Sarà indie o non sarà indie? Quando la musica diventa un’etichetta

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In foto, Tommaso Paradiso, cantante e frontman dei Thegiornalisti

In foto, Tommaso Paradiso, cantante e frontman dei Thegiornalisti

Lo dico subito, a scanso di ogni equivoco: “indie” non è sinonimo di “sconosciuto”. E, se serve precisarlo, non è neanche sinonimo di “qualità”. E, a dirla tutta, non vuol dire nemmeno “d’elite”. A forza di metterle addosso etichette, la musica finisce per diventare esclusiva, nel senso – infelice e inappropriato – di elitaria. Ma la musica, per sua natura, è condivisione, appartiene a chiunque sappia averne cura, si posa ovunque. Non conosce limiti, né limitazioni. Chi sono, dunque, gli artisti indie? Perché, da qualche tempo a questa parte, se ne parla tanto. E ognuno ne parla come può. Regna – sovrano e prepotente – un disordine d’idee tale, che la parola “indie” pare stia a significare tutto e il suo esatto contrario.

Un artista indie è un artista indipendente. Un artista libero, mi permetto di aggiungere; libero dalle major discografiche, libero, quindi, da qualsiasi logica commerciale, libero di compiere il proprio percorso artistico. E non a caso utilizzo il verbo “compiere”, piuttosto che “scegliere”. Perché un musicista (che sia indie o pop non fa differenza), che nasce dalla gavetta, non diventa qualcosa d’altro, asseconda quel che è già, quel che è da sempre. Un artista indie nasce nei locali, cresce davanti a poche decine di spettatori, diventa la propria storia. Non conquista il pubblico; ma conquista un pubblico, il proprio. Non è alla mercé di ascoltatori disinteressati, che assecondano, distratti, il volere dei potenti network radiofonici. Non è alla mercé di telespettatori sbadati. Non è nemmeno alla mercé delle mode, che passano veloci e lasciano vittime come tsunami di noncuranza. Un artista indie non è mai alla moda, ma è sempre attuale. Che, a ben guardare, non è la stessa cosa. Non deve dimostrare di saper cantare, deve dimostrare di aver qualcosa da dire. Un artista indie asseconda puntualmente se stesso. Non fa scelte commerciali, è imprescindibile dal proprio percorso. Non passa per radio, perché le sue canzoni non seguono i diktat tradizionali del mondo radiofonico. Non canta canzoni scritte da altri, perché la musica è un’urgenza, una necessità, non un contratto.

L’indie, dunque, non è un genere musicale. La definizione “artista indie” non classifica la musica che fa; piuttosto, racconta – sebbene in modo sommario e superficiale – il suo background. Dice da dove viene, ma non spiega se la sua musica sia cantautorale o rock, punk o folk. Sappiamo di avere di fronte un cantante, un autore, la sua gavetta, la sua unicità, la sua fedeltà alla musica. Ma non sappiamo nient’altro. Il resto è gusto, è sensibilità, è attenzione. È cura, quella che scegliamo di offrire, quella che sappiamo apprezzare. Quella che possiamo riconoscere. Qui cade (o dovrebbe cadere) ogni etichetta.


Perché loro riescono a vendere migliaia di biglietti per i loro concerti e altri, magari usciti da un talent, non ci riescono? La risposta si chiama gavetta.


Fatta questa lunga – ma necessaria – premessa, una frase come “Prima era indie, adesso canta brutte canzoni” non ha motivo d’esistere. Non ha motivo d’essere, a dire il vero. Come, del resto, non ha senso l’espressione “Mi piaceva di più quando era sconosciuto, quando era indie”. Men che meno ne ha la frase “Prima era un artista valido, adesso lo conoscono tutti”. Espressioni di questo tipo raccontano lo spudorato pressappochismo e la snervante disattenzione del pubblico, che – così facendo – crea inutili ghetti d’appartenenza. Sia ben chiaro: lungi da me giustificare gli artisti che tradiscono la propria natura, il proprio stile, la propria storia, che (s)vendono la propria musica, il proprio percorso, la propria sofferta e inestimabile unicità, per godere di una fama altrimenti insperata e irraggiungibile. Ma, se un artista, fedele a se stesso, riesce ad arrivare al grande pubblico, qual è esattamente la sua colpa? Se un artista, fedele alla propria musica, riesce a passare per radio, perché deve sopportare etichette denigratorie e svilenti? Se un artista, senza svendersi al sistema, riesce a riempire i palazzetti di tutt’Italia, in cosa consiste, esattamente, il tradimento che i fedelissimi ritengono di aver subito?

Se le radio hanno deciso di dare credito ad artisti finora lasciati ai margini, è un bene per tutti. Forse, tra un anno o poco più, cambieranno rotta, smetteranno di trasmettere i brani dei cosiddetti “indie” (e uso questo termine consapevolmente, per riferirmi agli artisti che non provengono dalla scena pop); ma, a conti fatti, sarà stato un anno di musica di qualità. E, se “di qualità” è un giudizio troppo personale, mi permetto di usare almeno l’aggettivo “sincera”.

Prendo ora in considerazione due casi che, negli ultimi mesi, hanno creato un gran clamore: Levante e i Thegiornalisti. Sono indie o sono pop? Sono sempre stati ciò che sono? Sono una tendenza momentanea o una realtà concreta? Sono artisti, punto. E, a volerli etichettare a tutti i costi, si finisce soltanto per offendere la loro storia. Perché loro riescono a vendere migliaia di biglietti per i loro concerti e altri, con una carriera (sin dall’origine) pop, trasmessi a oltranza dalle radio, sempre presenti sul piccolo schermo e sulle riviste patinate, magari usciti da un talent, non ci riescono? La risposta si chiama gavetta. Levante e i Thegiornalisti non hanno conquistato il pubblico, ma hanno creato il loro pubblico. Hanno costruito la loro storia poco per volta.

Gavetta significa impugnare, da una parte, una chitarra e, dall’altra, la piena consapevolezza di ciò che si è. E poi cantare la propria verità. Questo non significa che tutti ci riescano. Questo significa che quelli che ci riescono sono artisti puri, sinceri, inattaccabili. Non sono un prodotto, una scelta o un compromesso. Sono la loro storia, quindi il loro pubblico, il loro percorso (a ostacoli). Se poi arrivano le radio, la TV, le riviste patinate, ben venga. Ma devono servire a consolidare una storia, non a inventarla dal nulla.

A cosa serve, dunque, mettere un’etichetta? A che serve, mi domando, fare della parola “indie” un’arma a doppio taglio, capace di mortificare un artista e di esaltarne un altro? Mi piacerebbe che si tornasse a fare una sola distinzione: l’arte da una parte, tutto il resto dall’altra. Mi piacerebbe che la bellezza, quella che non conosce artifici e artificiosità, tornasse a essere il punto d’inizio e d’arrivo per chiunque faccia musica, per chiunque la ascolti, per chiunque la giudichi. Mi piacerebbe che “indie” tornasse a essere un punto di partenza, non una gabbia per mortificare il volo di chi vuole (e può) raggiungere una cima più alta. Mi piacerebbe che non esistessero più etichette. Perché, a etichettarla, la musica muore.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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