progressive rock, la nascita del punk, lo sviluppo dell’heavy metal, i colori degli anni Ottanta e il variegato trambusto che giunge sino a questo tempo.

Lo spirito della contraddizione anima gli Stones sin dagli albori: Mick, Keith e Brian – in linea con la sottocultura giovanile del tempo – non ascoltavano certo gli artisti più apprezzati dell’epoca, i canonici e composti cantanti che i loro genitori ammiravano. Nossignore: acquistavano dischi importati dagli Stati Uniti e trascorrevano le proprie giornate oziando, strimpellando e ascoltando Chuck Berry, Muddy Waters, Bo Diddley, B.B. King, Howlin’ Wolf, Little Richard e gli altri esponenti di quel ruvido miscuglio che ammassava senza troppa grazia i suoni del blues e un’energia nuova, una tensione densa di vitalità ed ebbrezza che si presentava già con un nome accattivante: rock’n’roll. Ne erano stregati, il fascino di quelle note così sporche li avrebbe subito conquistati e ne avrebbe presto permeato le vite: vite contraddittorie, ovviamente.

Negli anni Sessanta, il “bravo ragazzo” inglese vestiva in maniera elegante e pulita, si recava dal barbiere per sistemarsi decorosamente capelli e barba, aveva un lavoro rispettabile che conduceva con ordine e serietà, intratteneva una pudica relazione con una “brava ragazza” che di lì a qualche anno avrebbe sposato e viveva secondo gli orari che scandivano l’esistenza di ogni bravo cittadino. Mick, Keith e Brian, invece, erano sudici e trascurati, avevano i capelli lunghi quanto quelli di una “femminuccia”, si rifiutavano categoricamente di lavorare, suonavano dalla mattina alla sera, erano rumorosi e maleducati, vivevano in uno squallido appartamento del quale si curavano a malapena e la loro musica non era nemmeno la musica dolce e melodiosa che i noiosi adulti apprezzavano.

I Beatles avevano già aperto un’enorme frattura, avevano già dimostrato ai giovani che si poteva essere giovani, ma la rapida ascesa degli Stones contribuì in maniera essenziale al dilagare della colossale contraddizione con la quale i giovani si sarebbero ritagliati uno spazio nuovo. I Beatles erano carini e simpatici, cantavano parole d’amore, ammaliavano le ragazzine e la regina Elisabetta li aveva persino insigniti del titolo di baronetti: avevano generato una rivoluzione culturale dalla risonanza epocale e pochi anni più tardi avrebbero raggiunto vette artistiche inimmaginabili; tuttavia, la strada intrapresa dai Beatles non sarebbe divenuta ciò che oggi chiunque ricorda, se gli Stones non l’avessero insozzata e intorbidita come loro soltanto potevano. Il fango ai margini della strada. I ragazzi maledetti che pisciavano negli spazi pubblici, si comportavano in maniera insolente con gli agenti, subivano processi, venivano incarcerati e mantenevano ugualmente quello sciocco sorrisetto.

“Lascereste uscire vostra figlia con un Rolling Stone?”: ecco la frase con cui Andrew Loog Oldham, il manager che negli anni Sessanta si occupò degli Stones, capì come catturare l’essenza degli Stones stessi. Contraddicevano il patinato establishment dell’epoca, ma contraddicevano anche ciò che già fungeva da contraddizione rispetto alla vecchia guardia, ossia i Beatles; tuttavia, contraddicendo  le contraddizioni evidenziate, gli Stones contribuivano pure ad ampliare la luce scovata dagli stessi Beatles. Non solo: all’inizio, prima che il complesso acquisisse omogeneità e compattezza, gli Stones si contraddicevano persino internamente. Bill Wyman, il bassista che li avrebbe accompagnati con intelligenza sino agli anni Novanta, non conduceva una vita “degna” della band: lavorava per la RAF, era un dannato operaio dalla mente spenta.

Brian Jones non lo sopportava, avrebbe voluto rimpiazzarlo, e gli giocava scherzi di dubbio gusto con una certa costanza: lo stesso Brian, però, sarebbe divenuto una contraddizione interna. Il leader auto-proclamatosi tale, il prodigioso musicista che non sapeva comporre come Jagger e Richards, il ragazzino infantile che si sarebbe gettato tra le droghe in segno di opposizione all’alchimia che legava i Glimmer Twins: una contraddizione che infine sarebbe annegata sul fondo di una piscina prima ancora che cominciassero gli anni Settanta. Gli Stones, però, non si sarebbero fermati: avrebbero contraddetto persino Brian Jones. Il biondo dalla voce suadente non sarebbe diventato il macigno nel quale Syd Barrett si sarebbe trasformato per i Pink Floyd.

I Rolling Stones ad Hyde Park nel 1969

I Rolling Stones ad Hyde Park nel 1969

Durante la seconda metà degli anni Sessanta, il complesso abbracciò l’era hippie, scivolò tra le droghe, gli abusi e le folli visioni psichedeliche del tempo: si circondò di artisti, attori, intellettuali e anche di nobili ormai in decadenza. Divennero i protagonisti di un’epoca, uno dei tasselli che composero il turbinio frenetico e sfrenato di quegli anni così densi e brulicanti di vita. Nel ’69, contraddicendo addirittura Woodstock, gli Stones tennero un leggendario concerto a Hyde Park: la loro celebrazione dell’universo hippie. Fu l’evento con il quale rimpiazzarono ufficialmente Brian Jones, morto due giorni prima. Fu l’evento con il quale Mick Taylor salì a bordo del vascello: il suo contributo avrebbe modificato il suono degli Stones. Il ’69, tuttavia, non segnò soltanto il culmine del Peace and Love, il mantra che aveva sedotto un’intera generazione: il concerto che il 6 dicembre dello stesso anno si tenne all’Altamont Speedway, infatti, scolpì pure il termine dell’era cavalcata dolcemente dai figli dei fiori. Quella notte la violenza trionfò: l’afroamericano Meredith Hunter venne assassinato mentre gli Stones innalzavano il proprio canto maledetto. E così, in maniera inattesa e involontaria, il quintetto britannico finì con il contraddire pure il movimento hippie. Si trasformarono nei dannati, nei pericolosi, nei criminali e satanici volti di una musica empia, ebbra, eccessiva: terribilmente dissoluta.

Poi vennero gli anni Settanta. La fuga dall’Inghilterra, le caotiche registrazioni a Nellcôte, ed Exile On Main St.: l’ennesima contraddizione, un ritorno alla purezza del blues. Il compimento di un sogno: raggiungere il suono dei loro idoli assoluti. Furono gli anni dello Stones Touring Party, il viaggio più licenzioso mai organizzato da una band: assoldarono un medico che gli prescrivesse qualsiasi sostanza in qualsiasi momento, si ritrovarono nel mezzo di orge ineffabili, incendiarono le stanze di più alberghi, furono banditi, vennero perseguitati dalle forze dell’ordine, si smentirono ogni volta. Qualsiasi limite poteva essere abbattuto. Niente era troppo: la Morte? Un’ingenua fanciulla alla quale rubare le caramelle.

Venne anche l’addio di Mick Taylor: nel ’75, inarrestabili, lo sostituirono con Ron Wood, il “compagnone” che avrebbe stretto amicizia con tutti, trasformandosi in un elemento essenziale alla conservazione della band. Accanto al formidabile Charlie Watts – posato ed elegante – Ron Wood si sarebbe rivelato l’amico con una birra fresca tra le mani pronto ad appianare qualsiasi divergenza: Watts e Wood si sarebbero così dimostrati un insolito duo capace di fungere da collante.

Un corpo diplomatico interno alla band si rivelò assai utile: con il termine degli anni Settanta, la disintossicazione di Keith Richards – che così contraddisse una cifra che lo identificava ormai da anni – e i primi litigi tra i Glimmer Twins, la tensione crebbe rapidamente. Quando si contempla la storia degli Stones, infatti, non si deve mai scordare che, tra le tante contraddizioni, un’opposizione ricca a sua volta di contrasti attraversa da sempre il complesso: la battaglia tra Mick e Keith. Fratelli intimamente connessi, combattenti pronti ad azzannarsi. Due lottatori di sumo armati di voce e chitarra: il primo intento a spingere il secondo verso ciò che brilla e splende di nuovo entusiasmo; il secondo intento a spingere il primo verso il romantico fascino del blues e del rock’n’roll. “Mick è il rock, io sono il roll”, ha dichiarato in passato Keith: il primo è uno scoppio continuo che si traduce in movimenti ben precisi; il secondo è colui che scivola qui e là, bevendo in compagnia e suonando ancora una volta quegli accordi così densi.

I colorati anni Ottanta furono teatro di scontri e successi. Ad ogni modo, la loro allegria smentì l’immagine che da tempo circondava la band: gli Stones si tramutarono in un complesso dalla reputazione controversa, ma complessivamente positiva. Demoni disposti a regalare sorrisi e divertimento. Ancora vivi, nonostante le profezie di Johnny Rotten, il leader dei Sex Pistols che negli anni Settanta li aveva definiti dei dinosauri, ma che poi sarebbe scomparso molto prima degli Stones: nel ’79, con la morte di Sid Vicious, la punk-band sarebbe giunta al capolinea.

Nemmeno gli anni Novanta e gli anni Duemila hanno arrestato la fortunata corsa delle pietre rotolanti: ambigua istituzione del rock, la band ha ingigantito ulteriormente la propria popolarità. Palcoscenici ciclopici e spettacolari, concerti sbalorditivi, album iconici, incassi milionari, DVD e documentari: una sfarzosa celebrazione accolta dagli applausi partecipi di migliaia e migliaia di ammiratori.

Persino la musica degli Stones, nel tempo, ha subito l’inevitabile influenza della contraddizione: dalle origini legate al blues e al rock’n’roll, alla svolta più pop dei primi anni Sessanta; quindi, con Their Satanic Majesties Request, l’avventura nel panorama psichedelico e poi il magnifico ritorno al rock più selvaggio; successivamente, il passaggio al blues più puro, e negli anni seguenti – senza disdegnare le proprie radici – gli esperimenti, le mescolanze e le fusioni più varie: dalle inflessioni derivanti dalla musica dance agli accenti provenienti dall’ambiente jamaicano, dai toni del folk alle atmosfere della samba, dalle ballate più toccanti fino al tuffo nel rock più contemporaneo. Smentendosi sempre, mutando comunque.

Alla carriera degli Stones manca solo un’ultima impresa, un’ultima contraddizione: zittire anche la Morte. E pare che siano convinti di poterci riuscire: in Crossfire Hurricane, documentario dedicato al leggendario complesso, Keith dichiara: “In genere, i cattivi muoiono sempre alla fine. Non questa volta, amico. Non questa volta”.

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Francesco Formigari

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Ai gentili curiosi. Carissimi, Francesco Formigari non s'acchiappa né s'ingabbia, ma si nasconde tra le virgole e gli spazi che con pazienza ammucchia. Vi saluta con affetto.

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