Venezuela: contro Maduro, l'opposizione è (anche) social

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Attivista dell'opposizione in Venezuela (Federico Parra, Afp)

Attivista dell’opposizione in Venezuela (Federico Parra, Afp)

Carola è una ragazza di ventun anni. Ama viaggiare, parla qualche lingua, studia Legge. Ci siamo conosciute tre anni fa in Inghilterra e come spesso capita, per non perdere i contatti, abbiamo continuato a seguirci sui vari social network. Da qualche tempo, però, i post che scrive su Facebook o le foto che carica su Instagram hanno preso una direzione precisa: quella della denuncia, nel tentativo di mostrare e diffondere cosa sta accadendo nel suo Paese. Carola è una studentessa dell’Universidad Central de Caracas, nel cuore del Venezuela, teatro recente di lotte, scontri, proteste. Per lei, come per molti altri giovani venezuelani, i social network sono un modo per combattere il regime del presidente Maduro: «Abbiamo tentato di tutto: così cerchiamo di diffondere la verità prima di tutto tra di noi, così che la gente possa aprire gli occhi». E non è cosa da poco, visto che la repressione degli oppositori politici in Venezuela è durissima: sono oltre 67 i morti nelle manifestazioni anti-Maduro, solo negli ultimi 70 giorni. Tra le vittime, mi spiega Carola, anche studenti che si erano schierati contro il governo e che sono stati freddati all’interno della loro stessa università.

Cercando di spiegarmi cosa stia accadendo in Venezuela, Carola parte dalla morte di Chavéz, nel marzo del 2013. Poco prima di morire, Chavéz aveva pubblicamente indicato colui che voleva fosse il suo successore al governo: l’allora vicepresidente Nicolas Maduro. Che effettivamente è diventato presidente: prima ad interim, poi –nell’aprile dello stesso anno – per elezione. Con il 50,7%: «Un margine di meno di 250mila voti» sottolinea Carola.

La ribellione nei confronti di Maduro è iniziata ben presto, ma Carola ricorda una data in particolare: quella del 12 febbraio 2014. Il primo morto durante una manifestazione. «Ironicamente, il 12 febbraio è la Giornata della Gioventù in Venezuela». La colpa è stata fatta ricadere su Leopoldo López, leader dell’opposizione, accusato di essere l’istigatore delle violenze e condannato per questo a 13 anni di carcere. In un discorso pubblico aveva invitato i venezuelani a protestare pacificamente contro il neoeletto presidente.


Sparano gas lacrimogeni. A volte lo fanno a distanza ravvicinata, puntando dritto al petto.


Da lì, le proteste studentesche e gli scioperi sono andati avanti e il numero di morti ha continuato a crescere. «La gente ha perso ogni speranza. Poi ci sono state le elezioni del 2015». Nel dicembre 2015, infatti, la coalizione antichavista Mud – Mesa de Unidad Democratica – ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento: 112, contro i 55 di Maduro e del suo Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv). Una svolta decisa che avrebbe seriamente potuto mettere in crisi la leadership del presidente. «Abbiamo pensato di poter cambiare il panorama, finalmente. In realtà abbiamo subito trovato un nuovo scoglio». Probabilmente lo scoglio più importante di tutto il governo Maduro. Nel marzo del 2017, infatti, il Tribunale Supremo di Giustizia ha di fatto esautorato il Parlamento, consentendo al presidente di governare senza alcun vincolo o controllo: una svolta autoritaria che è stata fin da subito definita un golpe, e che è stata rafforzata dalla decisione di Maduro di convocare l’Assemblea Costituente per redigere una nuova Costituzione, in modo da reprimere definitivamente l’opposizione. Il che ci porta alle violente proteste – e al crescente numero di morti – che hanno devastato il Venezuela negli ultimi mesi.

«Sparano gas lacrimogeni. A volte lo fanno a distanza ravvicinata, puntando dritto al petto. È così che è morto Juan Parnalete, uno studente di vent’anni. A volte usano così tanto gas che ti ritrovi circondato da una nuvola bianca, senti le gambe cedere e non riesci più a respirare. Non so come si chiami in inglese, ma la Guardia Nazionale ha iniziato a usare perdigones (un’arma ad aria compressa, nda) anche sulle persone più anziane o indifese. E anche armi da fuoco, che in una protesta pacifica dovrebbero essere proibite. Ci sono stati circa 50 morti negli ultimi due mesi».

Venezuelan President Maduro arrives at a military parade to commemorate the first anniversary of the death of Venezuela's late president Chavez in Caracas

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro arriva a una parata militare in commemorazione del primo anniversario della morte del predecessore Hugo Chavez a Caracas, il 5 marzo 2014 (REUTERS/Jorge Silva)

Le proteste dei venezuelani, spiega Carola, non sono solo una ribellione al colpo di stato di Maduro. La situazione del Paese è ormai critica sotto molti punti di vista. «Manca il cibo, mancano le medicine. La criminalità nelle strade ha raggiunto dei livelli folli. Non abbiamo avuto le elezioni regionali, che si sarebbero dovute tenere l’anno scorso (2016, nda). L’inflazione è ogni giorno più alta. Ma la ragione principale è stata la sentenza che ha lasciato l’assemblea senza attribuzione». A nulla è servito il pesante avvertimento che l’Organizzazione degli Stati Americani ha lanciato al Venezuela: Maduro ha semplicemente deciso di ritirarsi dall’Organizzazione. «E questa è solo la versione breve!» conclude Carola.

Il problema naturalmente non si ferma alle piazze, alle proteste. «Tutti noi soffriamo per questa situazione. Ormai è impossibile vivere normalmente. I negozi non aprono più e se lo fanno è per poco tempo. Ho smesso di andare all’università a causa delle proteste che bloccano le strade». E per quanto riguarda la stampa? «I media non parlano della situazione. Perlomeno la maggior parte. Potrebbero dare fuoco a qualcuno nel bel mezzo della strada e le notizie parlerebbero di quanto sono belli i fiori di una certa regione. Ma non li biasimo»: la censura in Venezuela è uno dei problemi più pressanti e ha portato alla chiusura, o quantomeno al silenzio, di alcuni canali televisivi e giornali. È degli ultimi giorni la notizia della CNN che mette in luce una coraggiosa iniziativa di alcuni giornalisti venezuelani: El Bus TV. I giornalisti salgono sull’autobus e chiedono all’autista il permesso di leggere il proprio telegiornale. È una forma di protesta che ha ottenuto un certo successo a Caracas e che ha preso a circolare anche sui social network. Si tratta di un’eccezione dorata: per il resto, la maggior parte dei media è in mano al governo o semplicemente troppo intimidita per fare informazione su ciò che sta accadendo.

Le chiedo quindi quanto possa essere pericolosa la sua attività di denuncia sui social network. Mi porta gli esempi di oppositori politici, tra cui ragazzi molto giovani, che sono stati uccisi per essersi schierati apertamente contro il regime. «È pericoloso per tutti, ma abbiamo provato di tutto e questo è un modo per informare innanzitutto chi è intorno a noi».

E cosa succede se chi è intorno a voi è un sostenitore di Maduro? «Un mio amico lo è, ad esempio», risponde Carola. «Ma lui, come molti altri, sostiene più l’ideale del socialismo che non Maduro in sé. In ogni caso, l’odio tra i venezuelani cresce sempre di più ed è ormai fuori controllo. In uno dei miei video di Instagram si può vedere come un passante qualunque venga attaccato dopo essere stato scambiato per un militare».


I bambini muoiono negli ospedali perché non ci sono abbastanza medicine. La gente va a frugare nei cassonetti sperando di trovare del cibo.


Le proteste venezuelane, come quasi sempre accade, hanno visto come protagonisti ragazzi e ragazze, principalmente studenti universitari. Ma quando chiedo a Carola quale sia per lei il ruolo dei giovani, il suo pensiero non si rivolge al presente, ma al futuro, in una frase che unisce la stanchezza alla speranza: «Alla fine dovremo sistemare questo casino». E come te la immagini questa fine di tutto? Come ti immagini il futuro del Venezuela? «Negli anni ’50, ’60, il Venezuela aveva l’economia più forte e sviluppata del Sudamerica. Il petrolio è stata la nostra benedizione ieri ed è la nostra disgrazia oggi. Ne siamo stati troppo dipendenti, lasciando indietro il turismo, l’agricoltura, l’industria mineraria. Le cose che abbiamo abbandonato o ignorato in nome del petrolio sono troppe per essere nominate. Negli ultimi anni abbiamo assistito al più grande esodo del Venezuela, principalmente di giovani: quindi stiamo fronteggiando una grande carenza di talento, di capacità. Ma nonostante questo, e forse sarò troppo ottimista, se guardo al futuro vedo il mio Paese di nuovo forte dal punto di vista economico, con un’istruzione migliore, un’ancora per il turismo del Sudamerica insieme al Brasile e al Perù. Vedo un leader affidabile e competente. E vedo tutti quelli che sono fuggiti tornare e mettere a disposizione il loro talento per ricostruire un Paese distrutto. Spero che l’odio sarà sradicato dal cuore e dalla mente delle persone».

Quando le ho chiesto di poter parlare con lei della situazione del Venezuela, di come la stesse vivendo lei e con lei i giovani che si trovano a fronteggiare il problema, Carola ha reagito subito con entusiasmo. In un Paese in cui l’informazione è pesantemente filtrata e ostacolata, riuscire a diffonderne anche solo un po’ di più è importante e prezioso. Le domando quindi se c’è qualcosa che non ha ancora detto e che vuole dire. Mi chiede di pensarci un po’ e la sua risposta arriva tramite messaggio diverse ore dopo.

«Il numero di morti violente in Venezuela raggiunge quasi i 28.000 ogni anno. Le persone vengono uccise nelle strade, anche solo per uno smartphone. I rapinatori non fanno distinzioni tra classi sociali. I bambini muoiono negli ospedali perché non ci sono abbastanza medicine. La gente va a frugare nei cassonetti sperando di trovare del cibo. Anche se non stiamo fronteggiando una vera e propria guerra, anche se non siamo la Siria, siamo pur sempre esseri umani. E potremmo essere aiutati facilmente, ad esempio donando medicine, o anche solo facendo sapere a tutti cosa sta succedendo adesso in Venezuela».

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Sono nata 19 anni fa e non ho più smesso. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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