Van De Sfroos: siamo come un contrabbandiere

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In foto, Davide Van De Sfroos

In foto, Davide Van De Sfroos

Ognuno di noi ha una lista di artisti che ritiene non abbastanza conosciuti e che vorrebbe che tutto il mondo ascoltasse, autori insostituibili non solo per musica e arrangiamenti, ma anche e soprattutto per i testi. Uno dei miei è Van De Sfroos.

Se non siete grandi estimatori del dialetto lombardo, probabilmente lo conoscete per la sua partecipazione
del 2011 a Sanremo
e probabilmente non sapete che le prime esibizioni risalgono agli anni Ottanta, quando esordì in una band di ispirazione punk (Potage), per poi fondare nel 1990 il gruppo dei De Sfroos, diventato poi la Van De Sfroos Band.

Il suo curriculum vanta un Premio Tenco come Miglior autore emergente, un libro di poesie, Perdonato dalle lucertole, una favola ambientata in un tempo mitico sul lago di Como (Capitan Slaff) e infine le esibizioni al Marriot Hall Center di New York e al French Quarter Festival di New Orleans. Niente male per uno che canta in una lingua che non è neanche ufficialmente una lingua.

Esatto, perché Davide Bernasconi, questo il suo vero nome, usa principalmente dialetto laghée (cioè della zona del lago di Como). Che poi magari detta così vi aspettate uno che parla di fatturare e inserisce con soddisfazione “nè” alla fine di ogni affermazione. E invece Davide Van De Sfroos è uno che si presenta alle interviste in camicia a quadrettoni, che ha scritto brani sulla malinconia del ricordare (Pulenta e galena fregia) e sull’emigrazione italiana in America (E semm partii) come anche sulla balera o sui passeggeri di una corriera. Quando l’intervistatrice della Radiotelevisione svizzera, a proposito di quest’ultima, cercò di capire quale morale voleva far passare ne La Corriera, si sentì rispondere con gentilezza: “Dirti che ha un significato freudiano sarebbe una gran stupidata”.

Van de Sfroos è quello che ha suonato lo scorso luglio a San Siro (“Devo andare in giro a spiegare alla gente che non è uno scherzo”[1]) e che ha fatto aprire il concerto a tre band che avevano fino ad allora suonato in oratorio. È colui che fa cantare la Meloni in dialetto comasco e che si esibisce in una sua versione in laghée di Stardust di Mika; che sfida un autorità pop come Max Pezzali coinvolgendolo in un medley folk e che si presenta a Sanremo con un brano su un improbabile Yanez che va a Cesenatico (“Yanez secondo me è il particolare che non possiamo trascurare. Senza di lui Sandokan sarebbe stato un tamarro” disse in un’intervista).

Il nome d’arte è un riferimento ai contrabbandieri (quelli che, appunto, vanno “de sfroos”). Vi annoierei per ore con tutti i testi suoi che andrebbero letti, ma dovendo sceglierne uno partirei proprio dal contrabbando (il commercio di frodo ha costituito parte importante della storia del comasco, complice la vicinanza con la Svizzera), che ricorre nelle sue canzoni e in particolare nella Ninna nanna del contrabbandiere, in cui il tema viene svincolato da riferimenti geografici e reso accessibile per chiunque ascolti.

Viene introdotta da un canto sardo, Non poto reposare, interpretata dai Balentes: il dialetto non è più un linguaggio elitario comprensibile solo a chi conosce il cantante, ma un mezzo che rende i testi più domestici e intimi, senza che possano essere folkloristici e quindi validi per un gruppo ristretto di persone.

Intervistato da Linus per Radio DeeJay disse: “Io credo che l’italiano sia una lingua potentissima, ma ogni dialetto ha un potere difficile da tradurre. Ha sfumature fondamentali in qualsiasi storia”. Da qui la scelta di recitare una poesia nella lingua del paese, dei genitori, dei nonni; e come tale carica di saggezza e verità tipica dei racconti tradizionali.


Ninna nanna, dormi figliolo
Tuo padre ha un sacco in spalla e si arrampica sulla notte
Prega la luna di non farlo prendere
prega la stella di guardare dove va
prega il sentiero di portarmelo a casa
Tuo padre ha un sacco in spalla che è pieno di tante cose:
ha dentro il suo coraggio, ha dentro la sua paura e le parole che non può dire


È bella l’idea del pregare per chiedere che tutto vada bene: come a dire che la sfortuna è una possibilità concreta, che non è vero che basta essere in gamba perché tutto vada bene, che a volte non basta mettercela tutta se si ha contro la montagna coi suoi imprevisti. Il contrabbandiere torna ogni mattina, perché ogni volta ha fatto il suo meglio per farcela e anche perché ogni volta il sentiero non lo ha mai tradito.


Ninna Nanna, dormi figliolo che sogni un sacco in spalla
per arrampicare dietro a tuo padre
su questa vita che viviamo di frodo
su questa vita che sogniamo di frodo
in questa notte che preghiamo di frodo
Prega il Signore a bassa voce
con la sua bricolla a forma di croce


E, con questo riferimento simbolico-religioso dell’uomo che porta il suo fardello su per il monte, Van de Sfroos amplia l’immagine del contrabbandiere e sorprendendoci ci include: quell’uomo sono io, sei tu, mio, questa arrampicata nella notte col cuore in gola e cercando di vincere ancora una volta le leggi logiche della giustizia umana è ciò che affrontiamo ogni giorno. Quell’uomo che cerca di svolgere la propria missione sfidando il buio e la montagna non ci è estraneo.

Disse di questo brano:

La simbologia del contrabbandiere con il sacco in spalla, che attraversa la notte e il monte per portare il suo peso oltre la frontiera, si fonde con quella di ogni uomo nei suoi sforzi quotidiani sulla pista alterna della vita stessa. Nasce da una storia di mia madre, che andava a volte a dormire da una sua amica, la quale aveva il padre che di notte si svegliava e partiva con un misterioso abbigliamento; rimanevo colpito dalla figura della madre, ovvero della moglie del contrabbandiere, che guardandolo andare dai vetri della finestra, mormorava una sua preghiera, la stessa che avrebbe detto la moglie di un finanziere.[2]

La ninna nanna è una dedica d’affetto e preghiera insieme, una poesia che la voce narrante recita al proprio cuore inquieto, ogni sera, prima di chiudere gli occhi e lasciare che il proprio fardello di pensieri cali insieme al sole per qualche ora.

A dispetto del nome non verrà cantata a un bimbo: non parla di streghe, lupi o mostri immaginari ma delle reali ombre che ci agitano, come anche delle speranze più primordiali e più sincere che conosciamo. L’auspicio che vada tutto per il meglio, il desiderio di far star bene quelli che amiamo, la voglia di farcela e di essere all’altezza delle nostre aspettative.  Ed è allora che la scelta del dialetto, e il tema di un contrabbandiere, vengono elevati e trasformano una preghiera intima in poesia universale.


Fonti:
1. Intervista a Davide Van De Sfroos (#CELAPOSSOFARE) su Rsi (Radiotelevisione svizzera)
2. Davide Van de Sfroos, Ninna Nanna del Contrabbandiere: testo, traduzione e video ufficiale su Nuove Canzoni

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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