Chi si accontenta gode?

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In foto, Ewan McGregor in Trainspotting. Nel celebre monologo iniziale del film parla del rifiuto della vita moderata.

In foto, Ewan McGregor in Trainspotting. Nel celebre monologo iniziale del film parla del rifiuto della vita moderata.

Quante volte, innumerevoli e inclassificabili, ci siamo sentiti dire la fatidica frase: “Chi si accontenta gode”, come un monito a non andare oltre i propri limiti, un invito a volare basso perché da lì la caduta fa, inevitabilmente, meno male.

Ma è davvero così che bisogna vivere? Accontentandosi del tiepido, del blando, dell’afferrabile e sostenibile?

Ho sempre letto molto, divorato libri su libri, vissuto le parole di mille scrittori diversi, inciso sulla mia pelle tutte le loro sensazioni e, forse per questo o forse per la mia stessa natura umana, ho sempre desiderato tanto. Ho una smania di vivere incontenibile, mi pulsa sotto la pelle, un battito incessante, continuo, quasi doloroso. Perché dovrei accontentarmi? Perché dovrei vivere a metà?

Fin da bambini ci hanno insegnato a preservarci, a vivere sotto una campana di vetro avvolti in una tenera e calda bambagia. Ma vivere intensamente vuol dire anche scottarsi, farsi male, sbucciarsi le ginocchia, una, due, dieci volte. Vivere intensamente vuol dire piangere e soffrire senza ritegno e senza vergogna, farsi investire dalle emozioni e buttarsi senza remore, a capofitto, nell’oceano degli eventi che, continuamente, infrange le proprie onde contro la nostra carne, debole scoglio fatto di paure e timori, ma anche di sentimenti e di vita. Vivere intensamente vuol dire amare, ma anche odiare, con ogni singola cellula del nostro corpo, ciò che ci circonda e ci coinvolge.

Ecco perché non voglio e non devo accontentarmi. In una calda sera d’agosto, distesa sul letto a guardare il soffitto, ho pensato, per la prima volta, a me stessa che vive una vita che non le appartiene e… ho avuto paura. Paura di restare ingabbiata nei preconcetti e nelle sovrastrutture, paura di trascorrere il mio tempo alienandomi, distaccando me stessa da quello che sono realmente, paura di finire come un personaggio pirandelliano che, a un certo punto della sua vita, ha il così detto “strappo nel cielo di carta” e si accorge di aver sempre indossato una maschera di facciata, di aver vissuto una vita che non gli appartiene. Voglio essere me stessa, autentica e insostituibile, senza paura di sbagliare e senza temere il giudizio altrui.

Voglio vivere le mie emozioni al cento per cento, cadere nella spirale degli eventi e delle relazioni, legarmi alle persone e viverle completamente e senza mezzi termini, aprendomi completamente a chi mi sta di fronte e mostrandogli anche gli angoli più bui della mia personalità.

Che vita è quella che si vive accontentandosi del tiepido, quella che si vive senza bruciare e ardere di passione verso qualcosa, qualcuno. Che vita è quella trascorsa sempre con la mano saldamente tenuta sul freno a mano, a preoccuparsi di tutto ciò che ci circonda senza mai guardarsi dentro realmente.

Cosa ci resterà giunti al termine di questa lunga traversata, solo il ricordo di quello che è stato, e se non è stato intenso e fuori dal comune, se non ha inciso totalmente e incondizionatamente sul nostro essere, se non ci ha cambiato e trasformato, allora cosa è stato?

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Marianna L. di Lucia

Marianna L. di Lucia

20, lettrice accanita, amante del cinema, aspirante giornalista, studentessa di lettere, innamorata delle parole.

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