Riki, un prodotto scadente (destinato a scadere)

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In foto, Riki, secondo classificato ad Amici 2017. Il suo album, Perdo le parole, è doppio disco di platino, attualmente il più venduto dell'anno

In foto, Riki, secondo classificato ad Amici 2017. Il suo album, Perdo le parole, è doppio disco di platino, attualmente il più venduto dell’anno

Se pensate che questo mio scritto nasca con l’intenzione (e dall’intenzione) di screditare Riki, nome d’arte di Riccardo Marcuzzo, secondo classificato ad Amici 2017, siete fuori strada. La meta che mi prefiggo è ben più lontana, Riki mi servirà per accorciare le distanze tra le premesse che sto per dire e il traguardo che vi mostrerò. Ma partiamo dalle premesse, come fossero valigie da riempire per metà, perché resti spazio per le tappe successive: meglio viaggiare leggeri, ché il traguardo è lontano e di cose da dire ce ne sono a bizzeffe.

Iniziamo, quindi, da una consapevolezza necessaria: la discografia italiana vive una crisi senza precedenti, la vendita dei dischi è drasticamente diminuita, ogni mezzo è lecito per tentare un rilancio. Seconda premessa: da quando l’industria discografica è prossima al tracollo, i mass media hanno smesso di proporre e hanno iniziato a imporre i prodotti più facilmente spendibili sul mercato. Terza e ultima premessa: il pubblico è distratto, totalmente assuefatto dalla televisione, conosce soltanto quello che gli viene imposto, convincendosi che gli piaccia, convincendosi persino che non ci sia altro. Convincendosi, ahinoi, che tutto quello che c’è ma non si vede (o non si vede abbastanza) sia privo di qualità, quindi condannato a restare all’ombra di ciò che è sovraesposto.


Non lo racconterò come un carnefice: Riki è una vittima, il facile bersaglio di chi cerca un colpevole, il volto da dare alla deriva dell’arte. Ma, a ben vedere, è solo un ragazzo fortunato, inconsapevole del fatto che la sua fortuna e la sua disfatta camminino di fianco.


Adesso siamo pronti per partire, abbiamo tutto quello che ci serve. Riki, come un moderno Virgilio, ci accompagnerà nei gironi più tetri dell’inferno della discografia italiana. E, come se non fosse già gravoso il ruolo che gli spetta, sarà anche l’insigne emblema di una crisi ormai conclamata. Ma non lo racconterò come un carnefice: Riki è una vittima, il facile bersaglio di chi cerca un colpevole, il volto da dare alla deriva dell’arte. Ma, a ben vedere, è solo un ragazzo fortunato, inconsapevole del fatto che la sua fortuna e la sua disfatta camminino di fianco. Non può saperlo, perché le luci dei riflettori lo colpiscono in pieno viso, appannano i contorni, sfumano i dettagli, ma ingigantiscono l’ombra di chi è alle sue spalle, di chi – questo successo repentino – l’ha voluto, l’ha deciso e l’ha permesso. L’ombra di chi, questo successo, l’ha costruito. E non parlo del pubblico. Parlo di chi ha visto – in Riccardo Marcuzzo – un buon prodotto, il volto, la penna e la voce adatti a un pubblico che non sa (e non può) pretendere di più.

Ho ascoltato con fatica il suo primo album, Perdo le parole, pubblicato il 19 maggio e già doppio disco di platino, non solo per i testi, di cui parlerò a breve, ma per la sua voce, che trovo sgraziata e disarmonica, priva di qualsiasi appeal nelle note basse, addirittura cacofonica in quelle alte. Ma questo è un mio giudizio, personale e discutibile: se oltre centomila persone hanno comprato Perdo le parole, un motivo dev’esserci. Motivo che, dunque, ho deciso di cercare nei testi. Perché Riki, per chi non lo sapesse, è un cantautore. Alla nostra prestigiosa e invidiabile storia cantautorale, nata ormai oltre cinquant’anni fa con Tenco, De André, Dalla, Endrigo e Modugno, portata avanti dal genio di Guccini e Battiato, difesa dall’indiscutibile talento di Fabi, Bersani e Cammariere, s’aggiunge il giovane Riccardo.

Ho imposto a me stesso di leggere con attenzione i testi dei suoi brani. Ero consapevole che non avrei trovato la penna raffinata di De Gregori, l’ironia pungente di Rino Gaetano, quella dissacratoria di Gaber, l’intelligenza di Vecchioni o l’onestà di Jannacci. Ma quello che ho letto è raccapricciante. Sì, avete capito bene: raccapricciante. Tanto da provarne imbarazzo. Riporto, qui di seguito, qualche stralcio tratto dai sette brani contenuti nel suo EP d’esordio. Questo l’incipit della title-track, Perdo le parole: “La corsa con te in braccio fatta per le scale / Confondere lo zucchero al posto del sale / E ridere di niente che poi / Ci porta a foto di noi / Ad un selfie venuto male”. Tra i versi di Sei mia, invece, spiccano questi: “A un tratto entra quella che vorresti / Liti, frasi sconce e sguardi persi / Ragazza da top copertina e mai troppo coperta / Che ti fa girare indietro e poi girar la testa / Parigine come amiche sulle gambe / E lo sguardo da diva provocante / Ho occhi solo per te / Hai occhi solo per te”. E che dire di Diverso? Eccone qualche verso: “Ma sbagliamo a parlare / Scriviamo con gli hashtag / Cultura dell’icona, lingua di chi chatta / Un pallino che ride su una foto in bianco e nero / Ma mi faccia vedere che faccia ha davvero”. E mi fermo qui, ché non ho voglia di infierire.

Dunque, se a conquistare oltre centomila persone non sono stati nemmeno i suoi testi, allora – mi domando – cosa può aver colpito il pubblico, tanto da far sì che Perdo le parole sia, ad ora, il disco più venduto dell’anno? Il sound – mi sono detto – nello specifico gli arrangiamenti. Quindi ho riascoltato l’EP, ritrovandomi con un pugno di mosche nelle mani. Perché si tratta di un disco pop, senza grosse pretese, senza alcun guizzo di genialità: qualche suono elettronico sparso qua e là, una manciata di ballad e ritmi più incalzanti per i brani destinati all’estate, tra cui i due singoli estratti, Polaroid e Balla con me. Ma, quindi, se il successo di Riki non è certamente dovuto alle sue doti canore, né al suo discutibile talento da paroliere e compositore, né – conseguentemente – ai suoi brani, a cosa è dovuto?

In foto, Riki durante il serale di Amici 2017

In foto, Riki durante il serale di Amici 2017

Adesso tocca far chiarezza. E tocca rispolverare le tre premesse fatte all’inizio: industria discografica in ginocchio, imposizione di prodotti facilmente spendibili sul mercato e pubblico distratto. Ricominciamo da qui. Chi, meglio di Riki, può essere un buon prodotto da vendere con assoluta facilità? Nessuno. Innanzitutto perché si tratta di un bel ragazzo: occhi azzurri, ciuffo ribelle e sguardo romantico e sognante. Riki ha tutte le carte in regola per catturare l’attenzione delle teenanger di tutta Italia, questo non è certamente sfuggito agli addetti ai lavori. Ma non basta, è evidente. Non basta un bell’aspetto per vendere centinaia di migliaia di dischi. Serve altro, serve che un diamante grezzo venga ben lavorato perché diventi appetibile. E Riki è stato lavorato per bene. Basti pensare che dalla data d’uscita del disco sino a fine luglio, quindi in poco più di due mesi, sono stati fatti circa quaranta instore.

Cos’è esattamente un instore? Si tratta di un evento, che solitamente si svolge all’interno di negozi di dischi medio-grandi o – in casi particolari, come quello di Riki – all’interno di strutture più ampie, come i centri commerciali, durante il quale il pubblico, dopo aver acquistato il CD del proprio beniamino, può incontrarlo, farsi autografare l’album e scattare insieme una fotografia. Gli instore sono un espediente, più o meno redditizio, che permette di vendere ancora qualche disco: il pubblico, sollecitato dalla possibilità di incontrare il proprio artista preferito, compra il CD e permette alla discografia di prendere una boccata d’aria tossica. Sì, perché si tratta pur sempre di un espediente: il disco di Riki, terminati gli instore, è crollato in classifica, esattamente come fanno le foglie al primo vento d’autunno.

Quasi quaranta eventi, dicevo. Un numero imponente, che ha prodotto risultati impensabili: Perdo le parole è stato certificato doppio disco di platino in tre mesi. Ma che cosa succede esattamente durante questi incontri? Il web è sommerso da fotografie che ritraggono Riki intento a posare in modo ammiccante con le proprie fan, tutte rigorosamente minorenni: scatti in cui vengono simulati baci, con sguardi seducenti che si incrociano e le mani di Riccardo che accarezzano le labbra o il volto delle sue fans. Un altro stratagemma, questo, per attirare più pubblico possibile. Sì, perché le voci di questi scatti sensazionali corrono in fretta e tutte le ragazzine vogliono la propria fotografia con Riki.

@imgiulia_ con @about_riki ad un suo instore ❤ #riccardomarcuzzo #Giulia #instoreriki #Amici16 #amicidimariadefilippi

Un post condiviso da Riccardo Marcuzzo ♡ (@riccardomarcuzzofans) in data:

Qualcuno, e mi ci metto in mezzo, dice «Sono immagini di cattivo gusto». Le teenager difendono a spada tratta il proprio beniamino, «Siamo noi a chiedere queste foto, lui ci accontenta perché vuole vederci felici». Qualcuno ribatte e si domanda «Riki dovrebbe rifiutarsi, perché non lo fa?». Ma la domanda che mi pongo io è un’altra: può rifiutarsi? Non credo proprio. E non certamente per il bene delle ragazzine che lo seguono. Ma andiamo avanti.

Gli instore hanno toccato tutte le regioni d’Italia, ma – non di rado – ne è stato organizzato più di uno nella stessa città e a distanza di poche settimane. E credete che le stesse ragazzine non ci siano andate per due o più volte? Certo che sì, pur essendo costrette a ricomprare il disco (a ogni evento, è necessario munirsi di CD e scontrino fiscale, che attesti l’acquisto dell’album all’interno dello stesso negozio in cui avviene l’evento). Dunque, alla luce di quanto detto sinora, considerati i (quasi) quaranta instore, di cui alcuni nella stessa città, quindi l’acquisto doppio (o triplo) del disco da parte di un gran numero di gente, considerato anche il conteggio degli ascolti streaming, funzionali alla certificazione dei dischi, siamo sicuri che Perdo le parole sia l’album più venduto dell’anno?

Ma non è finita: nonostante siano passati solo tre mesi dalla sua pubblicazione, Riki è già al lavoro per la realizzazione di un nuovo progetto discografico. È vero che il ferro va battuto finché è caldo, ma qui si rasenta l’assurdo. Ecco perché dicevo che Riki è soltanto una vittima: la sola colpa che ha è quella di avere un sogno. Che non abbia alcun talento, è soltanto un mio giudizio. E resta ai margini. Mentre il suo destino è scritto a chiare lettere. E a scriverlo sono le stesse persone che l’hanno permesso.



Siamo giunti a conclusione del nostro viaggio, la nostra valigia s’è fatta pesante, le mie premesse sono rimaste sul fondo, schiacciate da nuove e mortificanti consapevolezze. La prima è che l’industria discografica sa essere spietata, la seconda è che un ragazzo qualunque può diventare un’arma affilata per attutire una crisi inarrestabile, la terza – e forse la più amara – è che la crisi tornerà, perché è di lenitivi che stiamo parlando, e il giovane verrà sostituito da un altro giovane, certamente più appetibile e addomesticabile. Il pubblico non farà in tempo a chiedersi che fine abbia fatto, che si sarà affezionato al nuovo malcapitato, convincendosi che sia quello che vuole, quello che gli piace, l’unica cosa che gli interessi.

E la musica? La musica, per i discografici, rimarrà soltanto un accessorio. E alla gente comune, per scrollarsi di dosso il sentore di avere una colpa, non resterà che dire «Ai miei tempi era meglio». Adesso non ci resta altro che svuotare la valigia e accendere la televisione, ché forse Riki è già stato sostituito e non ce ne siamo nemmeno accorti.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

1 comment

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    Loredana 2 settembre, 2017 at 19:56 Rispondi

    Tutti i cantanti italiani e stranieri fanno instore. Non vedo dove sia il problema: alcuni fanno lo stesso numero di instore ma non vendono.

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