Muri Di Versi: la poesia si fa ponte per la socialità

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Muri di Versi. Foto di Maria Rosaria Deniso

Muri di Versi. Foto di Maria Rosaria Deniso

«Secondo te questo pezzo di pollo sarà piccante?» mi dice una ragazza seduta affianco a Piazza Verdi, tra uno spritz e un aperitivo che ci farà da cena. È Anita Bianco, ideatrice del festival Muri di Versi assieme a Francesca D’Agnano, e l’ho contattata per parlare dell’evento che forse mi ha colpito di più a Bologna: un festival di poesia di strada.

Così mettiamo da parte la nostra comune stanchezza (lei reduce dal lavoro e io da un esame universitario) e cerchiamo di dare un po’ aria ai nostri spossati pensieri.

Muri Di Versi torna per la terza edizione (il 20 e 21 maggio in via Fondazza): raccontami un po’ come è nata l’idea.

L’idea è nata da me e Francesca. Io a quel tempo facevo parte di un’associazione culturale e già pensavo di voler creare un festival dedicato interamente alla poesia. Così cercando il luogo e l’occasione per organizzarlo sono incappata in Luigi Nardacchione, uno dei fondatori della Social Street di via Fondazza – ormai un tutt’uno con il festival. Da lì è partito tutto. Ora siamo più di cento volontari: Muri Di Versi è in fondo un progetto che nasce proprio dall’incontro di tante persone.

Dunque in cosa consiste l’evento?

Muri Di Versi è un festival di poesia di strada, un esperimento di condivisione. Usiamo dei fili che poi vengono rimossi e appendiamo le poesie con delle mollette, ormai diventate in un certo senso il simbolo di questo evento. È importante che quei fili siano resi accessibili ai passanti, affinché se vogliono possano lasciare anche loro una poesia, un pensiero. Muri Di Versi è proprio questo: condivisione. È espressione di un’apertura.

È anche un momento di crescita personale: eravamo partite da una semplice installazione in Via Fondazza, all’inizio non sapevamo nemmeno cosa volesse dire allestire un’intera strada di poesie, come richiedere i permessi al Comune per farlo, come realizzare il tutto. Ora siamo arrivati alla terza edizione e ogni anno impariamo cose nuove.

Come riuscite a finanziare un festival del genere?

I primi due anni ci siamo finanziati di tasca nostra, però dal terzo anno abbiamo organizzato quattro appuntamenti di autofinanziamento, da gennaio fino a ora: un aperitivo a Getaway, un’associazione culturale in via San Petronio Vecchio, uno in casa di amici, uno in Piazzetta Morandi e un altro da Fantomars, l’atelier d’arte di Carmen e Giovanni. Quest’ultimo, in via Fondazza, è diventato ormai un punto di raccolta per Muri. Ti dico solo che abbiamo sistemato lì gran parte del materiale che poi ci servirà per questa terza edizione del festival. La cosa davvero bella di Muri infatti è che è svincolato da qualsiasi associazione: chiunque può proporsi e farsi parte attiva dell’opera. E gli abitanti di via Fondazza ci hanno sin da subito offerto un grande aiuto.

Quali sono le novità di quest’anno? Chi parteciperà a queste due giornate?

Abbiamo molte cose, in fondo non solo poesie ma arte a tutto tondo. C’è il MEP (movimento per l’emancipazione della poesia) che come noi dona poesie ai muri, abbiamo musicisti-cantautori, fotografi, artisti, performer.

Ci sarà ad esempio Zoo Palco, un collettivo di poetry slam. Dopo la loro performance di poesia orale lasceranno il microfono aperto al pubblico: chiunque potrà recitare e leggere le proprie poesie. Nel giardino Morandi (nella casa privata dell’artista) invece avremo un allestimento permanente con più di duecento origami intermediati da haiku, brevi componimenti poetici tipici del Giappone. Ma la vera novità di quest’anno sono le poesie dal carcere: frutto di un laboratorio di scrittura creativa, raccoglieremo le poesie dei detenuti al Carcere di massima sicurezza Opera di Milano. Il corso è stato tenuto da Alberto Figliolia e verranno esposte anche le sue poesie.

La bellezza di questo momento è proprio che ci sia di tutto, che sia un incontro fondato sul contrasto e che possa essere un’occasione ludica e allo stesso tempo riflessiva.

Nella descrizione dell’evento scrivete che “Muri Di Versi nasce dall’incontro di persone che credono nella bellezza della ‘socialità poetica’”. Ecco, che collegamento c’è tra la socialità e la poesia?

Muri Di Versi è un esperimento di socialità poetica, un festival con nessun obiettivo se non quello di far incontrare delle persone. La poesia non è che uno strumento per condividere un’idea, un’opinione, è un’occasione per conoscerci. È un festival non accademico: non diamo riconoscimenti e non vogliamo dar sfoggio di sapere. Ma non perché non crediamo nel sapere accademico, ma perché la nostra attenzione si è voluta focalizzare sul valore della poesia nella quotidianità. Non bisogna conoscere la metrica poetica per partecipare o apprezzare il festival: in mezzo a tanti bravissimi poeti, chiunque può sentirsi poeta, un passante, un amico di cui non avevamo idea, e qui chiunque può condividere quella parte poetica di sé. Non è scontata questa socialità.

Perché a tuo giudizio, al giorno d’oggi, la socialità non è scontata?

Perché molto spesso non conosciamo nemmeno un vicino di casa, magari ne sentiamo i rumori ma non lo abbiamo mai visto in faccia. La socialità è qualcosa che va costruita, che si crea quando ad esempio chiedi un cacciavite al tuo vicino. Per questo Muri Di Versi è strettamente collegato alla Social Street: grazie a queste due realtà è possibile finalmente conoscere la faccia del tuo vicino, comprendere una persona nuova, conoscerne i suoi limiti, i tuoi.

Questo è un festival eterogeneo in cui persone diverse mettono insieme mondi diversi, ed è per questo al di fuori di qualsiasi discriminazione razziale, religiosa, o corrente politica. Muri è accoglienza. E la poesia è il modo per incontrarsi, per perdere tempo assieme, cosa che ci siamo ormai scordati da tempo di fare. Ed è proprio quando perdiamo tempo che riusciamo a costruire qualcosa, proprio quando dedichiamo del tempo agli altri.

Per questo Muri Di Versi è della gente e per la gente, è un gruppo di volontari senza nessun capo: io e Francesca siamo semplicemente un collante per ciò che le persone hanno deciso di esprimere. Il successo di Muri è proprio la partecipazione, quella partecipazione attiva che ti permette di esserci pienamente e che io considero un atto di vera gentilezza.

Quanto impiegate per realizzare il tutto? Pensi che la fatica sia ripagata?

Il festival non finisce e non inizia mai: io e Francesca abbiamo stimoli durante tutto l’anno e ogni volta che troviamo qualcosa che ci piace la condividiamo su WhatsApp: “Ehi guarda, ho trovato questa cosa molto figa” di solito i vocali iniziano così.

Fatichiamo tanto: dentro Muri c’è tanto lavoro, che va dallo stampare le poesie e stare dietro alle esigenze di tutti al chiedere permessi per realizzare ogni cosa nel dettaglio. Ma in genere, quando il festival è finito e dobbiamo smontare, siamo stanchissime ma decisamente piene.

A Muri rimane sempre qualcosa a qualcuno: molto spesso accade anche che qualche persona si porti via un pezzo di poesia e per questo, se ci sono cose a cui tengono, avvisiamo sempre i performer di sorvegliare la propria zona. Ma in realtà se qualcuno prende qualcosa a noi va bene, perché è un modo per dire che quelle parole che ha strappato dalle mollette le ha apprezzate, che qualcosa del festival è rimasto.

Muri Di Versi è diventata, a mio parere, una specie di piccola isola felice in cui sono nate e penso che nasceranno ancora riflessioni, comprensioni ed amicizie.


Si è fatto ormai tardi e gli impegni ritornano ad affacciarsi su questo piccolo spazio felice di condivisione. Sarebbe veramente un peccato se piovesse il 20 e il 21 maggio, così come dicono i meteo. Ma Anita (e Pupo) mi rincuorano: «Sai qual è il motto di Muri Di Versi?» mi dice. «Su di noi, nemmeno una nuvola».

Ci sorridiamo, e mi rendo conto che la vera poesia si realizza proprio in questo: nella condivisione di emozioni comuni. La poesia che è una porta aperta, un ponte per la socialità.

Mi accorgo che nonostante la stanchezza infatti, perdere tempo ci ha permesso anche di poterlo apprezzare. Anche se il pezzo di pollo si è rivelato davvero piccante.


Articolo estratto da: www.luniversita.com

About author

Ariele Di Mario

Ariele Di Mario

Nato nel lontano 1996 vicino Roma, emigrato in Umbria, ora è a Bologna per studiare Lettere Moderne. Nei vagheggiamenti di un lavoro sogna di fare qualcosa legato alle sue due maggiori passioni, la musica e la scrittura. Fosse per lui spenderebbe soldi unicamente per libri e concerti. Crede fermamente che ogni persona abbia una storia di vita da raccontare.

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