Vhelade e la sua essenza Afrosarda [INTERVISTA]

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In foto, Vhelade

In foto, Vhelade

Vhelade è una donna tutta d’un pezzo, coraggiosa, che si sa distinguere “come un fiore tra la cenere” – citando Oro Nero, una delle sue canzoni più significative compresa nel suo nuovo disco, Afrosarda. Uscito il 16 giugno, contiene quattordici brani in stile soul e jazz, ma anche con sonorità elettroniche. La sua voce, calda e suadente, qui vuole raccontare la propria essenza, ponendo al centro le sue origini, Zaire e Sardegna, e l’amore verso queste terre. Andiamo a conoscere meglio Vhelade attraverso le sue parole.

Incominciamo, Vhelade. I tuoi genitori sono artisti: questo ti ha influenzato nella scelta di percorrere questa strada?

Certo. Diciamo che quando cresci con delle persone che hanno un certo tipo di energia e che ti spingono a fare discipline artistiche come fosse un impegno, al pari dei compiti di scuola, viene naturale. Inizialmente però non volevo fare questo lavoro perché la vita dell’artista, specialmente se cresci in questo ambiente, sai che è bella, ma non è tutta rose e fiori. Quindi, essendo consapevole di ciò, l’ultima cosa che volevo fare era l’artista, però poi me ne sono fregata. A 14 anni ho iniziato a cantare per dei professionisti, ma ancora frequentavo la scuola. A 18 anni poi ho iniziato a lavorare per Chiambretti e, in quel frangente, ho capito che ormai quello era il mio percorso.

A proposito della tua “avventura televisiva” con Chiambretti: cos’è stata per te?

Quest’esperienza è stata la vita, nel senso che è durata dodici anni, quindi più che un’esperienza direi proprio un periodo di vita. È stata una scuola in cui ho imparato a interpretare, a gestire le telecamere, in un certo senso ho imparato il mestiere. È stata un’esperienza fantastica, che è finita come tutte le cose belle finiscono perché ne devono iniziare di nuove, più belle.

Oltre a ciò hai recitato in due film, Devil Comes To Koko e Italiano Medio. La recitazione ti ha aiutato anche nella carriera canora?

Guarda, in realtà non riesco a dividere la recitazione dalla musica o dal canto: per me è tutto un unico insieme, poi puoi mostrare l’arte come vuoi tu. Detto questo, il canto è recitazione. Puoi interpretare una canzone non vivendo realmente quello che stai cantando, però in qualche modo entri in quella dimensione, ritorni alla persona che eri quando l’hai scritta – o se non l’hai scritta tu è come se l’avessi fatto. E quindi la reinterpreti totalmente, entri in trance e diventi l’esperienza che stai cantando. Quindi stai recitando, ma in modo sincero e, in effetti, la recitazione è la stessa cosa.
Italiano Medio è un film comico demenziale che parla della società odierna. Mi è piaciuto molto perché fa pensare, poi facevo il giudice di un talent show che è la cosa che non farei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Sapendolo, Maccio Capatonda, che mi conosce bene, mi ha detto: «Guarda, ti farei fare il giudice di un talent show!» (ride, ndr). Nell’altro film interpretavo una madre che aveva perso il figlio per i rifiuti tossici presenti nel cibo che l’Italia, alla fine degli anni ’80, aveva gentilmente regalato a una parte dell’Africa. Questa donna viveva col figlio morto in casa ma, siccome il corpo non si decomponeva a causa di questi cibi ingeriti, credeva fosse ancora vivo. Quello che mi piace di entrambi i film è che danno uno stimolo. Positivo o negativo che sia, l’importante è che ci sia qualcosa.

Passiamo al tuo disco, Afrosarda. Vorrei soffermarmi su uno dei temi ricorrenti nelle tue canzoni: l’amore. Si deduce che esso sia fondamentale nella tua vita…

Per me tutto è amore. Amore è Dio e per me Dio è anche l’aria, l’albero… Non è un’autorità, è il tutto. È amore, ogni cosa lo è, anche il telefono che ho in mano.

In foto, Vhelade

In foto, Vhelade

Amore provato anche per la Terra, di cui parli sia in Mama Nangai II sia in Afrosarda. Com’è nata quest’ultima?

Volevo fare un brano che parlasse di me, che fosse la madre di tutte le altre canzoni. Nasce dal voler rappresentarmi al massimo. Avevo composto Oro Nero, una canzone stupenda che abbiamo fatto uscire l’anno scorso, il cui video è stato girato in Africa, rappresentando quindi la parte africana di me. Afrosarda invece è la mia parte più sarda, anche se poi dico alla terra Nalingi yo, che significa “Ti amo”. Descrivo in modo quasi poetico le sensazioni che provo quando arrivo in Sardegna e cosa mi dà questa terra: quando arrivo mi dà la vita e nel tornare dico Nalingi yo come fosse un mantra. Nella seconda parte invece canto proprio in lingua sarda antica e anche lì esprimo il mio amore per la mia terra. Sono soddisfatta di questa canzone, è realmente un mix di quello che sono: trovi lo scacciapensieri, il cantore, le parole in sardo con la ritmica africana tipica della mia tribù del centro Africa…

Passiamo adesso a Oro Nero. Mi ha colpito particolarmente questa frase: «Ma cosa vuoi che sia quando un sogno si infrange?». Che consiglio daresti a chi vive questa frattura, che sia o meno nel mondo della musica?

Sicuramente di seguire sempre il proprio istinto. Bisogna avere coraggio, seguire il proprio cuore sempre e comunque. Consiglio di ricordarsi che tutto è un’illusione, che tutto finisce, quindi è meglio andare per la propria strada e con il proprio cuore.

Siamo in dirittura d’arrivo: vorresti che chi ti ascolta ti veda in un modo specifico?

Ti dico la verità, nella mia vita ho imparato a non avere aspettative, voglio che tutto sia naturale. Io faccio le cose col cuore, devono essere per forza così e basta, e penso che questo sia il modo più giusto per arrivare alle persone. Il mio unico scopo è arrivare alle persone e dare loro qualcosa, sennò farei altro.

Per finire, la domanda più posta agli artisti: come la vedi la musica?

La musica è vita, è sacra, è una forma d’amore incredibile, cosmica, magnetica, totale. È la mia vita, la vita di tutti. Se invece mi chiedi della musica italiana o di questo momento allora non so nemmeno se definirla tale.

Quindi anche la musica è amore, come ogni cosa.

Esattamente, come ogni cosa.

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Elvira Petrarca

Elvira Petrarca

Nata nel 1997, vive di pane e pianoforte. Ama l'arte in ogni sua forma e viaggia sempre con una penna ed un quaderno in mano per poter raccontare ciò che più la incuriosisce.

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