La precarietà dei generi in Sole cuore amore [ANTEPRIMA]

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Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2016 e pronto a fare il suo ingresso nelle sale il 4 maggio, l’ultimo lavoro di Daniele Vicari, intitolato Sole cuore amore, racconta la storia ordinaria di due donne che combattono contro la precarietà, avendo come sola rete di salvataggio i solidali legami umani – familiari o amicali che siano. Sembra semplice, no? E infatti lo è, ma il film contiene in sé quella complessità che è propria solo del quotidiano, del banale, e sa catturare senza effetti speciali e spettacolarità tutte le sfaccettature della nostra difficile contemporaneità.

Sole cuore amore è un film circolare. Non nella struttura, come solitamente si intende nei manuali; non perché, in altre parole, torna lì dov’è iniziato (cosa che difatti non accade), ma perché è vorticoso, chiuso in senso rotatorio. Chiuso e rotatorio come è la vita di chi impiega due ore per andare a lavorare e altrettante per tornare a casa, in un perpetuo alternarsi di Cotral blu, metro A arancione e metro B azzurra, con l’onnipresenza delle luci gialle dei lampioni a tarda sera e al mattino presto e di quella verde della croce della farmacia, sempre la stessa, proprio accanto al condominio in cui abita Eli (Isabella Ragonese). Ecco i colori e gli spazi che ripetutamente ci accompagnano durante il film, percorsi da una figurina rossa come il cappotto della protagonista, che si trascina tra Nettuno e Roma e che col suo colore macchia e crea legami, collegamenti. Rossa è infatti, ancora, tra le tante cose, la luce che veglia sul sonno dei suoi figli; rosso è il vestito dell’ultimo e più significativo ballo della cara amica Vale (Eva Grieco).

Le donne di Sole cuore amore

Sole cuore amore è un film circolare anche perché avvolgente, come avvolgente è la femminilità che racconta. Ne viene fatta una rappresentazione a 360° mediante le due protagoniste, quelle che Vicari chiama «due facce della stessa medaglia»: Eli madre sposata, Vale single indipendente; Eli con un lavoro pratico, materiale, Vale con la voglia di esprimersi attraverso l’arte (seppure anche Eli faccia del bancone del bar il suo palco, luogo della propria ribalta goffmaniana). Una femminilità che non è però vera protagonista, con Vicari dietro la macchina da presa che non riesce a trattenere le incursioni di uno sguardo maschile, che lascia sicuramente allo spettatore la libertà di immedesimarsi in uno o nell’altro personaggio, ma non adotta il punto di vista di nessuna delle due donne e si limita a osservarne vicende (e corpi) da lontano. Sono donne ben caratterizzate, quelle nate dalla sceneggiatura di Vicari, ma sono rappresentazioni inermi e spesso sessualizzate. Sessualizzanti però in un caso, ma anche lì con la donna a fare da destinatario dello sguardo, che pur essendo narrativamente femminile va a coincidere verosimilmente con quello del regista, facendosi portatore di caratteristiche maschili.

Vicari, coi suoi campi medi, evita di sposare esplicitamente un punto di vista interno quanto una posizione critica-ideologica. Con Sole cuore amore vuole porre di fronte a una realtà e invitare chi guarda a prendere da sé le misure. La regia, come una delle due protagoniste, si chiude infatti in un circolo vizioso di abbandono, tra orecchini spaiati e colpi di sonno, messe a fuoco distratte e movimenti non stabilizzati. Perché la macchina da presa si muove spesso e volentieri e nella maggior parte dei casi lo fa sul proprio asse. Proprio come Eli, che gira seguendo a decelerazione costante la sua orbita in attesa del collasso, e Vale, che invece da quell’orbita cerca di saltare via aumentando la velocità della sua corsa, esplorando, evadendo, rischiando. Lei è la vera (potenziale) ribelle del film, parte di una nuova classe sempre più ampia di operatori culturali, proletari intellettuali, che lavorano nell’industria cinematografica, nella danza e – ormai – nella stampa.

La rivoluzione di Vicari è silente, ma in sottofondo sembra di poterne sentire il sussurro. Soprattutto, in Sole cuore amore, la rivoluzione è donna, anzi: femminista. Perché il cambiamento parte prima di tutto da un sovvertimento dei ruoli di genere, da un marito che combatte con i sensi di colpa perché non riesce – in quanto uomo – a garantire sostentamento alla sua famiglia e da una moglie che fa notare che per quel tipo di sensi di colpa da virilità ferita non c’è tempo; da una donna che esplora le possibilità del proprio amore e cerca di guarire quello malato degli altri. Ecco che il genere si pone alla base di ogni possibile rivoluzione, perché oggetto della più antica delle oppressioni. Sole cuore amore cerca di rappresentare, a modo suo, un mondo in cui maschile e femminile si sovrappongono e confondono, in cui esistono donne vittime e instancabili e uomini violenti e premurosi. Un mondo che spera ancora nella fine delle oppressione e nella fatto che si possa smettere di barattare i propri diritti con qualche euro in più a fine mese.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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