Fabrizio Moro, la vetta più alta è (la) Pace

0
Fabrizio Moro, autore dell'album Pace, in una foto di Fabrizio Cestari

Fabrizio Moro, autore dell’album Pace, in una foto di Fabrizio Cestari

S’intitola Pace il nuovo album di Fabrizio Moro. S’intitola Pace anche il suo nuovo tour, iniziato pochi giorni fa. È Pace il primo brano del disco, è sempre Pace il pezzo con cui si apre il concerto. E io, prima di ascoltare il brano, il progetto che lo contiene e il live a cui dà il nome, mi sono chiesto il perché di questa scelta. E, lo ammetto, ho fatto fatica a spiegarmi perché il suo volto inquieto, la sua musica malinconica e viscerale, la sua voce potente e spezzata si siano serviti di un titolo tanto semplice e immediato quanto, a sentirne l’eco, ambizioso e anacronistico.

Al bando i giudizi affrettati, mi sono detto. E l’ho ascoltato d’un fiato, senza – però – mettere a tacere i miei (pre)giudizi, convinto che quell’ascolto servisse soltanto a confermare la mia tesi. Perché ero convinto che Pace fosse soltanto un immodesto tentativo di rispondere al disordine di questi tempi. E, invece, era qualcosa di più, qualcosa che non avevo messo in conto, che ha spalancato e poi chiuso i miei occhi, perché si riempissero di stupore e poi di meticolosa attenzione; perché cogliessi tutta la sfrontata, coraggiosa e nuda verità di un artista che conoscevo poco. Di un artista che, per saperne di più, serve spogliarsi dei propri panni, delle proprie convinzioni, delle proprie aspettative inconcludenti.

Pace è uno schiaffo in pieno volto, è la carezza che lo guarisce, è la malinconia che si sveste della propria rabbia, è un passo convulso e instabile che si prefigge il futuro, mentre si guarda alle spalle per perdonare e, più spesso, condannare il passato. È una verità disarmante, si ferma in gola come un nodo, poi si scioglie al grido di “Cerco solo il modo di trovare la pace che non ho”. Non è un brano arrabbiato, è un brano consapevole, tagliente come una freccia, sincero come un’impronta su un vetro.

Dopo averlo ascoltato, ho capito quanto il mio giudizio fosse stato sbrigativo e avventato. Dopo averlo ascoltato, ho lasciato che il resto del disco scorresse libero, che mi accompagnasse nelle sue stanze buie, in quelle appena illuminate, persino in quelle in penombra. Ho lasciato che fosse la sua musica a dirmi chi sia Fabrizio Moro, che le sue parole mi prendessero per mano, che la sua voce mi spiegasse le sue intenzioni. Ho ascoltato “Pace”, un disco fatto di consapevolezze e amore. Fatto con consapevolezza e amore. E, lo so bene, suona ridondante e svalutante. Ma, qui, l’amore e il suo contrario sono declinati in forme inaspettate. E non perché Moro voglia impressionare il pubblico con effetti speciali, nient’affatto. Ma soltanto perché la sua penna tocca tagli del suo vissuto non ancora rimarginati e dichiara amore a parti di sé che non hanno mai conosciuto pace, con cui non ha mai fatto pace. A cui, forse, non ha mai chiesto scusa. E questo disco, mi prendo la libertà di pensarlo, quindi di dirlo, credo sia la sola risposta che potesse dare e darsi, perché nessun centimetro di passato resti un atto mancato, un inutile esercizio di dolore, o soltanto disattenzione.


Consapevolezza, sincerità, rispetto: sono questi i termini che mi vengono in mente se penso a Moro, all’artista e all’uomo. Perché conoscere la sua musica significa conoscere l’uomo che è diventato, che ha imparato che la felicità non ha una direzione soltanto. E Pace è la direzione giusta.


“Quanti anni hai stasera? Io ne ho tre, ma il disincanto non so più cos’è”, canta in Giocattoli. Portami via, poi, presentata al Festival di Sanremo, è una maschera che si scioglie, è la fedeltà di un uomo alla vita, una richiesta d’aiuto che non ha il sapore della sconfitta. È un padre che parla a sua figlia, è un uomo che parla alle proprie paure. È un uomo che ha il coraggio di parlarsi, non serve aggiungere nient’altro. In L’essenza, canta “L’essenza di un uomo rimane la stessa per quanto la vita lo spezza”. E, in Sono anni che ti aspetto, risponde alle incertezze che ha sopportato con una determinata convinzione “La differenza tra ogni uomo sta nell’intenzione e ora so che posso scegliere”. E, se Andiamo è la chiave di volta per sorprendere la paura impreparata (“Ogni ferita serve a ricordarci solamente che viviamo”), è in È più forte l’amore che canta “È più forte l’amore di questo rimorso che ho dentro, che serve soltanto ad illudere il cuore”.

L’ho detto, Pace è un disco che guarda al futuro, che parla al futuro, che concede al futuro una speranza concreta, che non è affatto una scorciatoia, né una via di fuga. È la più convinta, sofferta e necessaria direzione che un uomo consapevole possa prendere. E Fabrizio Moro imbocca questa vita (s)vestendosi dei propri panni migliori, quelli di un uomo che ha il coraggio di dire le proprie paure, le proprie incertezze, le arroganti catene che lo costringono al passato. A non dimenticarlo, a farci i conti, ad accettare che, qualche volta, i conti non tornino. Ma questo fa parte della vita e Moro sembra esserne ben conscio. Ma, per rendere piena giustizia a Pace e al suo autore, è necessario parlare del live che accompagna questo progetto discografico.

Non si tratta soltanto di un concerto, ma di un’esperienza preziosa, di un viaggio di due ore o più, che abbraccia una vita intera. Si tratta una scalata che porta alle vedute più alte, da cui si scorge l’anima sensibile e trasparente di Moro, la sua più incondizionata dedizione alla musica, il suo profondo rispetto verso il pubblico. E i suoi “grazie”, la sua mano sul petto, i suoi occhi lucidi sono la prova che Fabrizio, quel successo lì, l’ha meritato, l’ha conquistato con il rispetto, quasi reverenziale, che ha per la verità.

Non so dire se sia stato un bel concerto, perché la bellezza, in questo caso, è soltanto un accessorio, serve a marchiare un’emozione. È stato qualcosa di più, un abbraccio che ci ha avvolti tutti, nella piena consapevolezza di essere parte e parti di una vetta raggiunta: Fabrizio Moro ha toccato la cima più alta, l’ha raggiunta a viso scoperto, l’ha raggiunta senza scendere ad alcun compromesso. È questo che fa, di un artista, un artista di valore.

Consapevolezza, sincerità, rispetto: sono questi i termini che mi vengono in mente se penso a Moro, all’artista e all’uomo. Perché conoscere la sua musica significa conoscere la sua storia, le sue incalzanti verità, le sue paure sofferte. Conoscere la sua musica significa conoscere l’uomo che è diventato, che ha imparato che la felicità non ha una direzione soltanto. E Pace è la direzione giusta.

Concedetevi un concerto di Fabrizio Moro, perché -in poche ore- vi sembrerà di aver attraversato più di una vita. In poche ore, vi sembrerà di conoscerlo da sempre. E vi verrà da chiedervi “Ma perché non l’ho fatto prima?”.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

No comments

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi