Braschi: «Sono un artigiano della musica»

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In foto, Braschi, autore dell'album Trasparente

In foto, Braschi, autore dell’album Trasparente

Braschi è un cantautore. Fa parte, a buon diritto, della sacra e (non di rado) deturpata categoria del cantautorato. Il perché è a portata d’ascolto: il suo è un disco trasparente. E Trasparente, non a caso, è il anche suo titolo. È un album che restituisce, intatta, la verità del suo giovane autore. Non serve che io aggiunga altro, perché la sincerità non ha mai bisogno di postille ai margini. Lascio che sia lui a raccontarsi. Questo è quello che ci siamo detti.

Siamo appena a metà, ma questo 2017 sembra essere il tuo anno: hai partecipato al Festival di Sanremo con il brano Nel mare ci sono i coccodrilli, hai pubblicato il tuo primo album, Trasparente, e sei stato tra i protagonisti del concerto del Primo Maggio, a Piazza San Giovanni, a Roma. Mi racconti questi primi sei mesi del 2017 dalla tua prospettiva?

Sono stati mesi molto belli, sono stati mesi emozionanti. Lo so, usare questi aggettivi per descrivere quello che è successo è un’ovvietà. Però, avere la possibilità di esprimermi e di occupare spazi come quelli che ho occupato, mi ha fatto sentire capito e, in qualche modo, un privilegiato. Ora viene il lavoro più duro, che è quello di mantenere questo standard. È dura perché, quando tocchi una vetta così importante, non è facile mantenerla. Far sì che la parabola sia meno discendente possibile non è semplice. Stiamo lavorando in questo senso, per il futuro.

Andiamo con ordine e partiamo dal Festival di Sanremo. Chi sono i coccodrilli che racconti nel tuo brano?

In realtà, nel brano che ho presentato al Festival di Sanremo, non spiego chi sono i coccodrilli, è una scelta consapevole. Mi piacciono molto le canzoni ermetiche, quelle che non danno una verità, ma che dipingono un quadro, poi sta a chi le ascolta interpretarle. Non spiego se i coccodrilli nel mare siano la paura di andare oltre la realtà, oltre quello che c’è al di là da noi, o se si tratti dei corpi morti dei migranti, i corpi di chi attraversa il mare e galleggia. Lascio che a spiegarsi questo brano sia chi lo ascolta.

Trasparente, il tuo disco d’esordio, contiene otto brani e due bonus tracks. A far da apripista c’è il pezzo che dà il titolo all’album, Trasparente, appunto. Qui canti “Il segno di un inizio, riflesso di una fine, una linea della vita in evidenziatore, oggi è un giorno da fotografare”. Qual è il tuo giorno da fotografare, quello in cui hai capito che avresti voluto fare questo mestiere?

È una bella domanda, questa! (ride, ndr) Non lo so… Anzi, no! So per certo una cosa: il giorno in cui ho deciso che avrei fatto questo mestiere è stato durante un esame, facevo Giurisprudenza, a Bologna. Credo si trattasse di Diritto Costituzionale, il professore mi stava interrogando. E, mentre continuava a farmi le sue domande, ricordo bene che mi chiedevo cosa stessi facendo, perché fossi lì, se quello fosse il mio posto. In quel momento mi sono detto “Sai che c’è? Io voglio fare la cosa che mi piace fare, non voglio perdere più tempo!”. In quel momento è cambiato tutto.

Da qualche settimana, è uscito il secondo singolo, Acqua e neve. Un brano atipico, poco radiofonico, con un testo profondo e malinconico. Come mai la scelta di questo pezzo?

Acqua e neve è un pezzo molto importante per me. Questa, probabilmente, è l’unica cosa che ho tenuto in considerazione per la scelta di questo brano. Non abbiamo fatto altri ragionamenti. Lo so che è strano, so come vanno queste cose: se esci con un singolo e quindi ti proponi a un panorama mainstream, deve essere un pezzo spendibile, radiofonico. Ma noi non abbiamo considerato tutto questo. Penso sia un pezzo che fa la differenza, penso sia una storia che fa la differenza, un brano che ti resta dentro. Parla di gente che si rivede, in questo caso in una stazione. Parla di giorni che passano senza lasciare traccia e altri, bellissimi, che ti rimangono per sempre. Parla di chi si ferma a raccontarsi la vita che è passata.

In Per Effe, scrivi una lettera a te stesso quando avrai cinquant’anni, a quello che “non sei stato e non sarai”. Come nasce questo brano?

È quasi una ninna nanna, è una lunga strofa, non ha ritornelli, è la chiusura del disco. È un compito in classe che mi avevano dato alle scuole medie. Non ricordo per quale motivo, ma non l’avevo fatto. Forse avevo consegnato in bianco, non ricordo bene. Ma mi è tornata in mente questa cosa e ho provato a farlo adesso: parlare di me a cinquant’anni e fare un bilancio di quello che ho fatto, ma soprattutto di quello che non ho fatto. Perché, inevitabilmente, sono più le cose che non faremo, rispetto a quelle che faremo… per fortuna, direi! (sorride, ndr) Ho cercato di recuperare qualche anno e di fare questo esercizio, così è venuta fuori Per effe.

Sei stato a lungo negli Stati Uniti. Mi verrebbe da chiederti come questa esperienza abbia segnato la tua musica, se non fosse evidente, invece, che la tua musica sembra abbia attinto poco dalle influenze straniere e molto dalla nostra tradizione, dal cantautorato italiano.

È bello quello che dici. E hai ragione. Ho ascoltato molta musica straniera. Di primo impulso, il motivo per cui sono andato in America è stato l’amore che mi legava e mi lega a quella musica. Ma poi ho capito che la tradizione del nostro cantautorato ha davvero ben poco da invidiare alle altre. Allora ho cercato di fare quello che dice Dylan: “Take it all and bring it home”, ovvero “Prendi tutto e portalo a casa”. Quello che ho fatto è stato rimescolare le mie carte, ho impastato tutto insieme, questo è il senso del mio viaggio.


Questo è un lavoro che fai solo se proprio non puoi farne a meno. Solo se, non facendolo, non sei in pace con te stesso.


Torniamo indietro, alla tua adolescenza. Quale musica ha accompagnato la tua crescita personale e artistica?

Senz’altro la musica dei cantautori, quelli che danno un senso alle parole. Le parole non sono semplicemente il contorno di un jingle che deve tornare in testa perché lo si ricordi, allo scopo di vendere qualche disco in più. Sì, sono le parole che mi hanno accompagnato nella mia crescita.

Nel tuo curriculum non compare nessun talent, un fatto certamente anomalo, visti i tempi che corrono. È una scelta o un caso?

Ti dico la verità, nel corso degli anni, facendo questo mestiere da un po’, è capitato che le redazioni di X Factor o The Voice mi scrivessero perché mi proponessi. Però non l’ho mai preso neanche in considerazione, perché parto da un concetto di fare musica opposto: non mi interessa una gara di talenti, non mi interessa la musica in competizione con altra musica, non mi interessa quel tipo di attitudine alla musica. Io, la musica, l’ho sempre vissuta come una sorta di artigianato, ognuno ha la propria bottega. Lo so, magari è una visione tardo-romantica, però a me piace che sia così. La mia attitudine è esattamente opposta rispetto a quella dei talent show, quindi non mi ha mai sfiorato nemmeno lontanamente l’idea di farlo.

La discografia sta attraversando un momento delicato, non proprio felice. Tu ti sei buttato a capofitto nella musica, abbandonando i tuoi studi giuridici. Serve più incoscienza o coraggio per una scelta del genere?

Eh… penso incoscienza. Questo è un mestiere precario, come tanti altri, per carità. Io dico sempre una cosa: questo è un lavoro che fai solo se proprio non puoi farne a meno. Solo se, non facendolo, non sei in pace con te stesso. Questa è l’unica spinta che ti fa decidere di mollare tutto il resto e andare avanti: essere consapevole di non poterne fare a meno.

Abbandona, per un istante, i tuoi panni e mettiti dalla parte del pubblico. Cosa vorresti che la gente capisse di Braschi?

È difficile rispondere a questa domanda… Forse la cosa che mi piacerebbe di più è che si facesse attenzione alle parole, specie in quest’epoca, in cui si sta perdendo il loro valore. La nostra lingua è sempre più influenzata da Internet e tutto va abbreviandosi. Penso che ci sia qualcosa di bello e puro nell’italiano, da preservare. Io, nel mio piccolo, nel mio piccolissimo, cerco di farlo, perché mi emoziono quando ascolto canzoni in italiano, canzoni scritte bene. Ecco, questo vorrei si capisse, il mio rispetto per le parole.

Ti faccio una serie di domande veloci. Se fossi un libro, saresti…?

Faccio il paraculo e dico Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda.

Se fossi una canzone, saresti…?

Anime salve di Fabrizio De André.

Se fossi un disco, saresti…?

Amore nel pomeriggio di De Gregori.

Se fossi uno strumento musicale, saresti…?

Una chitarra acustica.

Se non fossi Braschi, saresti…?

Un gelataio che fa gelato biologico.

Concludo le mie interviste sempre con questa domanda. Qual è la parola più importante della tua vita?

Caso. Ho vissuto tanto e continuerò a vivere a caso. Ma in senso buono, di pancia, ragionare poco e buttarsi nelle cose senza farsi troppe domande, senza troppi ragionamenti. Penso che questo atteggiamento coincida con questo lavoro: se non c’è dell’incoscienza in tutto quello che fai, non ha senso, il gioco non vale la candela. Credo proprio che questa sia la mia parola più importante.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. È laureato in Dams, indirizzo Musica e Spettacolo, e attualmente studia per conseguire la Laurea Magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza

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