Renzo Rubino: «Per scrivere una bella canzone bisogna essere sinceri»

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Renzo Rubino è stato uno dei protagonisti della quarta edizione dell’Indiegeno Fest, il festival di musica indie che si svolge ogni anno sulla costa tirrenica della Sicilia settentrionale, tra le spiagge del golfo di Patti e il Teatro Greco di Tindari. Ci siamo incontrati a pochi passi dal mare, lo stesso mare accogliente che compare sulla copertina del suo nuovo disco. Ci siamo seduti intorno a un tavolo bianco, al riparo dal sole ancora alto. Ho lasciato che si raccontasse, l’ho ascoltato con avida attenzione, perché – se è vero che la bellezza è un’opinione – la verità non lo è affatto. La verità si riconosce in fretta. E, quando la bellezza di un’opera incontra l’onestà di chi l’ha prodotta, serve soltanto saper ascoltare. E io ho ascoltato. Questo è quello che Renzo mi ha raccontato.

A Marzo è uscito il tuo nuovo album, Il gelato dopo il mare, a tre anni di distanza da Secondo Rubino. Tre anni lontano dai riflettori sono tanti, specie in un momento come questo, in cui tutto scorre veloce e si corre il rischio di essere dimenticati. Da cosa nasce la volontà di startene in disparte?

Alcuni miei amici mi dicevano: «Renzo, batti il ferro finché è caldo, corri, non fermarti, devi stare sul pezzo». Troppo spesso, però, ci dimentichiamo che facciamo musica, la musica è innanzitutto ricerca, la ricerca non può essere repentina, veloce, deve essere approfondita. Devi vivere per poter scrivere. Credo addirittura che tre anni siano pochi per realizzare un album. Per quanto mi riguarda, avevo bisogno di questo tempo per esprimere quello che sentivo, per scrivere un bel disco. Lo ammetto, sono soddisfatto di quello che è venuto fuori. Credo questa sia la cosa più importante, a prescindere dai numeri e da quello che succede o che succederà. Chi fa musica deve essere felice di ciò che fa, io sono felice del mio album, che non sarebbe stato così se non mi fossi ritagliato tutto questo tempo.

Nel 2013 hai partecipato a Sanremo nella categoria “nuove proposte” con Il postino (Amami uomo); nel 2014 ci sei tornato, stavolta tra i big, e sei arrivato terzo, con il brano Ora. Come hai vissuto l’esperienza di Sanremo?

Sanremo è come se fosse una mamma per me, è arrivato all’improvviso e mi ha accolto tra le sue braccia. Ne conservo un ricordo bellissimo. Consiglio a tutti di fare Sanremo almeno una volta nella vita! (scoppia a ridere, ndr) Ho dei ricordi incredibili, indimenticabili, sono dei flash, dei lampi, momenti che conservo gelosamente. Però, a un certo punto, bisogna dare un bacio alla propria mamma e andare via, azzardare percorsi nuovi, sbattere la testa contro nuove consapevolezze, tutto questo serve per crescere. Fare degli errori è utile per formarsi, per diventare adulti. È così che mi sono approcciato a Sanremo, con entusiasmo e gratitudine.

Nel 2013, come accennato poc’anzi, hai presentato Il postino (Amami uomo), un brano che racconta una storia d’amore tra due uomini. Non hai temuto le critiche per la tematica che hai portato su quel palco e per il modo – ironico e inusuale – in cui l’hai affrontata?

Il postino è semplicemente una canzone d’amore, una canzone carnale, fisica. Quando ho presentato questo brano alle selezioni del Festival, mi sono detto soltanto: «Porta la tua canzone più bella». Per me quella era la più bella. Oggi, ai miei concerti, la cantano tutti, la cantano persino i bambini. Qualcuno ha voluto creare qualche polemica, parlo di alcuni giornalisti. Sarebbe stato bello se Il postino non avesse avuto i riflettori puntati addosso soltanto perché i protagonisti erano due uomini. Del resto, a Sanremo, nove canzoni su dieci parlano d’amore e nessuno se ne cura. Volevo che passasse inosservata, nel senso che avrei voluto non ci si curasse del fatto che stessi parlando di due uomini, ma d’amore. A mio modo, ma d’amore. Paradossalmente l’aspetto più forte e caratteristico de Il postino è il fatto che il protagonista sia disposto a mollare tutto per amore, a lasciare persino il suo lavoro, quindi a fare il postino, pur di stare accanto all’uomo che ama. Questo dovrebbe essere l’aspetto più forte, questo compromesso, non l’amore tra due persone dello stesso sesso. Siamo nel 2017, allora era il 2013, non credo serva ancora turbarsi per un brano che parla di due uomini che si amano.

Torniamo al presente. Vorrei che mi raccontassi Il gelato dopo il mare a partire dalla sua copertina, che è assai evocativa.

Sulla copertina de Il gelato dopo il mare c’è mio nonno. Mio nonno ha ottant’anni e ottanta bypass, ma è una persona serena, continua a godersi la vita. Mi dice spesso: «Renzo, i problemi gravi sono pochissimi, nove su dieci si risolvono, prendi la vita come viene, impara a sorridere». Vedi come morde il gelato in quella copertina lì? Anche se poi si è dovuto prendere una pillola per la glicemia… (ride, ndr) Ecco, il modo in cui morde il gelato è il modo in cui mi ha insegnato a vivere. E questo disco sta a significare proprio questo: ridi perché è la cosa più bella che ci sia, vivi perché è la cosa più bella che ci sia, non pensare alle cose futili e inutili, perché rallentano il nostro percorso.

Il primo singolo estratto è stato La la la, un brano ironico e scanzonato. Cos’è per te la la la

La la la è tutto quello che non mi crea delle preoccupazioni e mi fa star bene. Questa chiacchierata per me è la la la, siamo sulla spiaggia, c’è il mare che ci aspetta, stasera ho un concerto… più la la la di così!

La vita affidata all’oroscopo della gazzetta inizia con il verso “Più che una favola bella, è una favola vera”: è un brano in cui ti racconti senza filtri e con spiccata autoironia. Chiederti di raccontarmi questo brano significa chiederti di dirmi gli ultimi tre anni della tua vita.

Il gelato dopo il mare, non a caso, si apre proprio con questo pezzo. La vita affidata all’oroscopo della gazzetta racconta il mio disordine. Come ci siamo lasciati? Dove sono? Cosa mi aspetta? Mi sono posto queste domande. Quest’album è assai autobiografico, ho attraversato un momento molto complicato, non sapevo più quali fossero i miei obiettivi, non sapevo cosa volessi fare, continuavo a perdermi. Questa cosa mi recava dei danni necessari per scrivere delle canzoni. In quel momento di disordine, andavo a leggere La Gazzetta per capire cosa dicesse il mio oroscopo, continuo a farlo anche adesso! (ride, ndr) In quel momento, però, lo leggevo per capire come sarebbe andata la mia giornata, sapevo non fosse vero, ma mi piaceva che l’oroscopo mi indicasse una direzione, visto che avevo perso la mia. La vita affidata all’oroscopo della gazzetta è caos, ma non solo: è anche caos che si sviluppa, che diventa altro da sé, fino ad arrivare a Pregare, il brano con cui si chiude il disco.

Era proprio a Pregare che volevo arrivare. Qui sparisce il disordine di cui parlavi e a farla da padrona è una nuova consapevolezza. Me ne parli?

Pregare esprime un concetto molto semplice: ama te stesso per poter amare il tuo prossimo, fai del bene perché il tuo bene possa generarne altro. La consapevolezza che ho raggiunto con Pregare è questa: non c’è niente di più importante dell’entusiasmo, è l’entusiasmo che muove le cose. Pregare non significa scomodare gli angeli, è provare a stare bene. Quando stai bene, sei capace di far star bene anche le persone che hai accanto. Si tratta di un concetto semplice, ma necessario: stare bene per ritrovare l’entusiasmo, ecco tutto.

E poi, tra La vita affidata all’oroscopo della gazzetta e Pregare, c’è tutto il tuo mondo. E c’è anche il mondo che ti circonda, che racconti in Giungla.

Ognuno di noi ha una giungla, una realtà a cui deve imparare a sopravvivere. Nel mio caso può essere la mia vita passata, oppure il mercato discografico. Devi sopravvivere, senza lasciarti sfinire. Devi sopravvivere e restare intatto, devi restare te stesso. Non è facile. La mia giungla oggi è la discografia, ma a volte lo è addirittura il mio stesso paese. Dipende dai giorni, l’importante è non farsi vincere.

Suona retorico, lo so, quando si dice che la felicità sta nelle cose semplici. È retorico, ne sono consapevole, ma io non lo sapevo, non l’avevo capito, l’ho imparato adesso.

Il titolo che hai scelto per il tuo ultimo disco, Il gelato dopo il mare, appunto, evoca una sensazione precisa, evoca un’immagine concreta. Come nasce l’idea di intitolarlo così?

Questo album si doveva intitolare Superinutile, come una delle canzoni del disco. Come a dire, «Sono felice di essere super inutile, sono felice di poter gridare a tutti le mie fragilità, perché sono felice di essere imperfetto». Poi è diventato Il gelato dopo il mare, che esprime un messaggio più positivo, rappresenta un momento concreto, è il gelato dopo la calura estiva, dopo la sabbia, dopo il sudore, è un momento di spensieratezza, di felicità, di leggerezza, è un gesto semplice. Ed è un titolo che mette serenità. Sai cosa farò dopo questa chiacchierata? Un tuffo in acqua e subito dopo un bel gelato. Ecco, mi basta pensarci per essere felice. Suona retorico, lo so, quando si dice che la felicità sta nelle cose semplici. È retorico, ne sono consapevole, ma io non lo sapevo, non l’avevo capito, l’ho imparato adesso. La felicità sta anche in un gelato.

Facciamo un passo indietro. Tu, con la tua proverbiale ironia, qualche tempo fa hai scritto un brano che si intitola Pop, che è una riflessione sulla musica popolare, sui canoni che deve seguire per essere apprezzata e ottenere consensi immediati. Oggi sembra si faccia a gara per prenderne le distanze. Ma, in definitiva, il pop – per te – cos’è?

Secondo me, il pop di fatto non esiste. Lo dico da sempre e vengo spesso contestato. Il pop non esiste, esistono canzoni belle ed esistono canzoni brutte. La popolarità di una canzone non è data da determinati canoni imposti. Che una canzone pop debba essere orecchiabile è un dato di fatto, ma non è vero che sono popolari solo le canzoni semplici e immediate. Prendi Bruno Mars: lui non fa canzoni semplici, non sono canzoni facili, sono costruite e arrangiate in modo assai complesso, eppure sono estremamente pop, ovvero popolari, sono amate e apprezzate dal pubblico. Tutte le canzoni possono diventare popolari, quindi pop è ciò a cui è abituato l’ascoltatore, ciò che indirizza il successo di un brano. Poi ci sono quelli che prendono le distanze a tutti i costi dal pop, ma a me sembrano poco sinceri, mi sembrano artefatti. Per me esiste soltanto l’onestà, non mi piacciono le etichette. Per scrivere una bella canzone bisogna essere sinceri. Solo questo conta. Poi, come dicevo prima, tutti i brani, brutti o belli che siano, possono diventare popolari,. Basta che il pubblico gli riservi la giusta attenzione.

E veniamo all’Indiegeno. Non è la prima volta che vi partecipi, ci sei già stato l’anno scorso. Com’è tornare qui?

Io qui sto benissimo. La Sicilia è una delle mie terre preferite, la vacanza più bella della mia vita l’ho fatta l’anno scorso a Salina. Qui all’Indiegeno l’atmosfera è meravigliosa. L’Indiegeno, inoltre, è una delle poche realtà, a livello nazionale, a dare voce agli artisti che cercano di emergere, quindi grande onore ad Alberto (Quartana, ideatore del festival, ndr) che permette a tanti artisti di esibirsi. Io sono felicissimo di essere qui, di godermi questa giornata, questo mare, questa musica.

Non posso non chiederti di Lucio Dalla. So quanto sia importante il tuo legame con lui, hai addirittura suonato il suo pianoforte. Me ne parli?

È una storia molto strana. Io e Lucio dovevamo incontrarci, doveva venire a un mio concerto, ma è venuto a mancare qualche giorno prima. C’è mancato poco che lo conoscessi. Questa cosa mi ha creato una grande sofferenza. Ero e sono molto legato a Lucio, il suo è stato il primo concerto che ho visto, avevo otto anni, c’era un’enorme orchestra ad accompagnarlo. Lo considero il mio papà artistico, mi ha tenuto per mano nel lungo percorso che mi ha portato alla musica. In questo disco ho deciso di omaggiarlo, gli ho detto: «Lucio, proviamo a scrivere una canzone insieme, anche se non ci sei più». Sul mio pianoforte ho un suo vinile, lo guardavo e gli domandavo «Ma tu questa sensazione come la racconteresti? Suggeriscimi qualcosa». L’unica cosa che mi veniva in mente era: «Renzo, è meglio se esci e vai a prenderti una birra!» (ride, ndr) ma è come se me l’avesse detto lui. Da lì nasce il verso “mentre dentro è tutto brutto, fuori c’è il tramonto”, perché spesso ci fissiamo su cose scomode, mentre la bellezza è intorno a noi. Lucio, invece, sposava la bellezza, quella autentica, sapeva riconoscerla e viverla, era un godurioso.

Concludo le mie interviste sempre allo stesso: qual è la parola della tua vita?

In questo momento della mia vita la mia parola è lentezza. Ho imparato che, a essere lenti, ci si gode di più ogni momento, ogni persona che ci sta a fianco, mi sembra di poter fermare il tempo, invece me lo sto soltanto godendo. Lentezza è la mia parola, sì: anche se tutto corre veloce, io voglio godermi ciò che ho.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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