Donato Santoianni: «La musica è una cosa seria»

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In foto, Donato Santoianni

In foto, Donato Santoianni

Donato Santoianni è un cantautore tanto giovane quanto risoluto. Appena adolescente, ha sfiorato il palco dell’Ariston, senza tuttavia riuscire a salirci; a sedici anni, è diventato un fenomeno del piccolo schermo; ora ne ha ventiquattro e sta per pubblicare un disco «coraggioso», così lo definisce. Intanto sono usciti due brani, diversi ma complementari, che lo anticipano. Ne abbiamo parlato. Ecco cosa ci siamo detti.

Partiamo dal presente. Partiamo da uno dei due brani che anticipano l’uscita del tuo nuovo album. Il suo titolo è Voglio vivere di musica, che è già un manifesto di speranza e di caparbietà. Il testo recita così: “Voglio vivere di musica, di questi tempi è la più grande forma di rivoluzione”. Sei un coraggioso o un incosciente?

Hai centrato il significato più profondo del testo di Voglio vivere di musica. Sta tutto in questa domanda: pensare di poter fare – dell’arte, della cultura o di semplici canzoni – la propria vita è da coraggiosi che seguono il proprio sogno o da incoscienti che non vogliono accettare una scrivania al posto del palco? Non mi ritengo incosciente, anzi, è stata proprio la consapevolezza a portarmi a scrivere questo brano che rappresenta per me un manifesto. Una dichiarazione d’intenti. Non so se posso definirmi coraggioso, ma di sicuro il messaggio che voglio cercare di dare lo è. Le canzoni sono una cosa seria, i contenuti hanno un valore. Dire queste cose oggi è da coraggiosi, pensa come siamo messi. Per questo non mi vergogno di pensare spesso “Fossi nato prima!”. Dovrei chiamare così il mio disco: Fossi nato prima.

Il secondo brano inedito è Il turno infrasettimanale. Si tratta di un brano coperto da una corazza di leggerezza, ma – in verità – assai ironico e pungente. Apparentemente è molto distante da Voglio vivere di musica, ma – di fondo – s’avverte lo stesso senso di incertezza e di irrequietezza per un futuro che non si è ancora compiuto. Me ne parli?

A differenza di tanti musicisti che conosco e frequento, io ho sempre avuto una forte passione per il calcio. Ho giocato per molti anni e ho imparato, correndo sull’erba, tanti dei valori che trasferisco nella vita di tutti i giorni. In realtà, come hai detto giustamente tu, il calcio in questa canzone è solo una metafora che mi permette di affrontare con ironia e leggerezza un tema molto più complesso e sociale. Ho voluto rivalutare la semplicità dell’uomo medio. Ho provato a rivalutare le emozioni semplici. Quando ho cominciato a scrivere Il turno infrasettimanale sono partito proprio da questa sfida. Non mi vergogno a dire di essere uno di loro! Anzi, ne vado fiero. Ho pianto a urlare “Gol di Grosso” nel 2006 e il ricordo di quell’esultanza mi emoziona ancora oggi. La vera domanda è: in un mondo in cui il valore delle cose pesa molto di più di quello delle emozioni, è davvero così banale l’emozione di un gol? Da qui questo senso di incertezza che hai percepito, che fa parte di me, ma che sto cercando di colmare. Anche se tutto va nella direzione opposta, io continuerò a emozionarmi per cose semplici, anche per una partita di calcio il mercoledì sera.


Nel mio iPod si passava da Sergio Cammariere ai Green Day senza intermediazione. Entrava e usciva musica di ogni genere, ma alcuni pochi artisti rimanevano fissi senza farsi scalfire dalle mie personalissime mode del momento. Tenco, Dalla, Battisti.


Torniamo indietro, a prima dei tuoi sedici anni. C’è un motivo per cui ti chiedo di raccontarti fino a quell’età, ma andiamo con ordine: quale musica ha accompagnato la tua prima adolescenza e la tua crescita umana e artistica?

Come ogni adolescente, ho avuto delle fasi di ascolto completamente fuori controllo. Sono passato dal jazz al punk nel giro di una settimana, per tornare al jazz la settimana dopo. Nel mio iPod si passava da Sergio Cammariere ai Green Day senza intermediazione. Entrava e usciva musica di ogni genere, ma alcuni pochi artisti rimanevano fissi senza farsi scalfire dalle mie personalissime mode del momento. Tenco, Dalla, Battisti. Loro mi hanno accompagnato dai primissimi anni della mia formazione umana e artistica e ancora oggi non mi lasciano nemmeno un secondo. Sono stati un vero punto di riferimento nella mia vita, come se fossero realmente miei amici! Nonostante questo mi portasse a volte a isolarmi e a non creare dei reali e sinceri rapporti di amicizia, in questo mondo virtuale fatto di canzoni e di confidenze immaginarie con Lucio sotto i portici a Bologna, non mi sono mai sentito solo. Anzi, ho avuto un’adolescenza stupenda. Battisti ha avuto anche un ruolo fondamentale per la mia famiglia, i ricordi più belli di condivisione e di affetto familiare hanno tutti una chitarra scordata che suona Battisti come colonna sonora.

Ti ho chiesto di fermarti prima dei tuoi sedici anni, perché poi è arrivato Ti lascio una canzone

Mi permetto di fare il pignolo e di precisare che prima dell’esperienza a Ti lascio una canzone avevo già cominciato un precoce (probabilmente troppo) percorso artistico, che mi aveva portato a dei risultati inaspettati. Nel 2008 avevo raggiunto la finale del Festival di Castrocaro e nel 2009 con la vittoria all’accademia di Sanremo (ai tempi SanremoLab) avevo sfiorato il palco dell’Ariston senza poi raggiungerlo (e per fortuna è andata così). Ho fatto questo preambolo biografico solo perché è fondamentale capire con che stato d’animo arrivavo alla mia partecipazione al programma Rai. Nel 2009 incontro la Warner Music Italia che mi propone un contratto discografico e che mi dà come unica condizione quella di partecipare al programma televisivo Ti lascio una canzone. Forse l’unica in grado di poter raccontare realmente quell’esperienza è mia madre, perché – essendo io minorenne – fu costretta a seguirmi settimanalmente in quello che per me non era un divertimento. Non ho mai pensato fosse una buona idea partecipare e non l’ho mai nascosto. Povera Mamma! Ancora oggi penso che, presa singolarmente, sia stata una parentesi totalmente inutile del mio percorso. Cosa diversa invece sono i rapporti umani e le bellissime persone che ho incontrato tra genitori e ragazzi. Ma questa intervista nasce per parlare di musica e di percorso artistico e quella mia esperienza a Ti lascio una canzone per me rimane un boccone amaro che ho dovuto ingoiare solo ed esclusivamente per poter poi arrivare a un progetto discografico con una major.

È lì che sarei arrivato, a soli sedici anni hai pubblicato il tuo primo disco.

A pochissime settimane dalla fine del programma Rai, esce il mio primo album per Warner Music Atlantic, dal titolo Swinging Pop. Il progetto iniziale che stavo realizzando insieme al mio produttore, che ai tempi era Giuliano Boursier, era in realtà un progetto totalmente inedito e devo dire anche piuttosto interessante. Avevamo delle belle canzoni e Giuliano aveva fatto un ottimo lavoro di scelta e di stile. Un progetto raffinato. Poi, come in ogni progetto, le carte cambiano quando meno te lo aspetti e insieme a Warner si decide di accantonare tutto e di pensare di iniziare con un EP costruito su cover di grandi brani celebri, riarrangiate in quello che in quel periodo era lo stile che più mi rappresentava, lo swing. Il disco, come prevedibile, non andò nei migliori dei modi e nonostante una discreta attenzione mediatica, anche internazionale, si trasformò in un valido motivo per far sì che quello che doveva essere solo un passo verso il disco di inediti diventasse il primo e ultimo con Warner. Oggi riascoltare quel disco mi fa pensare a quanto fossi poco pronto per capire davvero quale strada volevo prendere, ma sono orgoglioso di tutto ciò che quella esperienza mi ha permesso di fare. In quei tre anni ho raccolto gli elementi che oggi mi permettono di potermi definire convinto e sicuro della strada che voglio intraprendere, della musica che voglio fare e delle cose che voglio scrivere.

Com’è cambiata la tua percezione della musica dopo aver partecipato a un programma come Ti lascio una canzone?

La mia percezione della musica non è cambiata. Se c’è una cosa che ho sempre saputo è che le canzoni sono una cosa seria. Ho capito però una cosa fondamentale per quello che poi è stato il continuo del mio percorso: che la televisione e la musica sono due cose ben distinte e che spesso non vanno particolarmente d’accordo. Questo ha cambiato in maniera decisiva anche la mia persona. Ho vissuto una lotta interiore continua in quei mesi, perché mi rendevo conto che non ero nel posto giusto ma, nonostante questo, dovevo continuare a starci.

Mi sorge spontaneo chiederti perché tu abbia scelto di non partecipare più ad alcun talento.

A questa domanda ho indirettamente già risposto. Sono convinto che le dinamiche di un programma televisivo non possano combaciare con le esigenze artistiche di chi vuole fare musica, per il senso che do io al “fare musica”. Ritengo che i talent siano dei programmi televisivi spesso vincenti e costruiti in maniera impeccabile. Questo si può dire dei talent perché è di televisione che si parla. Poi c’è anche la musica, ma quella è secondaria. Quello che conta è il risultato finale del format televisivo in termini di ascolti. La musica è una parte del tutto, uno degli attori. I talent sono ottimi programmi TV. Dei ragazzi che partecipano penso che, se hanno la forza di riuscire a sfruttare questo mezzo fino in fondo, fanno bene a presentarsi e a crederci fino in fondo. Si tratta di un compromesso. Io ho promesso qualche anno fa di non trasformare più la musica in un peso per colpa di un programma TV. Le voglio troppo bene per cambiare idea. Questa però rimane una mia personale lettura, legata al mio modo di valutare. Alla fine è a me che devo pensare, non sono io a poter dire agli altri cosa sia più giusto fare. Permettimi di dire però che il crollo della musica popolare in Italia non può essere addossato ai format televisivi. Le colpe sono del sistema discografico che ha, con pigrizia, trasformato un programma televisivo nella direzione artistica della loro programmazione discografica.

Se ti dico Gianni Bella, cosa mi rispondi?

Ci vorrebbe un’intera intervista per riuscire a spiegare al meglio che cosa rappresenta per me Gianni. Un maestro artistico e un maestro di vita. Quando nel mio percorso ho incontrato Gianni, ho avuto la prova definitiva che davvero si potesse provare a fare musica e a scrivere canzoni per vocazione e per talento. Lui di talento ne ha tanto, io ho provato a rubare qualcosa copiando qua e là. Questa è la verità. Ha scritto dei capolavori assoluti e mi ha insegnato con le sue canzoni a dare la giusta dignità che merita alla musica popolare. Credo che di autori come Gianni Bella, in grado di scrivere belle canzoni, con intelligenza e contenuti, che fossero però anche dei grandi successi popolari, ce ne siano stati pochissimi. È stato in grado di essere un innovatore silenzioso e ha lasciato un’impronta indelebile e irripetibile nella discografia italiana. Oggi non vedo nessuno in grado di sostituire o di “imitare” un percorso importante come il suo. Per questo mancano le grandi canzoni e di conseguenza le nuove grandi interpreti. Ho parlato di lui come autore perché il mio pensiero sull’uomo è talmente profondo e intimo che preferisco tenermelo stretto. Ma poi alla fine una delle mie più grandi convinzioni è che si possa capire un uomo anche e soprattutto da quello che scrive e che canta. Gianni ha scritto delle grandi canzoni e la valutazione umana non può che essere la stessa.


Dieci anni fa mi immaginavo su un palco a raccontare delle storie e a condividere parole. Forse sono un eterno ragazzino, illuso e sognatore, eppure continuo a immaginarmi così.


Abbiamo parlato di passato, poi di presente, adesso tocca al futuro. In autunno uscirà il tuo primo, vero album, un disco di inediti. Cosa ti aspetti e cosa dobbiamo aspettarci noi?

Non mi sono creato aspettative, perché pensare troppo al riscontro di pubblico o a quello che sarà delle canzoni non mi permette di scrivere in maniera vera e sincera. Ho scritto tante canzoni in questi anni e questo disco sarà il sunto di tutto quello che avevo da dire e che ho tenuto dentro per diversi anni. Sarà un disco da cantautore puro, con solo brani inediti, ho scritto testo e musica di ognuno. Sono convinto che al suo interno ci sia tanta sincerità e quasi tutto di me. Questa è l’unica paura che un po’ mi porto dentro. Questa volta ho fatto davvero All In e chi ascolterà il mio disco potrà dire in un certo senso di conoscermi. Fa un po’ paura, ma la condivisione è il vero motivo che mi spinge a scrivere canzoni e forse, questa volta, a quella che è stata la tua prima domanda, potrò rispondere di essere stato coraggioso per davvero. Ecco, sarà un disco coraggioso.

Proviamo a riassumere passato, presente e futuro in una sola domanda: dieci anni fa, come ti immaginavi oggi? E, oggi, come ti immagini tra dieci anni?

Dieci anni fa mi immaginavo su un palco a raccontare delle storie e a condividere parole. Forse sono un eterno ragazzino, illuso e sognatore, eppure continuo a immaginarmi così. Tra dieci anni spero di poter ancora essere qui a raccontare di canzoni. Che facciamo, ci risentiamo tra dieci anni?

Concludo sempre le mie interviste con la stessa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

La parola più importante nella mia vita è memoria. Perché credo nei cicli della vita e penso che, per costruire un futuro al meglio delle nostre possibilità, bisogna sempre partire e capire quello che c’è stato prima. Oggi posso sicuramente dire che di memoria ne abbiamo poca e che, dal passato, spesso, non si impara proprio niente. Si dice sempre di smettere di pensare al passato, di guardare avanti… che grande errore.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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