Virtual Time: ritorno agli anni '70 con Long Distance

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In foto, i Virtual Time

In foto, i Virtual Time

Quando si parla di rock e hard rock, in particolare del decennio ’70/’80, non si può non pensare a grandi colossi quali Led Zeppelin, Deep Purple, Creedence Clearwater Revival. Loro, insieme a tantissimi altri, hanno lasciato un marchio indelebile nella storia musicale mondiale e ancora oggi ispirano numerosi artisti nella creazione delle loro canzoni: i Virtual Time ne sono un esempio lampante. Sono nati nel 2012 a Bassano del Grappa (VI) grazie all’unione di Alessandro Meneghini, Luca Gazzola, Marco Lucchini e Filippo Lorenzo Mocellin.

Il quartetto vicentino inizialmente pubblica un EP intitolato Getting Twisted, composto da tre brani, in cui è già nota la bravura a livello vocale e strumentale, ma anche la non troppa originalità, con evidente ed eccessiva ispirazione alla musica dei Led Zeppelin. Successivamente i Virtual Time danno vita al loro primo disco, dove si percepisce la volontà di creare una propria identità, seppur ancora ci sia della strada da percorrere: il suo nome è Long Distance e lo abbiamo ascoltato per voi.

Il disco si apre con un intro interessante, stimola alla continuazione dell’ascolto. Dopo ciò si passa a Remember, con riff potenti e la giusta combinazione tra voce e strumenti che attira e, anzi, porta l’ascoltatore a ripeterne la riproduzione. Si sente da subito la validità dell’intero quartetto: nessuno lascia il proprio spazio agli altri, tutti sono insieme protagonisti delle loro canzoni e sfruttano al meglio le proprie capacità. Unica pecca: ancora troppo marcata l’influenza dei Led Zeppelin, manca originalità. Segue a essa Mr and Mrs Barracuda, che ricorda molto la canzone precedente, difatti ha i suoi stessi pregi e lacune.

Improvvisamente si passa a un’atmosfera completamente differente, più intimistica: è la volta di Blow Away, con ritmo più sincopato e cantabile. Con essa si può ricordare la musica dei CCR, ritenuti l’abc del rock, ma da qui finalmente si può dire di ascoltare i Virtual Time, senza che vi sia la totale presenza del passato.

Si ritorna a ritmi avvincenti e potenti: Waves Are Calling si apre con la sola voce per poi dare spazio al resto degli strumenti. Da sottolineare è la presenza di un basso molto corposo, protagonista, che rende il tutto decisamente più accattivante. Questa è una delle loro ultime creazioni e si vede: più originalità, più Virtual Time.

Proprio quando si pensava di essere ritornati alle sonorità puramente hard rock delle prime canzoni, ecco che arriva la svolta: è il momento del folk puro sulle note di Fire World II, il singolo che ha portato grande fortuna al gruppo, facendolo conoscere a Virgin Radio, MTV e Rockit. Inizia la prima chitarra con un riff energico, poi la voce, come sempre impeccabile, accompagnata da un coro che rende l’atmosfera ancor più travolgente. Pochi secondi ed entra la seconda chitarra che, seguita da basso, batteria e battiti di mani, completa i colori dell’intero brano. Con questa canzone si balla e si canta: “We dance around the fire, we sing around the fire”. Un lavoro ampiamente riuscito, più si va avanti più questa band stupisce – in positivo, ovviamente.

La sesta canzone s’intitola Free From My Chains e dopo le prime note, che ricordano Nothing Else Matters dei Metallica, vi è un crescendo con l’entrata della batteria e della chitarra, seguite dal basso e infine dalla voce. Dopo circa due minuti la chitarra è sotto i riflettori e, seppur per pochi secondi, ci regala un assolo degno di nota. Il brano infine, dopo il ritorno di voce e batteria, termina con le stesse note d’apertura.

L’atmosfera si riscalda, un basso corposo ed esaltante è il primo a entrare in scena, ma non è l’unico a elettrizzare l’ascoltatore: in Red Cross ci si scatena totalmente, soprattutto il cantante che qui è più energico che mai. A ciò segue (Valhalla) Slave’s Wisdom che ricorda molto Fire World II, ma, onestamente, non è al pari di essa. Dinosaur Jr, la successiva, permette al batterista di avere maggiore rilievo, dando sfogo alle sue capacità.

Siamo in dirittura d’arrivo, ecco gli ultimi due singoli: I Feel Sad e Man On The Moon. I Feel Sad è stata ripresa dall’EP e riarrangiata: un’ottima scelta, rispetto alla precedente è nettamente migliore, sintomo della generale maturità del gruppo rispetto al lavoro precedente. Con Man On The Moon si esce fuori dagli schemi ed è, a mio parere, uno dei pezzi migliori da loro creati: alle prime note dell’organo e del Rhodes si aggiungono in successione chitarra acustica, batteria, basso e voce. Gradualmente vi è un crescendo di intensità, rendendo la richiesta d’aiuto presente nel testo disperata e struggente. La canzone di chiusura perfetta, che lascia nel cuore emozioni forti, intense.

Dopo questo lungo viaggio tra le note di Long Distance ci sono da dire varie cose: è indubbia la grande qualità del lavoro, finalmente dei musicisti capaci e validi che hanno compreso le loro lacune e hanno dato il massimo per arginarle; viene dato a ogni strumento il giusto spazio, tutti hanno avuto l’occasione di mostrare realmente ciò che sono, il che è altamente positivo; ancora c’è un rimando al passato, ma più vanno avanti più sono vicini alla creazione di una propria identità, che fa sperare in una completa sua realizzazione nei loro prossimi lavori.

Non mi resta allora che congratularmi con i Virtual Time, augurare loro il massimo successo raggiungibile e invitarvi all’ascolto di ottima musica. Non lasciateveli scappare, mi raccomando!

About author

Elvira Petrarca

Elvira Petrarca

Nata nel 1997, vive di pane e pianoforte. Ama l'arte in ogni sua forma e viaggia sempre con una penna ed un quaderno in mano per poter raccontare ciò che più la incuriosisce.

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