Buena Vista Social Club: la bellezza di (ri)trovarsi diventa musica

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La copertina dell'album Buena Vista Social Club di Ry Cooder

La copertina dell’album Buena Vista Social Club di Ry Cooder

Mi sono svegliata qualche mattina fa con la voglia di Buena vista social club. Proprio un languorino, qui, tra gola e polmoni, come il desiderio di acqua fresca nel pomeriggio. Sì che non li sentivo da più di un anno. Pochi album creano dipendenza così. Non è solo musica, è un sentito. È estate. È la bellezza, la bellezza del caldo e del mondo che rallenta. È il sole del pomeriggio, che canta a gran voce sulle case bianche; è la sera in centro, quando il giorno chiude le ciglia su migliaia di vie dove sono fioriti bar e chiacchiericci.

E in effetti il gruppo prende il nome da un bar di Cuba popolare per la musica live. Il Buena vista era il punto di ritrovo e il punto di partenza, il cuore dove pulsava la musica cubana e veniva immessa negli animi dei cittadini che entravano assetati di qualcosa da bere e da ascoltare. Il club era attivo fin dal 1932 e aveva raggiunto con il tempo una tale notorietà che diversi celebri cubani gli avevano dedicato canzoni.

Era legato alla società nera della città: nella capitale ne esistevano diverse, prima della rivoluzione di Castro, ognuna legata a una diversa etnia. Dopo il ’59 vennero abolite a favore dell’apertura di centri di socializzazione privi di discriminazioni sociali o etniche. Nel ’62 il club venne chiuso e pian piano la musica popolare venne spinta sempre più ai margini dello spettacolo, ritenuta poco consona al socialismo reale.

Fu Juan de Marcos González negli anni Novanta, poco dopo il crollo dell’URSS, a proporre di riunire diversi musicisti per ricreare l’atmosfera e il sound della musica cubana tradizionale. Ne parlò con Nick Gold, presidente della World Circuit Record, scelse il nome dell’orchestra, Afro-Cuban All Stars, e, più in missione per conto di Dio di John Belushi, riunì quegli artisti che negli anni si erano allontanati e avevano messo da parte la musica suonata nel Buena vista: Compay Segundo, Ibrahim Ferrer, Manuel “Puntillita” Licea, José Antonio, Pío Leyva, Raúl PlanasManuel “Guajiro” Mirabal, Javier Zalba, Orlando López (Cachaíto), Rubén González, Miguel Angá.

Nel ’96 Ry Cooder, chitarrista e autore di vari album in cui ha esplorato diversi generi della musica americana delle radici, decide di collaborare con gli Afro- Cuban All Stars, e nel ’97 esce il loro album Buena Vista social club. Seguirà l’anno dopo l’omonimo documentario di Wim Wenders, che aveva conosciuto la musica cubana grazie a Cooder con cui collaborava per la realizzazione di alcune colonne sonore.

L’album si apre con Chan
Chan
. Disse Compay Segundo che la scrisse:

«Sono pochissime le canzoni che puoi cantare con quattro note e basta. Non l’ho composta, l’ho sognata. Sogno la musica. A volte mi sveglio con una melodia in testa, e posso distinguervi chiaramente gli strumenti. Come se fosse stata suonata in strada. Una volta mi sono svegliato sentendo queste quattro note, ci ho messo un testo ispirato a una favola sentita nell’infanzia, Juanica y Chan Chan, e ora la sanno ovunque. Sono stato a Santa Clara-Las Villas e la sapevano tutti; a Santiago de Cuba e la conoscevano anche lì. Se passo davanti a una scuola, c’è un bambino che dice “Guarda, è Compay Segundo”, e inizia a cantare “De Alto Cedro voy para Marcané / luego a Cuerto voy para Mayarí”».

Ciò che era di pochi era ora conosciuto ovunque e la fama addirittura lo precedeva ovunque andasse.

La musica è anche questo: memoria, gioia di ricordare, di ritrovarsi e rievocare insieme. Senza la pretesa di trasmettere per forza messaggi o morali, ma con l’esigenza di stare bene insieme, e far star bene gli altri: si districa così un filo dorato che unisce centinaia di vite, di lingue, di etnie, senza che sappiano bene perché.

La musica cubana dava gioia a questi ragazzi che suonavano e questo arriva subito a chi ascolta: forse per questo piace ancora oggi, oltre i limiti di spazio e tempo. Ci riporta a qualcosa di universale, che è la gioia della compagnia, del ritrovo, del poter sgravarsi del fardello di pensieri e preoccupazioni a fine giornata per stare insieme. Qui, a Cuba, fino a Mayari.

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Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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