Chiara Dello Iacovo: «Adesso sono pronta a costruire»

0

Chiara Dello Iacovo è una giovane cantautrice piemontese. Ha solo ventidue anni, ma sembra conservi un’anima millenaria. Si racconta con disinvoltura, sembra un vulcano in piena attività. Quando parla, diventa ipnotica. Il suo aspetto minuto tradisce le sue parole, che sono prorompenti, ma mai affrettate, quindi mai superficiali. Chiara usa le parole con cura, con consapevolezza, con assoluta precisione. E, quando le dice, gesticola, si muove inquieta sulla poltrona su cui è seduta, cattura e conserva intatta la mia attenzione dall’inizio alla fine della nostra chiacchierata. Allora decido di lasciarla fare, di lasciare che sia lei a condurmi dove vuole. Mi perdo nella sua spontaneità, nei suoi occhi che somigliano al mare che ci è di fronte. Siamo all’Indiegeno Fest, beviamo acqua gelata per sopportare l’afa di una domenica siciliana e parliamo come se ci conoscessimo da sempre.

Chiara, che ascoltatrice sei stata, prima di iniziare la tua attività di cantautrice?

Ho attraversato varie fasi. Fino a tredici anni ho subito ascolti passivi da parte della mia famiglia, mio padre ascoltava rock progressivo inglese; mia madre, invece, i nostri cantautori. Quando sono approdata nel mondo del canto ero poco più di una bambina, allora ascoltavo tutto ciò può essere la musica preadolescenziale, da Disney Channel ad Avril Lavigne, spaziando tra tutta la musica anglosassone. Diciamo che il primo approccio personale con il cantautorato è avvenuto a diciassette anni, quando ho scoperto Maddalena di Mannarino. È stata una folgorazione per me, è stato quel brano a portarmi a scrivere in italiano. Quando ho iniziato, infatti, scrivevo in inglese. Allora sono andata a ritroso, ho riscoperto De Gregori, Dalla, De André. Da lì di nuovo un salto in avanti, verso il cantautorato degli anni Novanta. Tra i cantautori degli anni Novanta metto anche Jovanotti. Fino ad arrivare all’anno scorso, quando ho girato in lungo e in largo tutta l’Italia, per via dei miei concerti, e sono venuta a contatto con molte realtà che non conoscevo e che mi hanno realmente sconvolta.

Il cantautorato, infatti, rappresenta un tassello importante per la tua carriera, perché hai iniziato con The Voice, un programma in cui la protagonista assoluta è la voce, ma tu ti sei fatta notare per i brani d’autore che hai interpretato. Una scelta coraggiosa e anticonvenzionale, non hai temuto potesse rappresentare un ostacolo al tuo percorso?

Infatti non credevo neanche di passare la prima selezione! (ride, ndr) Ogni volta che superavo una puntata e accedevo alla successiva, mi chiedevo come fosse possibile. Ero perfettamente conscia di essere in un programma in cui si valorizzava la tecnica vocale. Ma, in quel momento lì, che è stato due anni fa ed ero certamente meno consapevole della mia voce, l’unico modo in cui sapessi esprimermi era quello, mi esprimevo con il mio volto, con il mio corpo. Ero assolutamente in contrasto con quella realtà, i giudici erano voltati di spalle, non potevano vedermi, ma io ho continuato per la mia strada. E sono contenta di non essermi snaturata. Io ero quello e non avrei potuto fare altro che quello.

In una realtà discografica come quella di oggi, che sembra voler etichettare gli artisti e che divide pop, indie e cantautorato, tu sei una cantautrice, hai fatto un percorso pop (prima The Voice e poi il Festival di Sanremo) e sei una delle artiste più apprezzate tra gli indie. Come credi sia possibile tutto questo?

Giustamente ti viene da chiedermi: «Chiara, ma tu chi sei?» (scoppia a ridere, ndr) Sai cosa penso, in verità? Penso che il mondo musicale italiano sia in una fase di melting pot: alcuni gruppi, che erano indie, son diventati pop; altri, considerati pop da tutti, tuttavia non fanno “pop da supermercato”, come lo chiamo io. Quindi le definizioni stanno venendo meno, anche tra gli addetti ai lavori. E ci sono tanti artisti che stanno infrangendo queste barriere, per fortuna. Poi c’è da dire che l’unico paese in cui l’indie è riuscito a diventare un genere musicale è l’Italia, perché l’indie è semplicemente musica indipendente. Ad esempio, prendi Motta, lui è indie, ma non nel modo in cui viene considerato l’indie in Italia. Lo è nell’attitudine alla musica, non nel genere che fa.

E quindi perché, secondo te, in Italia ci ostiniamo a considerare l’indie un genere musicale?

Perché credo ci siano state due o tre band più iconiche, alle quali gli altri si sono accodati, copiandone il modo di cantare o il sound. In questo modo si è formato un bacino di persone che condividono più o meno le stesse caratteristiche musicali. Ma il fatto di avere caratteristiche simili non fa, dell’indie, un genere musicale. Il rock è un genere musicale.

A proposito ancora di cantautorato, a The Voice hai interpretato il brano Ti regalerò una rosa di Cristicchi e poi hai avuto l’occasione di interpretarla insieme a lui a Musicultura. Che esperienza è stata?

È stata un’esperienza assurda. Io e Simone ci siamo sentiti quel giorno stesso per capire cosa fare di quella canzone, avremmo dovuto cantarla insieme, ma la facevamo in modi completamente diversi. Arrivati lì, abbiamo fatto una prova con la chitarra acustica. Mancava qualcosa, non ero convinta, avrei voluto fare altri tentativi. Ma a quel punto ci hanno detto che il soundcheck era finito, che eravamo in ritardo, ma avevamo fatto una prova soltanto! (scoppia a ridere, ndr) Ero un po’ preoccupata, sapevo che avrei potuto fare di meglio, quel brano meritava qualcosa di più. Per cui ho avuto l’idea di cominciare seduta sul bordo del palco e poi tornare indietro, ma Simone non sapeva niente! Sono andata in camerino da lui, sapevo che sarebbe salito sul palco dopo di me, quindi gli ho detto: «Quando salirai, io non sarò in proscenio ma arriverò dopo, ti fidi?» e lui mi ha risposto «Si, mi fido!». Buona la prima, è andata così! (scoppia a ridere, ndr) Proprio per questo è stata un’emozione fortissima, intensa. Un’emozione vera, autentica.

Appena sveglia è il tuo album d’esordio. Niccolò Fabi dice che “alla giusta distanza la vista migliora”. A un anno e mezzo dalla sua pubblicazione, qual è il tuo rapporto con quel disco?

Ho smesso di odiarlo. Mi è capitato di odiarlo, perché volevo prendere le distanze da una cosa con cui ero stata etichettata. Ma quel disco è transitorio, qualunque cosa tu faccia a vent’anni lo è. È stato un trauma essere stata messa a fuoco dagli altri quando io non lo ero ancora. A distanza di un anno e mezzo, non sono le mie idee a essere cambiate. È cambiato il mio modo di raccontarmi, di filtrare le mie verità e le mie consapevolezze attraverso la musica. In Appena sveglia, infatti, mi sentivo una narratrice, anche quando cantavo in prima persona, non mi sentivo protagonista di quello che stavo raccontando. Le cose adesso sono cambiate, nel prossimo disco non sarò soltanto una che racconta quello che vede, mentre se ne sta in disparte. C’è stato il passaggio dalla terza alla prima persona.

Il tuo nuovo disco, però, si sta facendo attendere. Viviamo in una società veloce, in cui tutto si consuma in fretta e c’è sempre l’urgenza di restare sotto i riflettori per non farsi dimenticare. Tu, invece, hai deciso di farti da parte, di non pubblicare ancora nulla di nuovo.

È stata una scelta, certamente non una scelta di calcolo. Come dici tu, in una realtà come la nostra, è controproducente farsi da parte. Ma è stata una necessità fisiologica, non ero pronta a pubblicare un nuovo disco, ognuno di noi ha dei momenti da rispettare. Ci sono dei tempi, nella crescita artistica e personale di ognuno, che non coincidono con quelli di mercato, se quelli di mercato impongono dei ritmi tanto serrati. Quindi ho preferito starmene in silenzio, da parte, a crescere. Il senso di questo mestiere è grande, è profondo, non posso strapparglielo via. In nome di cosa, poi, di due milioni di visualizzazioni su YouTube? Non credo ne valga la pena.

Il tuo rapporto con la musica, adesso che fai la musicista di professione, com’è cambiato?

È migliorato, è assolutamente migliorato. Prima era come se la musica fosse un’entità staccata da me. Sempre accanto a me, ma staccata. Mi ci dovevo applicare. Adesso, più faccio musica, più mi rendo conto di quanto mi venga naturale, di quanto mi appartenga. Prima era come se mi dovessi ancora togliere di dosso quella patina di ruggine che non mi permetteva di sentirmi a mio agio. Io sono una grande osservatrice, assorbo tutto, anche i comportamenti altrui. Quindi, venire a contatto con tanti artisti, a volte anche molto più grandi di me, mi ha insegnato tanto. Guardando chi mi circonda, ho imparato a conoscere me stessa. Ti faccio un esempio: prima, quando dovevo fare una data live, vivevo tutto con ansia, vivevo una forte tensione prima di esibirmi. Adesso sono cresciuta, più vivo di musica, più mi sento in comunione con lei. Fa parte di me.

“Sono clandestina nella mia città / Abito il mondo ma non ho una casa”, canti ne La mia città. Parafrasando questi versi, ti chiedo quanto sia complicato, per una giovane artista come te, trovare la propria dimensione.

Non credo di averla ancora trovata! (ride, ndr) Spero io le stia andando incontro, si procede a tentativi. Secondo me, l’unica via da seguire è quella empirica. C’è chi ha più intuito o più fortuna e riesce subito a imboccare la strada giusta. C’è chi, invece, come me, ha bisogno di sbattere la faccia su tutto prima di decidere quale sia la propria dimensione. Credo di essere a un buon punto, adesso. Credo di essere pronta per cominciare davvero a costruire. È come se questi tre anni fossero stati un grande esperimento, un andare a tentoni, in un buio che non avevo idea di cosa contenesse. Adesso so cosa contiene e credo anche di poterlo gestire, finalmente.

Nel tuo percorso ci sarà ancora il Festival di Sanremo?

Ma non lo so, mi piacerebbe molto! Ma soltanto per un motivo: c’è una cover che voglio portare su quel palco! Una canzone bellissima, che voglio cantare piano e voce, voglio che la ascoltino più persone possibile. Quale palco se non quello di Sanremo potrebbe permettermi di farla ascoltare a milioni e milioni di persone?

Puoi anticiparci il titolo di questa cover?

No, assolutamente no! (scoppia a ridere, ndr) Tra l’altro non so se ci andrò mai più, dovrei avere anche il pezzo giusto, intendo quello inedito!

Durante la tua esperienza a The Voice, hai dimostrato di saperti esprimere non solo con la tua voce, quindi col canto, ma anche con la mimica del tuo corpo. A te piacerebbe unire musica e recitazione?

Eccome! Sono tre anni che tentenno, perché vorrei fare i provini per l’accademia di Arte Drammatica. Ogni anno, poi, c’è qualcosa che mi impedisce di farlo. Anche adesso ci sto pensando… Per il mio modo di vedere l’arte, la recitazione e la musica sono due cose assolutamente inscindibili e imprescindibili. C’è una canzone, nel mio nuovo album, che è stata scritta per uno spettacolo teatrale, che alla fine non è stato realizzato, doveva esserne la colonna sonora. Credo che la sinergia tra immagini e suono sia fortissima. Per me tutte le forme d’arte si incastrano e questa convergenza è necessaria: non posso pensare alla musica senza recitazione, al canto senza un corpo che completa il senso di un’esibizione.

C’è un brano che avresti voluto scrivere tu?

Ce ne sono almeno un miliardo e mezzo! (ride, ndr) L’ultima volta che l’ho pensato è stato con Secondo me di Brunori. Ma ce n’è anche un’altra, quella che fa… “se tu mi chiedi cosa faccio in questa vita, amico mio…” (cantando, ndr) Com’è che si intitola?

Guardando il cielo di Arisa.

Ecco, proprio quella. Peraltro titolo sbagliatissimo, perché intitolarla Guardando il cielo, se durante il brano quel titolo non viene mai menzionato? Però è molto bella.

E se ti chiedessi di dirmi, invece, il disco della tua vita?

Mi metti in difficoltà. Sai che forse non ce l’ho? Però, in compenso, ho un disco dei traslochi, che è Il padrone della festa di Fabi, Silvestri e Gazzè. Lo ascolto sempre durante i traslochi!

C’è ancora una cosa di cui voglio parlare con te. Voglio parlare di compromessi. Secondo te, nel tuo mestiere, un compromesso è necessario?

Dipende dallo scopo che ha la persona che ti propone il compromesso. Ci sono compromessi atti a comprimerti. Altri, invece, sono necessari, si tratta di compromessi che vanno nella tua stessa direzione, quindi è fondamentale sapersi incontrare a metà strada. Io con il mio produttore artistico di adesso, che si chiama Neda, faccio dei compromessi che mi permettono di avanzare. Se ci si ostina a restare del proprio parere, si resta fermi lì, ognuno nella propria posizione, ognuno fermo a difendere le proprie convinzioni senza provare a cambiare prospettiva. O semplicemente a unirne due diverse. Invece ci sono altri compromessi, quelli cattivi, che è come se ti togliessero un pezzo alla volta, ti tagliano un pezzettino per volta fino a darti la forma che vogliono loro. Ma per me quelli non sono nemmeno compromessi.

Come li chiameresti?

Quella è schiavitù. In nome di cosa? Forse in nome di un successo strepitoso, ma dipende tutto dalla sensibilità di ognuno. Il successo è semplicemente una gigantesca lente di ingrandimento: se ti fai schifo perché non ti riconosci, quando diventi famoso, ti fai schifo il doppio. Quindi per me non è fattibile. Io devo essere in linea con me stessa.

Concludo le mie interviste sempre con questa domanda: qual è la parola della tua vita?

La parola della mia vita è l’asdraio. Lo so, è un termine che non esiste. Ho sempre avuto questo problema, sin da quando ero una bambina: leggo troppo in fretta, storpio le parole, capisco quello che mi pare e uso la fantasia per spiegarmi ciò che altrimenti non saprei spiegarmi. Da piccola ero convinta che fosse l’asdraio, con l’apostrofo dopo la elle. Questo è ciò che fa scattare la mia creatività: l’errore, il misunderstanding. (scoppia a ridere, ndr) Sono fatta così, mi basta un’incomprensione per costruirci su un mondo intero che non esiste.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi