Quo Vadis? come affresco nietzscheano

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Dettaglio del poster di Quo Vadis? (Mervyn LeRoy, 1951)

Dettaglio del poster di Quo Vadis? (Mervyn LeRoy, 1951)

Chi non ricorda il Nerone di Peter Ustinov che, il capo coronato da sfolgoranti ramoscelli d’alloro, sfrutta l’infernale incendio che divorò Roma nel 64 d.C. per comporre i propri patetici versi?

Il colossal di Mervyn LeRoy dal quale proviene la scena menzionata fu rilasciato nel 1951, mentre il romanzo scritto dal polacco Henryk Sienkiewicz che ispirò tale pellicola fu pubblicato per la prima volta nel 1884 sulla Gazzetta polacca: è trascorso più di un secolo, ma l’opera che procurò a Sienkiewicz tanta fama non smette di sorprendere e stimolare riflessioni. Perché? La risposta deve attendere: prima è necessario inquadrare con sintetica precisione le linee che sagomano il profilo del romanzo storico che in Italia fu celebrato da due trasposizioni cinematografiche, una delle quali diretta da Gabriele Maria D’Annunzio, il figlio del celebre poeta.

Quo vadis? trasporta il lettore ai tempi della Roma imperiale: superato il quinquennio aureo, Nerone governa in maniera distratta e dissoluta, abbandonandosi agli sfarzi più eccessivi, seguito e riverito dagli augustiani, ossia dalla variegata cerchia di personalità che ha scelto di graziare con la volubile benevolenza che lo contraddistingue. Attorno a lui gravitano l’imperatrice Poppea, l’anziano e stoico Seneca, il malevolo Tigellino e il raffinato Petronio: proprio Vinicio, il nipote dell’acclamato arbiter elegantiarum, funge da protagonista della vicenda. Il giovane tribuno militare, infatti, s’innamora di Licia, principessa di un popolo barbaro che è stata adottata dagli amorevoli Aulo Plauzio e Pomponia Grecina, e la passione che subito divampa in Vinicio spinge quest’ultimo a rivolgersi al potente zio pur di ottenere l’incantevole fanciulla. Un radicale contrasto, però, genera le innumerevoli vicissitudini destinate a tormentare l’amore che lega i due giovani: Vinicio è un ricco membro dell’aristocrazia, crede nelle divinità pagane e possiede una visione fieramente romana della società in cui vive; Licia, invece, ha abbracciato una nuova fede, il cristianesimo, e in lei combattono l’amore per il giovane Vinicio, la paura di tradire Cristo e l’odio che avverte nei confronti della civiltà romana del tempo, incarnata dal terribile (e comico) Nerone.

Benché il focoso amore tra Vinicio e Licia costituisca il motore che muove l’impianto della narrazione, tanti sono gli elementi ai quali Sienkiewicz, denso e magniloquente, rivolge il proprio sguardo appassionato: descrive le magnifiche architetture dell’epoca, i maestosi e sfrenati banchetti organizzati da Nerone, e coglie la violenta frizione che divise la società romano-pagana dalla società cristiana, sorretta da una visione etica sostanzialmente opposta a quella cui si appellava il popolo dei quiriti. In questo senso, alcuni personaggi risultano più eloquenti di Vinicio e Licia: Petronio, dalla mente acuta e brillante, rappresenta lo splendore della cultura romana, sebbene consapevole – come testimoniano le sue ultime parole – della decadenza verso la quale si sta dirigendo; i santi Pietro e Paolo, invece, raffigurano la fiorente cultura cristiana: sono guidati dalla tolleranza, dal desiderio di uguaglianza e dalla volontà di donare il proprio amore al prossimo. Accanto ai soggetti menzionati, poi, si scorgono anche coloro che tratteggiano il lato peggiore delle due culture che animano il romanzo: Nerone e la sua corte, infatti, sono parte del mondo romano, ma ne rappresentano una versione corrotta dai vizi più brutali; Crispo, il sacerdote che affianca e protegge Licia, è il volto più rigido, intransigente e fanatico del cristianesimo: forte è la contrapposizione che lo scinde dai santi con i quali entra in contatto, sempre pronti a correggerne i modi bruschi e gravi.

Il cosmo raccolto da Sienkiewicz in Quo vadis?, alla luce degli elementi descritti, si trasforma in un affresco assai suggestivo: un affresco nel quale si scorgono alcuni dei pilastri relativi al pensiero di Nietzsche. La società romana descritta dall’autore polacco che nel 1905 vinse il premio Nobel, infatti, è una società che mira alla grandezza, alla bellezza più fulgida e piena, al più intenso manifestarsi della vita: è un ordine del reale nel quale banchettano le pulsioni più variegate, dalla violenza della conquista militare alla filosofia dell’eleganza cui Petronio conferisce eterno fascino. La società romana di Sienkiewicz, dunque, è il dionisiaco nietzscheano e il luogo nel quale, continuando il paragone con il pensiero del noto filosofo tedesco, si snoda l’etica dei guerrieri. Diversa, invece, è la cultura cristiana: in Sienkiewicz, infatti, appare come il regno del sacrificio, della tolleranza, della benevolenza, del perdono reciproco e del timore divino. È una cultura che impaurisce i romani – tant’è che Petronio fatica a credere che una cultura simile non sia nemica della vita –, perché prevede l’accettazione di un codice etico composto da regole e norme che gli stessi romani faticano a immaginare. Nella cultura cristiana descritta da Sienkiewicz, quindi, si intuiscono alcune delle peculiarità che Nietzsche associa all’apollineo: concettualmente, una struttura che tende a imbrigliare le pulsioni più vitali; inoltre, alla cultura cristiana si può affiancare l’etica dei sacerdoti: nettamente opposta a quella dei guerrieri, ma destinata – come nel caso del cristianesimo – a soppiantarla.

Quo vadis? non è soltanto un’opera che, attraverso un curioso volo pindarico, si trasforma in affresco dai risvolti nietzscheani: come specificato inizialmente, è anche un’opera che non smette di stimolare riflessioni e ciò a causa di un duplice ordine di ragioni. Quo vadis? è uno strumento che, mediante i propri personaggi, le proprie ambientazioni e le proprie vicende, invita a indagare meglio un momento storico estremamente rilevante rispetto allo sviluppo della civiltà occidentale: l’incipiente crollo di un sistema e il progressivo affiorare di una visione che avrebbe segnato i secoli seguenti. Non solo: Quo vadis?, benché tratti di un’epoca molto lontana, ricorda i violenti scontri che oggi oppongono intere visioni del mondo e insegna che l’incedere della storia non può essere rallentato: è molto più saggio accogliere il cambiamento con spirito critico e mente aperta.

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Francesco Formigari

Francesco Formigari

Ai gentili curiosi. Carissimi, Francesco Formigari non s'acchiappa né s'ingabbia, ma si nasconde tra le virgole e gli spazi che con pazienza ammucchia. Vi saluta con affetto.

2 comments

  1. Ilaria Arghenini
    Ilaria Arghenini 9 giugno, 2017 at 19:49 Rispondi

    Ho condiviso l articolo subito dopo averlo letto, trovo molto coraggioso proporlo in un momento in cui rischia di essere dimenticato. E’ interessante come tu l’abbia reso più attuale e sia riuscito a indicarne sia l’aspetto più didattico che quello puramente storico. Complimenti!

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