Lennon & The Walrus: la rivincita del nonsense

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In foto, John Lennon

In foto, John Lennon

Tra i due, probabilmente il più irrequieto era John. Lo era in quel 1967, mentre insisteva perché sperimentassero più tecniche nuove; lo era da ragazzo, quando se una lezione non lo interessava trascinava fuori dalla classe i suoi amici per andare a bere.

Non ci stava nelle regole, non lo contenevano i canoni: John Lennon portava dentro un grido di ribellione e un’esigenza di concretezza che gli impedivano di rimanere nei ranghi con gli altri.

Nessuno mi controlla. Sono incontrollabile. L’unico che può controllarmi sono io, e a malapena. Questa è la lezione che sto imparando.Intervista a Playboy, pubblicata nel gennaio 1981 dopo la morte di John Lennon e contenuta in All We Are Saying: The Last Major Interview with John Lennon and Yoko Ono di David Sheff

Il periodo degli anni 1966-1967 non fu semplice: i Fab Four erano provati dai lunghi mesi di interviste, sessioni di registrazione; mancavano idee nuove, il gruppo non era più così unito. Gli ultimi tour avevano dato problemi: i fan ormai assomigliavano sempre più a una massa che li amava perché erano i Beatles e non per la loro musica.

Amavo i Beatles o i Rolling Stones di Calvisi e Caserza racconta alcuni episodi avvenuti al concerto allo Shea Stadium di New York (15 agosto 1965): “La struttura fu presa d’assalto da circa 60.000 persone urlanti che non avevano alcun interesse ad ascoltare davvero la musica. John poteva presentare le canzoni con frasi che non contenevano una sola parola di senso compiuto, nessuno si rendeva conto di niente” (p. 102). E ancora: “Secondo John Lennon i concerti dei Beatles assomigliavano sempre di più a dei riti tribali” (p. 114). Dirà George Harrison più avanti: “I fans ci hanno dato denaro e successo, ma noi abbiamo dato loro il nostro sistema nervoso, e non è una cosa semplice da dare” (p.171).

I Beatles si sarebbero sfaldati nel giro di pochi anni.

E Lennon era inquieto. I quattro membri del gruppo si stavano avviando ciascuno verso una direzione diversa e lui non capiva quale fosse la sua. Sapeva solo che ciò che lo circondava non lo soddisfaceva, doveva trovare la sua strada e prima ancora doveva trovare la sua identità. Aveva il mondo ai suoi piedi, ma era profondamente insoddisfatto.

Lo raggiunse intanto la notizia che la Quarry Bank High School di Liverpool, che lui aveva frequentato con grande difficoltà dati i rapporti ostili coi professori, aveva inaugurato dei corsi dove faceva studiare i testi dei Beatles. Fu la scintilla che accese la stesura di I am the Walrus. La leggenda vuole che abbia esclamato: «Vediamo se troveranno una spiegazione anche per questo!».

Il testo è pieno di riferimenti (confusi il più possibile, naturalmente) a:

  • persone che conosceva, tra cui Allen Ginsberg (“the elementary penguin”), Eric Burdon dei The Animals (“the Eggman”), i suoi insegnanti di scuola (“expert texpert”);
  • testi letterari: un frammento del Re Lear trasmesso dalla radio mentre scriveva, Allan Poe;
  • l’infatuazione per le religioni orientali che andava in voga nel suo ambiente, “Elementary penguins singing Hare Krishna” (e con cui forse avrebbe potuto vincere Sanremo quest’anno, ndA); la situazione con gli altri Beatles (perché no): “You know that we’re as close as can be”;
  • Alice nel Paese delle Meraviglie.

Infatti vi chiederete: perché mai un tricheco? Pare che l’idea nacque dal costume di Paul McCartney per la copertina del film Magical Mistery Tour; non si può escludere che abbia voluto fare un omaggio a Carroll, grande esponente del nonsense letterario.

A sinistra, dettaglio della copertina di Magical Mystery Tour. A destra, la foto originale

A sinistra, dettaglio della copertina di Magical Mystery Tour. A destra, la foto originale

Lennon da giovane aveva trascritto e illustrato un verso del poemetto di Lewis Carroll The Walrus and the Carpenter (Il tricheco e il falegname). Se avete visto la trasposizione Disney di Alice nel Paese delle Meraviglie conoscete già la storia; altrimenti possiamo riassumere dicendo che vi figura un tricheco abbastanza infame.

Nella canzone dei Beatles del 1968 Glass Onion, Lennon canta: “Here’s another clue for you all, the walrus was Paul” (“Ecco un altro indizio per tutti voi, il tricheco era Paul”). Nell’intervista del 1980 rilasciata a Playboy, John cercò di far luce sul verso: «Scrissi la strofa “The Walrus was Paul”, solo per confondere ancora un po’ di più le idee a tutti».

Lo stesso Paul commenta la canzone in un’intervista alla radio, durante un documentario sui Beatles nel 1981:

John aveva questa strofa che diceva “The Walrus was Paul” e noi ci divertimmo un sacco a dire ok, facciamola! Perché sapevamo che tutti ci avrebbero letto qualcosa di diverso, tutti sarebbero andati fuori di testa perché erano sempre stati convinti che il tricheco fosse John.IBIDEM

C’è una bibliografia piuttosto vasta riguardo ai possibili significati di questa canzone, ma forse non vale perderci tempo. Non si era detto che l’unico senso era non avere senso?

L’album Magical Mystery Tour contiene altre tracce molto più facili da leggere, come Hello Goodbye (“Io non so perchè dici addio, io dico ciao / Tu dici perché e io dico non so, oh no/ tu dici addio e io dico ciao”) o All you need is love (“Tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore (x3) / l’amore è tutto ciò di cui hai bisogno”).

Canzoni che, lo sapeva, sarebbero piaciute e avrebbero venduto lo stesso. Ma perché accontentarsi quando poteva provare qualcosa di nuovo?

I am the Walrus non racconta una storia né veicola messaggi: in pieno stile pop, è un quadro coloratissimo fatto di pezzi di vita reale, di discorsi, visioni (reali e causate da acidi), ricordi. Come se avesse infranto uno specchio i cui segmenti ora rimandano decine di immagini diverse: ognuno può leggerci quello che vuole.

Se non abbiamo niente da dire non dobbiamo per forza dirci qualcosa. Come Alice, John saltò oltre il velo di cristallo, ci trovò un grande casino e tornò indietro per raccontarlo. Suggerendo: pensatene ciò che volete.

Il lavoro è soprattutto sul testo. Scriveva Piergiorgio Odifreddi che “Proprio nei gomitoli di senso e nonsenso risiede l’essenza della comunicazione”. Quel collage in qualche modo rappresentava qualcosa di lui in quel periodo. Sperimentando col testo, cercando una nuova forma comunicativa, in qualche modo Lennon dava forma alla sua irrequietezza, rendendola motore di un cambiamento. La sua insoddisfazione era energia nella ricerca di qualcosa di nuovo. Scegliendo di non dire nulla, in realtà Lennon stava comunicando l’esigenza di andare oltre.

Avrebbe continuato a sperimentare, a cercare un modo nuovo di esprimersi, mentre cercava di capire se stesso iniziando la psicoterapia. Lasciando come pietra miliare del suo percorso una canzone che non ha lo scopo di insegnare nulla – solo di divertire e incasinare chi ascolta.

Non scrisse una canzoncina stupida dando al pubblico ciò che si aspettava da lui; si divertì invece a prendere in giro chi lo osannava e si sarebbe precipitato a cercare nel testo qualche aforisma da citare.

Mentre i litigi e lo stress nel gruppo diventavano sempre più pesanti, John Lennon cercava un linguaggio più conforme a se stesso. I am The Walrus è il risultato della scelta di non stare fermo. Nacque come scherzo, ma fu l’inizio di una ricerca.

Ancora una volta, era andato oltre i canoni tradizionali.


P.S.: I am the walrus, riporta MacDonald in The Beatles. L’opera completa, è ritenuto dalla critica il vertice compositivo di Lennon [Mondadori, Milano 1994, pag. 260].

P.S. #2: Ad oggi ne esistono molte cover: mi permetto di suggerirvi quelle interpretate dagli Oasis
e da Bono.

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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