Erotismo, ossessione, estasi. Diario di un vecchio pazzo

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In foto, Diario di un vecchio pazzo di Jun'ichirō Tanizaki, edito da Bompiani

In foto, Diario di un vecchio pazzo di Jun’ichirō Tanizaki, edito da Bompiani

Immagino che molti di voi questa estate si siano cimentati nella lettura senza sosta, di quel tipo che nasce dalla voglia di divorare e di riprendere fiato, quasi dovessimo finire poi per assomigliare al Saturno di Goya. Ebbene, grazie ai libri mi sono fatta non pochi viaggi, dall’Africa all’Islanda, all’America. E sono finita fra le pagine di un Diario di un vecchio pazzo, in Giappone.

Non ci sono omicidi, non ci sono amori adolescenziali, quindi se cercate la copia orientale di Twilight lasciate perdere. Jun’ichirō Tanizaki non è stato uno scrittore di amori impossibili che punta tutto sull’aspetto del sentimento non corrisposto. In Diario di un vecchio pazzo c’è la passione, quella dolorosa, per una donna che incarna l’erotismo più assoluto e puro in mezzo a tanta immondizia. In mezzo a tanti preconcetti, a tanti usi e costumi perbenisti incoerenti fra loro e contrastanti con la realtà dei fatti. Ci si può innamorare della propria nuora fino a impazzire?

Per Tanizaki, decisamente sì. E probabilmente per molti altri uomini e donne è stata la stessa cosa. Magari non si parlava di vecchi, di nuore e Giappone, ma in fin dei conti chi ammetterebbe mai di esser giunto alla pazzia e all’ossessione per colpa – passatemi il termine – di un sentimento, di un corpo, del desiderio sessuale?

Ed è di questo che si parla. Di un Giappone che sta convertendo alcune delle sue più antiche tradizioni nella versione 2.0, che è attratto dall’Occidente ma senza darlo a vedere, in punta di piedi come ha sempre fatto. Tutto ciò in un’epoca particolare, quella a cavallo tra gli anni ’50 e i ’70.

Nelle prime pagine del libro Diario di un vecchio pazzo dell’edizione del 2016 della Bompiani, c’è una prima parte nella quale ci viene presentata la vita di Jun’ichirō Tanizaki. Il mio consiglio è quello di leggere quelle pagine. Perché in questo caso, solo conoscendo l’autore sarà possibile comprendere la potenza di questo suo scritto. Perché a conti fatti altro non è che un diario di un uomo anziano, eppure ogni pagina riesce a incastrare il lettore, a fargli immaginare le stanze della casa, il volto dell’anziano, il corpo della nuora e come l’intera famiglia si muove in quegli ambienti. E tutto ciò senza perdersi in dettagli superflui che finiscono col distogliere l’attenzione.

In foto, Jun'ichirō Tanizaki, autore di Diario di un vecchio pazzo

In foto, Jun’ichirō Tanizaki, autore di Diario di un vecchio pazzo

Tanizaki racconta di un erotismo puro, che niente deve spartire con quei frustini e quegli amplessi contemporanei. Ed è così che il lettore avrà modo di sperimentare il vero erotismo che culmina con l’estasi. Il tutto, ricordate sempre, incastonato in una cultura, in un tempo e in una società che ben poco concedevano. Una società che forse, ancora oggi, mantiene quel rigore e quell’eccesso figli del contrasto più puro e assoluto.

Nel Diario di un vecchio pazzo c’è una parte di vita vera e vissuta di Tanizaki, che qui diventa il signor Tokusuke, anziano e decisamente benestante. Anziano per l’epoca, intendiamoci. Oggi, in Occidente, sarebbe un comune “vecchio impotente pieno di soldi che cerca una donna più giovane”.

Con il passare del tempo Tokusuke non è più in grado di tenere aggiornato il diario e così, alla fine del libro, vengono aggiunti come contrappunti le note redatte da chi gli era accanto. La figlia più grande, il medico e poi l’infermiera.

I contrappunti di tre persone diverse che hanno avuto ruoli diversi permettono al lettore di avere nuovi punti di vista. Di avvalersi di tre paia di occhi per comprendere – per quanto possibile – non solo la malattia dell’anziano che un passo alla volta sceglie di trasformarsi in un bambino capriccioso, ma anche l’erotismo e la passione che travolge un uomo oramai avanti con l’età e che trema al solo pensiero che l’oggetto del suo desiderio possa anche solo calpestare la sua tomba.

Il perché non sia esplicitato un solo atto sessuale o una sola scena di nudo con relativa descrizione è da riscontrare probabilmente nell’insieme di fattori alla base della società di allora e che in parte vigono anche oggi. Dal divieto nei confronti dei video pornografici espliciti a quella per la prostituzione, dal senso di pudore che decade totalmente una volta varcato l’uscio di casa.

Da giovane, mia madre era bella; così diceva la gente. Anch’io me la ricordo a quel tempo, avevo quindici o sedici anni, e lei era splendida. Quando paragono il ricordo che ho di lei con Satsuko, mi accorgo della grande differenza fra loro. Anche Satsuko passa per una bella donna ed è ben per questo che Jokichi l’ha sposata. Ma quanta distanza tra la bellezza fisica di una giapponese del 1890 e una del 1960!

Una bellezza differente, dunque, più spavalda e spregiudicata di quella di un tempo. Anche per Tokusuke però non c’è scampo dal confronto con un modello preesistente. Sua moglie, la vecchia, incarna quel modello materno che è forse l’unico che conosce. Poi arriva Satsuko, irrompendo nella scena con la stessa forza e spregiudicatezza con la quale è entrata in quella famiglia.

I piedi di mia madre erano piccoli e graziosi e stavano quasi sul palmo della mia mano. Portava warazori e camminava a passettini tenendo le punte rivolte verso l’interno. […] I piedi di Satsuko sono lunghi e delicati come sogliole. Satsuko si vanta di non riuscire a trovare calzature adatte ai suoi piedi: sono tutte troppo grandi. Al contrario, i piedi di mia madre erano così larghi che facevano venire in mente quelli del bodhisattva Fukúkenjaku Kannon del tempio Sangetsudo di Nara.

L’attrazione sessuale non è dunque rivolta al corpo tutto, bensì ai piedi delle donne, nello specifico a quelli di sua nuora.

Che cosa penserebbe mia madre se sapesse che suo figlio Tokusuke che lei ha dato alla luce nel 1883 è ancora al mondo e che è vergognosamente sedotto dal fascino di una donna come Satsuko, che per di più è sua nuora, moglie legittima di suo figlio, e che prova piacere a essere maltrattato da lei, e cerca di ottenerne l’affetto sacrificando la propria moglie e i figli? Poteva forse immaginare che trentadue anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1928, suo figlio sarebbe impazzito in questo modo e sarebbe entrata in famiglia una donna di quella specie? Neanche io stesso avrei creduto che sarebbe andata così.

La cosa bella di questo libro è che lascia a ognuno dei lettori un finale e una percezione diverse. Vi calerete inevitabilmente nei panni di un giudice: chi incolperà e ricoprirà di sdegno e vergogna l’uomo, chi apostroferà la giovane donna come una poco di buono. E alla fine, comunque vada, vi avrà lasciato qualcosa.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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