L'Africa di Doris Lessing che odora di colonialismo

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In foto, Doris Lessing, autrice di Racconti Africani

In foto, Doris Lessing, autrice di Racconti Africani

Quando ho scelto Racconti Africani l’ho fatto senza pensarci, perché dopo che vai avanti a pranzo e a cena con le fiabe di Iperborea hai bisogno di qualcosa che ti faccia sentire l’odore dell’umido, della brezza all’alba e qualche insolito rumore delle terre africane.

Doris Lessing sa quel che scrive, sa cosa racconta. E lo sa anche chi nel 2007 le ha conferito il Premio Nobel per la letteratura in quanto «cantrice dell’esperienza femminile che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa».

Figlia dell’Iran e di genitori inglesi si trasferì giovanissima con la famiglia in una delle colonie dell’Inghilterra, la vecchia Rhodesia. Parliamo della decade 1920, dei primi anni di vita di Doris che diverrà Lessing solo uno o due anni prima del suo secondo divorzio del 1949, quando frequentando un’associazione culturale di orientamento comunista, il Left Book Club, conosce Gottfried Lessing. Le sue attività, la sua ribellione e quella voglia di star poco dietro alle regole la rendono ai miei occhi una seconda versione di Ann Dunham, una donna che col matrimonio non riesce proprio a convivere e che vive un po’ contro corrente, alla spietata ricerca di libertà, soprattutto intellettuale.

E così, dopo trent’anni di vita in Africa, si trasferisce a Londra dove a partire dal 1950 inizia a pubblicare. Il primo decennio è sviluppato tutto sul fallimento delle politiche coloniali britanniche e sul quel modus vivendi che si nutre di ipocrisie della vita e della società borghese. L’impegno e la forza dimostrata le costerà l’espulsione dallo Zimbabwe e dal Sudafrica. Racconti Africani – pubblicato da Feltrinelli nel 1989 – è uno dei primi frutti di queste sue denunce.

Non a caso, quando comincerete a leggere Racconti Africani, sarete un po’ spaesati. Magari vi aspettavate le fiabe africane, magari invece le solite e un po’ inconsuete storie d’amore tra padroni e schiavi come fosse uno scritto di un William Shakespeare color cioccolato.

Dal 1888 e per quasi 100 anni la Rhodesia – divenuta poi Zimbabwe – ha vissuto sotto il dominio inglese. Una terra che altro non è che una figlia adottata contro la sua volontà e resa schiava. Bombardata fino alla fine pur di non sciogliere quel cordone ombelicale obbligato. E Doris Lessing ci parla di questo conflitto ma non in termini tecnici, bensì in termini sociali, entrando nelle case dei padroni e nelle capanne degli schiavi.

Dettaglio della copertina di Racconti Africani, edito da Feltrinelli

Dettaglio della copertina di Racconti Africani, edito da Feltrinelli

La potenza di Lessing è forse concentrata qui, in questi undici racconti. Perché passo dopo passo farete fatica ad ammettere che non vi eravate mai soffermati abbastanza su questi aspetti di vita, sulle contraddizioni borghesi e sulla cattività di quel colonialismo. Perché in Africa si sono ritrovati da padroni della propria terra a schiavi e i figli di quegli schiavi altro non erano che animali in uno zoo, nati in cattività e cresciuti a debita distanza. Quando il bianco predomina e crede di dover predominare sul nero. Un colore sull’altro, una cultura sull’altra.

Ed è davanti a questo che Doris mette il lettore nel primo racconto di Racconti Africani, Il vecchio capo Mshlanga. Una bambina che si scontra con la forza e la spiritualità di un capo che non cede a quell’educazione impartita al bianco dal bianco stesso. Alla bambina collassano i miti, le credenze sulle quali è cresciuta e si è sviluppata. Un nuovo punto di vista che ti apre la strada in questa terra di ingiustizie sociali.

Il lettore, per quanto aperto sia, non può far altro che cedere sotto lo stesso peso al quale cede la bambina. Ed una volta crollate le certezze può finalmente proseguire il viaggio nei dieci racconti rimasti.

In questi Racconti Africani, Lessing non fa altro che mostrare ogni punto di vista, da ogni angolazione. La vita dell’uomo bianco, quella del nero. La vita delle donne bianche costrette a vivere come mogli benestanti di agricoltori che fino a poco prima erano magari vissute come mogli di banchieri, come la mamma di Doris. Ti accoglie la solitudine di queste donne, l’importanza dell’avere un cane col quale giocare e condividere le meraviglie – ed i pericoli – delle terre africane.

La bellezza di questo libro non sta nelle parole, nel tema trattato. Ma in quello che ti lascia. Niente toni lamentosi, niente pietà da provare. Ma la consapevolezza di come andarono, in parte, le cose.

La facilità con la quale un servo, un contadino con più mogli si liberava del corpo di quella più vecchia, di come una moglie lasciata sempre sola dal marito agricoltore finisce per cedere alle tentazioni di un altro uomo, un uomo normale. O la facilità con la quale i cani che tanto i due ragazzi amavano finiscono per vivere intensamente quasi dimenticandosi dei due fratelli che si sentono abbandonati da queste bestie ma che ad ogni loro ritorno accolgono con lacrime, cibo e acqua. La vita che cammina fra la paura del nemico, di uno sciame di locuste e di un negro che chiede più del dovuto. Questi racconti e le parole di Doris Lessing lasciano tanto al lettore, più di quanto non faccia un libro di storia.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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