Niccolò Fabi all’Indiegeno Fest, la bellezza della condivisione

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L’Indiegeno Fest è un festival di musica indie. È un festival di buona musica, un’occasione di bellezza irrinunciabile, un frammento di Sicilia che diventa un’isola nell’isola, una striscia di terra sospesa tra il mar Tirreno e il cielo blu. Ormai da quattro anni, tra le spiagge del golfo di Patti e il Teatro Greco di Tindari, agosto è il mese della musica indipendente. Sul palco dell’Indiegeno approdano realtà note e altre meno conosciute, storie da applaudire a piene mani, altre da ascoltare con scrupolosa attenzione, ma tutte allo stesso modo irripetibili.

Perché, all’Indiegeno, la musica è libera, non risponde ad alcuna legge, se non ad una soltanto: quella della condivisione. Quando si fa musica per il sano e, ormai, sempre più disatteso gusto della condivisione, la sua bellezza più autentica torna a manifestarsi senza bisogno di artifici, è sufficiente un palcoscenico, uno strumento musicale e un pubblico. Non un pubblico qualunque, ma uno che pretenda che la musica abbia il suo requisito più importante: l’autenticità.

L’Indiegeno non è una gara, è una festa, un lunapark di sentimenti mozzafiato. Gli artisti non cantano per un premio, né per un primato, ma per il privilegio di poter fare, del proprio mestiere, un’occasione di aggregazione, di onestà, di crescita. E cantano insieme, salgono sul palco a cuore scalzo, lasciano che le loro storie si abbraccino fino a diventare qualcosa da cui non si può più prescindere.

Quello che è successo la sera dell’otto agosto è, di fatto, qualcosa da cui non si può prescindere per raccontare esattamente cosa sia l’Indiegeno Fest. Nell’incantevole cornice dei Laghetti di Marinello, si è tenuto un concerto acustico, su un palcoscenico di pochi metri, forse due soltanto. Non c’erano luci, solo piccole torce per seguire il sentiero che porta alla Riserva di Marinello. E la luna piena, come il luccichio di un faro che attraversa il mare, fino a farci diventare ombre poggiate su altre ombre. E poi una chitarra, un microfono e un artista segreto, svelato solo poche ore prima dell’inizio dell’evento: Niccolò Fabi.


Niccolò ha imbracciato la sua chitarra ed è salito su quel piccolo palco di legno, che non aveva affatto la pretesa di elevarlo su di noi, ma di accompagnarlo a conoscere tutti noi.


A raccontare cosa sia successo, a ogni parola che scrivo, mi sembra di togliere un centimetro di sincerità a quello a cui ho assistito. Perché non è stato un concerto, è stato un abbraccio, l’armonia di un posto sconosciuto che diventa l’unico in cui poter desiderare di stare. È stato un momento intimo, come quando, tra amici, si canta in riva al mare, con gli occhi puntati alle stelle e il cuore che pulsa indomito, perché a tanta sfacciata bellezza è impossibile corrispondere. Niccolò ha imbracciato la sua chitarra ed è salito su quel piccolo palco di legno, che non aveva affatto la pretesa di elevarlo su di noi, ma di accompagnarlo a conoscere tutti noi. Sembrava di conoscerci tutti, non avevamo alcuna pretesa, se non quella di godere di un momento di verità. E la verità di Niccolò è arrivata puntuale.

Il primo brano che ha eseguito è stato Ha perso la città, pezzo contenuto nel suo ultimo disco di inediti, Una somma di piccole cose. Ha poi proseguito con Filosofia agricola. Poi è stata la volta di Solo un uomo, E non è, Una mano sugli occhi. Il pubblico ha ascoltato con attenzione e ha accolto con cura le storie che Niccolò ha raccontato. Durante l’esecuzione di Ecco, un velo di commozione ha avvolto tutti, come fosse una leggera brezza di mare, quella che si poggia sulle braccia e lascia che la pelle faccia un sussulto. Eppure di vento non ce n’era affatto, gli occhi lucidi di tutta quella gente avevano una sola spiegazione. E, l’unica spiegazione che so dare, porta il nome di condivisione. Condivisione di un sentimento, o semplicemente della capacità di sentire; ognuno a suo modo, ma tutti nella stessa direzione.

È questo quello che è successo: eravamo in tanti, il buio non permetteva di vedere quanti fossimo, dove finisse la gente e dove iniziasse il mare; ma le mani battute all’unisono, i silenzi condivisi, gli occhi umidi significavano che eravamo tutti diversi, ma tutti simili, tutti parte dello stesso miracolo. Parlo del miracolo della musica, quella onesta. Quella che profuma di vita, di sacrificio, di sudore, di rispetto, di amore. Durante l’esecuzione de Il negozio di antiquariato, poi, s’è levato un coro che ha accompagnato la voce di Niccolò, che s’è fatta piccola perché quella condivisione diventasse persino partecipazione. Poi è toccato a Costruire e all’orgoglio, negli occhi di Fabi, nel sentire la voce del pubblico coprire la sua.

Le mani hanno toccato il cielo con Vento d’estate, poi hanno applaudito forte quando è toccato a Lasciarsi un giorno a Roma. E se Facciamo finta ha catturato l’attenzione di tutti, è con Lontano da me che Niccolò ha salutato tutti, lasciando il palco mentre il suo pubblico continuava ad applaudirlo con trasporto e riconoscenza. Una serata intensa, l’ho detto, iniziata ancora prima che la luna sorgesse tra le colline della costa tirrenica della Sicilia.

Ad aprire la serata è stato il giovane Yuman, poi è stato il turno della cantautrice italo-canadese Sara Jane Ceccarelli, che ha presentato – in chiave acustica – il suo disco d’esordio, Colors. Era evidente, sin dalle premesse, che sarebbe stata una serata importante, da conservare come si conserva una fotografia dopo un viaggio, da ricordare come si ricordano tutte le cose per cui valga la pena scomodare la parola felicità. E questo è l’Indiegeno, un festival in cui la musica sposa l’armonia, il pubblico riscopre la bellezza di applaudire un talento, persino quella di trovarne uno nuovo. L’indiegeno è un posto in cui la musica è una scelta. Un posto in cui la musica è ancora libera. Un posto da salvaguardare.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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