Syria: «Tutte le Syria che sono»

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Syria è tornata. Ha pubblicato, da pochi giorni, il suo primo greatest hits. S’intitola 10+10, o forse Io+Io. La verità è che, a giudicare da tutto quello che ha fatto, dal 1996 a oggi, non sembra possibile siano passati soltanto vent’anni. Considerando, poi, tutto quello che è stata, due “io” non sono abbastanza. Syria è una «stylist della musica», così l’ho definita, quando l’ho incontrata durante la tappa romana di presentazione del suo nuovo album. Un’artista che, negli anni, ha saputo cambiare pelle e volto, facendo – della propria incoerenza – l’unica coerenza possibile.

Mi ha sorriso, «Mi piace pensarmi come una stylist della musica», mi ha detto. Questa è Syria, un’artista di buongusto; curiosa, per questo imprevedibile; intensa, per questo credibile; è un’anima che ne contiene mille, è mille volti che si riassumono, perfettamente e coerentemente, in un’artista che non è mai stata la copia ingiallita di sé. Ci siamo messi a sedere su un divano scuro, siamo scoppiati in una risata rumorosa quando ci siamo domandati «Da dove iniziamo?», perché – raccontare Cecilia e tutte le Syria che è stata in questi vent’anni – è un’impresa complicata. Ma noi ci abbiamo provato. E questo è quello che ci siamo detti.

Prima di parlare dei tuoi 10+10 anni di carriera, vorrei raccontare Cecilia, partendo dai 10+10 che li hanno preceduti. Prima che tu stessa fossi una cantante, che ascoltatrice sei stata?

Questa domanda mi piace, non me l’ha mai fatta nessuno. Io sono sempre stata fedele alla musica italiana, sono sempre stata legata alle nostre straordinarie interpreti e cantautrici. Ascoltavo davvero tanta musica italiana, ma anche tanta musica classica. Lo so, non si direbbe, ma ne ero appassionata (ride, ndr). Posso farti qualche nome, mi viene in mente la Oxa, Mia Martini, la Bertè. Era questa la musica che si ascoltava in casa, è così che sono cresciuta.

A proposito di Loredana Bertè, la sua Sei bellissima è il brano con cui ti sei presentata alle selezioni di Sanremo Giovani e che ti ha permesso di accedere al tuo primo Festival di Sanremo.

Quanti ricordi. Quando ho conosciuto Claudio Mattone, mi ha domandato “Ma tu con quale brano vorresti presentarti alle selezioni?”. Non ho avuto alcun dubbio, ho risposto subito Sei bellissima. Ho sempre cantato i brani di Loredana, per me era un piacere e un onore poter proporre una sua canzone. E mi ha portato tanta fortuna.

Sono passati più di vent’anni da quel Sanremo lì, era il 1996. Cos’è rimasto della Syria di allora?

Tutto, a parte gli anni, ne ho appena compiuti quaranta! (ride, ndr) Credo di essere incosciente come allora, credo di avere la stessa curiosità di prima. Sono cresciuta, è normale. Sono più meticolosa nelle scelte che faccio, ci penso due volte prima di prendere una direzione, sono un’istintiva, ma ho imparato a contare fino a dieci. Adesso so fermarmi, so prendere un lungo respiro prima di fare una scelta. Non è il mio entusiasmo a essere cambiato, quello è lo stesso di allora, anche se sono meno ingenua. Non voglio fare l’umile, credimi, ma i piedi per terra li ho sempre avuti, non riuscirei a vivere il mio mestiere in nessun altro modo, se non così. E per questo devo dire grazie alla mia famiglia, all’educazione che ho ricevuto. Che dire, sono una persona fortunata, ho ancora la possibilità di fare dischi, questo mi fa felice. Finché me ne daranno la possibilità, io andrò avanti.


Non mi piace etichettare: indie da una parte e pop dall’altra. Quando la musica si unisce, è un bene per tutti, è un regalo per tutti. Se Sangiorgi e Colapesce convivono nello stesso disco, significa che c’è vitalità, ispirazione, partecipazione.


Prima di parlare di tutti gli autori che hanno scritto per te in questi vent’anni di musica, vorrei domandarti se sia una scelta consapevole o un caso il fatto che tu non scriva i tuoi brani.

È una scelta, assolutamente. Mi hanno proposto di farlo, ci ho provato, ma mi sono sempre trovata a mio agio nel ruolo di interprete. Mi sono trovata bene con gli autori con cui ho lavorato in questi anni. Poi a me piace proprio fare l’interprete! Preferisco far questo, non mi interessa scrivere libri, scrivere canzoni, io amo cantare. Interpretare mi permette di esprimere quello che sono. Scrivere i propri brani è una cosa meravigliosa, è un dono. Io non riesco a far altro che raccontare, attraverso la mia voce, le storie che mi propongono. Spero sempre di dare il giusto valore alle parole che canto. A volte, mi capita di guardarmi e di dirmi “questa sono io, è così che sono diventata”, mi rendo conto di essere cambiata. Ho subìto dei mutamenti, quindi con gli anni è cambiato anche il mio modo di interpretare. Quello che faccio, da sempre, è avvicinare il più possibile la musica che mi propongono alla mia personalità, al mio gusto, così quello che canto, anche se non l’ho scritto io, fa parte di me. Mi somiglia esattamente.

Per te hanno scritto tanti artisti della scena pop, ma anche indie, italiana. Senza andare troppo lontano, prendiamo in esempio il tuo nuovo disco, 10+10: all’interno, in modo del tutto naturale, convivono Giuliano Sangiorgi e Colapesce, due realtà musicali distanti e apparentemente inconciliabili. Cosa ti attrae di mondi così diversi?

Ormai è cambiato tutto. I grandi artisti, gli autori e i musicisti cosiddetti “indie” sono alla portata di tutti, in questo senso sono “pop”. Quindi sfatiamo questo mito che gli indie siano intoccabili. Non mi piace etichettare: indie da una parte e pop dall’altra. No, non mi va. Quando la musica si unisce, è un bene per tutti, è un regalo per tutti. Finalmente abbiamo abbattuto un altro muro. Se Sangiorgi e Colapesce convivono nello stesso disco, significa che c’è vitalità, ispirazione, partecipazione. La cosa meravigliosa, per me che sono un’interprete, è riuscire a cantare tutto con la stessa intensità, perché è solo un fatto di etichette, non c’è distinzione. A maggior ragione oggi, che ci sono i Thegiornalisti, gli Ex-Otago, Brunori Sas, Vasco Brondi… loro sono importanti alla pari di un artista pop, e meno male! Quando ho pubblicato Un’altra me, il mio tributo alle band indie, credevo di fare una follia. Per fortuna è stato capito, c’era solo la volontà di esaltare la bravura e il talento di tanti artisti meno noti, ma non meno importanti di quelli definiti “pop”.

Era proprio a Un’altra me che volevo arrivare. Vorrei soffermarmi su due anni particolarmente importanti per la tua carriera: il 2008 e il 2009. Nel 2008, hai pubblicato – appunto – il tuo tributo alle band indie; nel 2009, invece, un album elettronico con lo pseudonimo di Airys: com’è nata l’idea di dischi così “all’avanguardia”, se consideriamo che oggi, a distanza di quasi dieci anni, l’indie e l’elettronica vanno per la maggiore?

Io ho sempre agito d’istinto, è stato dettato tutto dalla mia curiosità verso la musica. È nato tutto dalla mia voglia di documentarmi, di leggere, di comprare dischi, di ascoltarli, di andare ai concerti. Ho semplicemente elaborato tutto quello che ho imparato, è stata la conseguenza naturale del mio guardarmi intorno. Lo stesso è successo con Airys, c’era nell’aria voglia di sperimentare. Mi è stato proposto di farlo e io, figurati, mi sono messa subito in gioco. Mi sono detta “Ma sì, cambiamo registro!”. Ricordo perfettamente cos’è successo quando è uscito quel disco. Quando andavo in giro per le radio a far ascoltare quell’album lì, dicevano “Questa è impazzita!”. E oggi, invece, se non fai un pezzo elettronico, non sei nessuno! Non per fare la figa, eh, ma mi arrabbio se penso che oggi va solo l’elettronica…

Credi che, se questi due album li avessi pubblicati oggi, sarebbero stati capiti di più?

Ultimamente sto facendo molta fatica a passare per i network, non è facile. Qualcuno si ricorda di quello che ho combinato in tutti questi anni, però non mi considerano una novità. Sono una novità per chi mi vuole bene e mi segue con affetto e costanza, ma non per chi fa parte del nostro ambiente. Ho la sensazione di non essere stata compresa al 100%. Ma non me ne frega niente, io ho continuato a farlo, lo faccio ancora oggi. E, se tante cose non sono accadute, non importa. Io, il mio, l’ho fatto. Sono a posto con la mia coscienza. Non si può sempre pensare di arrivare ai primi posti. Ho fatto tutto, l’ho fatto in tempi diversi, a volte sbagliando. Sbagliando per gli altri, non per me. Quindi, pazienza.


Mi piace che ognuno, assecondando il proprio gusto, abbia preferito una Syria piuttosto che un’altra.


Tu, in questi anni, hai cambiato pelle tante volte, hai cambiato generi e sei stata tante cose diverse. Nell’immaginario del pubblico italiano, quale Syria credi sia rimasta più impressa? A quale Syria credi che il pubblico si rifaccia, quando pensa a te?

Sai che non lo so? Non ne ho proprio idea! Quando incontro le persone che mi seguono, si dividono un po’, c’è chi ha amato di più la Syria pop dei primi anni 2000, chi invece ha apprezzato di più quella elettronica. Sono stata tante cose, è vero. Mi sta bene così, mi piace incontrare gente che ha saputo cogliere mie sfaccettature diverse. Mi piace che ognuno, assecondando il proprio gusto, abbia preferito una Syria piuttosto che un’altra.

È innegabile che Syria e Sei tu siano un binomio inscindibile. Proprio perché in questi anni hai fatto tante cose, ti dispiace essere “quella di Sei tu”?

È vero, ne ho fatte così tante di cose. Ma non posso star lì a sottolineare le cose che ho fatto, non mi va. Però è innegabile, come dici tu, che Sei tu mi abbia dato la popolarità, è un brano importante. E poi il successo delle canzoni è imprevedibile, non si può decidere.

Se potessi scegliere tu il brano più famoso della tua carriera, quello per cui essere ricordata tra cinquant’anni, quale sceglieresti?

Qui non ho alcun dubbio. Sceglierei Momenti, un brano inedito di Sergio Endrigo, contenuto nel mio disco Un’altra me.

Ripartiamo da 10+10, come fosse l’anno zero. Come si evolverà Syria adesso?

È vero, questo è l’anno dei bilanci. È difficile dare una definizione a quello che sarò. Nonostante siano passati vent’anni, credo di dover fare ancora tante cose. Vorrei lavorare in teatro. Vorrei portare la musica in teatro. Questo mi fa stare bene.

Adesso ti farò tre domande, ti chiedo di darmi una risposta decisa: tornare a Sanremo o giudice di X Factor?

(scoppia a ridere, ndr) Questa domanda mi piace molto! Entrambe le cose!

Insisto… Se proprio dovessi fare una scelta?

Facciamo Sanremo!

Un brano scritto per te da Carmen Consoli o un duetto con Laura Pausini?

Un duetto con Laura!

Syria o Airys?

No, qui fare una scelta è impossibile! Scelgo tutt’e due, concedimelo!

Concludo le mie interviste sempre con la stessa domanda. Qual è la parola più importante della tua vita?

Una parola più importante di altre non ce l’ho. Però c’è una domanda che per me è fondamentale, ed è “Come stai?”. Mi piace chiederlo e ascoltare le risposte che ricevo. Ed è la prima cosa che faccio appena mi sveglio. Mi guardo allo specchio e mi domando “Come stai?”.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. È laureato in Dams, indirizzo Musica e Spettacolo, e attualmente studia per conseguire la Laurea Magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza

3 comments

  1. Bibina 6 maggio, 2017 at 16:37 Rispondi

    Lei è molto carina, ma non arriva per colpa della banalità delle domande ricevute. Ah: si scrive un ARTISTA e non un’artista.

  2. Basilio Petruzza
    Basilio Petruzza 6 maggio, 2017 at 21:34 Rispondi

    Se conoscessi la grammatica italiana, sapresti che “un” – riferito a un sostantivo femminile – va apostrofato. Syria è un’artista, non un artista. Detto questo, l’aggettivo “carina” non significa nulla, men che meno se accostato a un’artista poliedrica e innovativa come Syria. Ma temo tu non conosca il significato di “poliedrico”, viste le tue (gravi) lacune grammaticali. Ah, un’ultima cosa: Syria ha condiviso l’intervista sulla sua pagina ufficiale, evidentemente le domande non devono esserle sembrate così banali.

  3. T 7 maggio, 2017 at 11:03 Rispondi

    Avere la stupidità di farsi vanto di una grammatica di cui si sconosce totalmente la base e il senso, basterebbe avere il minimo indispensabile per capire che l’apostrofo indica la scomparsa della vocale finale (femminile, se il soggetto lo è altrettanto) dell’articolo indeterminativo. Una artista = un’artista.
    Mi preoccuperei delle elementari non del “banale”. Ah no, mi preoccuperei di più del fatto che ti firmi “Bibina”.

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