Carmen Consoli, l’Indiegeno è fimmina

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Carmen Consoli © partedeldiscorso.it / Alessia Scarpinati

Carmen Consoli © partedeldiscorso.it / Alessia Scarpinati

Il nove agosto, l’Indiegeno Fest è stato protagonista e promotore di un nuovo appuntamento musicale, stavolta nell’incantevole scenario del Teatro Greco di Tindari, un luogo di indiscussa bellezza, sospeso tra l’acqua cristallina del Tirreno e il soffitto azzurro del cielo. Si è trattato del penultimo appuntamento della quarta edizione del festival. A salire sul palco sono stati, in ordine, la cantautrice riminese Elisa Rossi, i Persian Pelican, capitanati dal marchigiano Andrea Pulcini, e Carmen Consoli, che ha coinvolto il pubblico in uno spettacolo di quasi due ore.

Difficile raccontare cosa significhi partecipare a un suo concerto, perché Carmen è più di una cantautrice. È un’acrobata delle parole, le usa con tagliente precisione, con assoluta consapevolezza. Sa essere ironica, di un’ironia amara, acuta, quindi affilata. Sa essere malinconica, di una malinconia che è un assaggio di dolore, un pizzico sulla pelle, un abbraccio in stazione prima di salutarsi. Sa essere schietta, di una schiettezza che si fa – spesso – provocazione. Sa essere magnetica, senza dover impressionare. Sa essere sensuale, senza mai scoprire un lembo di pelle o di pudore. Sa essere donna, senza doverlo mai dimostrare.

Carmen è femmina o – per meglio dire – fimmina. In dialetto siciliano ha un’accezione più complessa, più peculiare, persino più complicata. La sua innata sensualità appartiene alla consapevolezza del suo ruolo di donna, all’abilità con cui maneggia il suo talento, all’eleganza con cui lo concede al pubblico, al garbo con cui si concede all’arte, alla fermezza con cui si esprime, nei suoi testi e sul palco. È fimmina perché non ha bisogno di mortificare la sua femminilità per farsi ascoltare. È fimmina perché è padrona del suo palcoscenico, senza mai smettere i panni della donna raffinata che è.

Difficile raccontare cosa significhi partecipare a un suo concerto, dicevo, perché Carmen è più di una musicista. Quando imbraccia la sua chitarra, diventa ipnotica, cattura l’attenzione dei suoi spettatori, che non riescono a distogliere lo sguardo dalle sue mani sapienti, che pizzicano le corde del suo strumento con un talento magistrale. Quando imbraccia la sua chitarra, un filo sottile la lega a doppio nodo al suo pubblico, s’annulla ogni distanza. La chitarra è il prolungamento di Carmen, il prolungamento della sua espressività, che diventa prorompente, disarmante, coinvolgente.

Difficile raccontare cosa significhi partecipare a un suo concerto, ripeto, perché Carmen è il suo repertorio, è tutte le sfumature dei suoi brani, che non sono mai colori tenui. La musica di Carmen è fatta di toni e tonalità forti, intensi, travolgenti. Le sue canzoni non sono ma innocue, ognuna scoperchia un’emozione diversa, una sensazione sottile, tanto da modificare persino la reazione del pubblico alla fine di ogni pezzo: dopo Mandaci una cartolina, l’applauso è stato dimesso e commosso; dopo AAA cercasi, scrosciante e indomito; dopo Amore di plastica, lungo e grato.


Dietro un grande artista, c’è sempre un grande pubblico. Non so se io sia una grande artista, ma so che voi lo siete. E siete pazienti e attenti, grazie.


È un pubblico attento, quello di Carmen Consoli, caloroso e paziente, rispecchia esattamente l’essenza della sua beniamina. Carmen non racconta mai sensazioni tiepide, non sbriglia mai emozioni miti, quindi non ottiene mai reazioni trascurabili. E quello che è successo all’Indiegeno Fest ne è la prova più inconfutabile: non è stato soltanto un concerto, ma un viaggio composito, fatto di storie intense, ognuna – a suo modo – unica: Carmen ha cantanto la storia di Maria Catena, una giovane vittima di maldicenze e ignoranza, in una società bigotta in cui “ogni menzogna alla lunga diventa verità”; ha cantato Mio zio, la storia di una donna abusata dallo zio, in cui – con cruda ironia – racconta il giorno del funerale dell’uomo, “Ho messo un rossetto rosso carminio e sotto il soprabito niente, in onore del mio aguzzino”; ha cantato la già citata AAA cercasi, una fotografia beffarda e irriverente del nostro paese, che riassume tutto il suo sarcasmo nel verso “Il bel paese premia chi più merita”.

Tante storie, dicevo, tante verità, ognuna raccontata con scrupolosa precisione: Carmen accompagna per mano lo spettatore, fa sì che attraversi le storie che racconta, le sue canzoni non sono mai accenni di vita, ma capitoli conclusi e risolti. Le sue canzoni hanno un inizio, una fine e una morale, una ragione che le giustifica, un senso profondo che le spiega. Perché Carmen, quando non ha nulla da dire, resta in silenzio. Non c’è, nel suo repertorio, un solo brano che serva a tradire il suo silenzio, a riempirlo o a mortificarlo. E lo stesso vale per i suoi concerti. Durante la penultima serata dell’Indiegeno, Carmen ha cantato ventidue canzoni e ha mostrato ventidue volti, tutti perfettamente riassunti nelle parole che ha pronunciato poco prima di lasciare il palcoscenico: «Dietro un grande artista, c’è sempre un grande pubblico. Non so se io sia una grande artista, ma so che voi lo siete. E siete pazienti e attenti, grazie».

Il live di Tindari si è aperto con la vulcanica ‘A finestra, brano in dialetto catanese, contenuto nell’album Elettra; è stata poi la volta de Il pendio dell’abbandono, Mio zio, Mandaci una cartolina, L’ultimo bacio, Fiori d’arancio, Geisha, L’eccezione, Maria Catena, L’abitudine di tornare, AAA cercasi, Guarda l’alba, in una sontuosa performance piano e voce, Parole di burro, Bonsai, Venere. Dopo una breve pausa, Carmen è tornata sul palco per concludere il suo spettacolo con Fino all’ultimo, Contessa miseria, Confusa e felice, Amore di plastica, Blunotte e In bianco e nero. Non è mancata poi una cover, Little Green, in una versione acustica, con il solo ausilio della sua chitarra.

Con Carmen Consoli, l’Indiegeno non si è colorato (soltanto) di rosa, ché Carmen è scevra da ogni cliché. Non è rosa, la sua musica. Non ha un colore soltanto, nemmeno una direzione sola, ma su un punto non transige: non conosce compromessi. E così, sul palco del Teatro Greco di Tindari, Carmen ha cantato la sua fedeltà alla vita, quindi alla musica, quindi alla sua essenza più profonda. Il risultato è che l’Indiegeno, per una notte, è stato femmina. Anzi, fimmina. Ed è un’esperienza che vorrà ripetere, ne sono certo.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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