Fino all'osso: mostrare non è celebrare

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Lily Collins in una scena di To the bone, film originale Netflix

Lily Collins in una scena di Fino all’osso, film d’esordio di Marti Noxon distribuito da Netflix

Presentato al Sundance Film Festival 2017 e distribuito da Netflix (anche in alcune sale statunitensi), Fino all’osso è il film d’esordio alla regia di Marti Noxon, nota per essere stata la produttrice e sceneggiatrice di Buffy l’ammazzavampiri. È la storia di una ragazza – Ellen, interpretata da Lily Collins – che soffre di anoressia e che sollecitata dal dottor Beckham (Keanu Reeves) si unirà a un gruppo di giovani pazienti all’interno di una casa famiglia, nella speranza di guarire. Ora starete pensando: “Ecco, un altro film che sfrutta questa o l’altra malattia per emozionare lo spettatore”. Invece, ecco cosa c’è di speciale in questo film: non verserete neppure una lacrima.

Non dico che Fino all’osso non sia drammatizzato – la sua stessa realizzazione presuppone una drammatizzazione. Sì, c’è la scena immancabile con sottofondo musicale e ambiente suggestivo; sì, passa il messaggio che la vita è bella e vale la pena di essere vissuta; sì, c’è perfino la (prevedibile) sottotrama romantica. Prima di tutto ciò, però, c’è la lotta contro la passività della protagonista, l’evidenza che tutti i destini che si intrecciano nel film sono irrisolti e indeterminabili e che spesso volere non basta a potere, ma è comunque un punto di partenza. Questo è tutto fuorché banale.

La sceneggiatura mette totalmente il potere nelle mani dei personaggi e attraverso la figura illuminata (e illuminante) del dottor Beckham sottolinea esplicitamente quanto irrilevante sia l’influsso delle azioni e delle vicende degli altri nella nostra autodeterminazione. Quindi no, non vi verrà raccontato che “se Ellen non mangia è colpa di sua madre, di suo padre e della società”, perché anche il sostegno degli altri dipende esclusivamente dalla nostra volontà di ricercarlo e accettarlo.

Fino all’osso: grazie, Marti Noxon

Marti Noxon non emerge come una regista brillante e sopra le righe, ma riesce certamente a costruire una messa in scena (e in quadro) coerente con la scrittura del film. La prevalenza di inquadrature fisse è schiacciante e tutti i movimenti di macchina presenti in Fino all’osso sono subordinati all’azione dei personaggi. Lo spettatore, dunque, non si emancipa dalle loro scelte, che sono il motore tanto del film quanto dei loro stessi destini.

D’altra parte, se dietro la macchina da presa non si rivela essere una Iñárritu al femminile e seppure si guardi bene da qualunque forma di spettacolarizzazione spiazzante, Noxon dimostra tutto il suo talento e la sua esperienza nella scrittura e riesce nell’intento di restituire un ritratto allo stesso tempo vero e ben drammatizzato dei disturbi dell’alimentazione, di cui sia l’autrice che la protagonista, Lily Collins, hanno sofferto in passato.

Ancora, che Marti Noxon firmi – esordendo – la regia di Fino all’osso è importante anche per una questione di genere: non solo perché abbiamo bisogno di più registe, ma anche perché i disturbi del comportamento alimentare colpiscono quasi esclusivamente le donne, soprattutto giovani. Girls supporting girls, si direbbe; ragazze che affrontano i problemi delle ragazze. In questo senso, il personaggio di Luke è funzionale più all’intreccio sentimentale che a una reale esigenza di rappresentazione.

I personaggi maschili del film sono una minoranza e, soprattutto, non trainano l’azione. Mentre il padre resta invisibile, letteralmente, il dottore fa certamente da punto di riferimento, ma non è a lui che è strettamente affidata la guarigione della protagonista (a cui, difatti, non assistiamo). Soltanto la stessa Ellen/Eli ha il potere di risolversi e il dottor Beckham pare arrendersi di fronte all’evidenza di non poter impedire che la sua paziente tocchi il fondo. Neppure Luke è in grado di fare qualcosa, finché incontra le resistenze della ragazza.

Fino all’osso è un film sinceramente non convenzionale, che mette in guardia dai pericoli di una malattia che la nostra società – concedetemi il termine – alimenta subdolamente, se non addirittura celebra. Spiazzante per certe immagini e dialoghi, Fino all’osso mostra le conseguenze reali dell’anoressia e meno le cause. Non vuole piangersi addosso: se ne può uscire. Con metodi più o meno ortodossi.

Il fatto che il linguaggio di Fino all’osso risulti così diretto è un altro motivo per apprezzare la scelta di una regia anti-spettacolare. Inoltre, è importante spendere qualche parola sul tentativo di uscire fuori dagli stereotipi legati a questa malattia: l’aspetto fisico in tanti casi c’entra, ma in molti altri è assolutamente irrilevante. Ellen/Eli non trova che il suo corpo puntuto sia bello (la matrigna glielo chiede esplicitamente), ma è dipendente dall’euforia data dal senso di fame – spiega una dottoressa – «come un drogato o un alcolizzato». Il lavoro di Marti Noxon è sicuramente efficace e di qualità, facilmente fruibile ma non per questo insignificante. In ultima battuta, non si può che consigliarne la visione.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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