I 5 divieti più strani della stampa fascista

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In foto, Benito Mussolini. Prima di essere al capo del governo fascista, egli fu giornalista, motivo per cui non sottovalutò mai l'importanza del controllo della stampa

In foto, Benito Mussolini. Prima di essere al capo del governo fascista, egli fu giornalista, motivo per cui non sottovalutò mai l’importanza del controllo della stampa

La stampa fascista, se studiata a fondo, ci può rivelare tratti di comicità grottesca. Se tutti abbiamo studiato la martellante propaganda dei totalitarismi del secolo scorso e le loro principali tecniche di comunicazione, potrebbe stupire quanto si può scoprire analizzando più con attenzione i dettagli e le insidie nelle piccole scelte di questi governi. Tra i documenti più interessanti, le veline.

Innanzi tutto, da chiarire per i meno ferrati sull’argomento, non abbiamo studiato gli avvenenti corpi di vallette del trash italiano (anche se gli insulti razzisti di cui è stata ricoperta Mikaela Naeze Silva, la nuova velina dalla pelle scura, possono far pensare a una qualche connessione con l’argomento “fascismo”). Le veline che intendo qui erano delle disposizioni molto precise che il governo fascista rilasciava quotidianamente alle redazioni, indicando come dovevano essere costruite le notizie per il giorno successivo, spesso anche specificando la grandezza e il tipo di carattere da usare. Erano così chiamate perché, per risparmiare, veniva usata la carta carbone per fare più copie in una sola volta e la carta velina tra un foglio e l’altro, data la sua sottigliezza, consentiva di moltiplicare gli strati sovrapposti. Ma che tipo di disposizioni imponevano?

Non pubblicare Mussolini che balla

Se oggi il video di un leader politico di estrema destra che balla Andiamo a comandare nella sua polo verde diventa subito virale, durante il ventennio il Ministero della stampa e della propaganda pensò di tenere nascosti i balli di Mussolini. Il ballo era infatti ritenuto troppo poco virile, e avrebbe compromesso l’immagine da duro che il dittatore stava costruendo di sé.

Su delle veline troviamo infatti “Rivedere le corrispondenze dalla Sicilia, perché non si deve pubblicare che il Duce ha ballato” (14 agosto 1937); oppure “Non fare assolutamente cenno, nella cronaca odierna, del balletto cui ha partecipato il Duce a Belluno” (24 settembre 1938).

No a vitini da vespa

Lontano parente del più moderno “le ossa ai cani!”, un messaggio del 17 luglio 1939 recita: “Non pubblicare fotografie e disegni di donne raffigurate con la cosiddetta “vita da vespa”. Disegni e fotografie debbono rappresentare donne floride e sane”.

Come è risaputo, infatti, il fascismo non propagandava solo un’idea politica, ma imponeva una propria visione della vita sociale, in cui non trovavano posto le emancipate dive americane dalla vita sottile, ma solo fertili e prolifiche madri di famiglia, rigorosamente al loro posto nella gerarchia patriarcale.

In foto, Benito Mussolini mentre legge il giornale

In foto, Benito Mussolini mentre legge il giornale

No allusioni alla violenza non politica

Questo divieto potrebbe colpire particolarmente pensando a quanto il ricorso alla violenza ha caratterizzato il ventennio fascista, eppure il Ministero riusciva a celare lo sconveniente controllando meticolosamente la cronaca nera e sfruttando tutte le potenzialità della stampa, della comunicazione e della paura degli italiani. Si concentrava infatti l’attenzione sulla violenza di natura politica, nascondendo del tutto i misfatti sociali come crimini sessuali, rapine e tutto ciò che potesse turbare l’immagine di un governo che detiene il pieno controllo dell’ordine pubblico.

Insomma, il fascismo non vuole che gli italiani pensino di vivere in un Paese violento. Ci sono però delle eccezioni: il primo caso, è facile immaginarlo, è la guerra; il secondo caso prevede notizie di crimini non politici a patto che gli assassini siano sempre stranieri! Mi ricorda qualcosa, ma non riesco proprio a capire cosa.

Non pubblicare i militari in ginocchio a messa

Nonostante il forte legame tra etica fascista e dottrina cattolica che ha accompagnato tutte le riforme sociali del ventennio, quando entra in gioco la virilità, il fascismo non fa eccezioni. “Si conferma la disposizione di non pubblicare fotografie di militari in ginocchio durante la Messa” (6 agosto 1940). Tale ordine fu ribadito più volte, a riconfermare l’assoluta proibizione di pubblicare foto in cui i militari non fossero in piedi, muscolosi e virili oppure in azione, forti e invincibili. Nella stampa e nell’immaginario italiano i militari non si sarebbero piegati neppure di fronte a Dio.

No ai punti interrogativi

Il 21 Settembre 1939 la velina non lasciava libertà d’interpretazione: “Non fare titoli interrogativi”. Cosa nasconderà mai di così potente e pericoloso un punto interrogativo da essere espressamente vietato dal Ministero fascista? Come può avere così tanta importanza un mero segno di punteggiatura?

Il punto interrogativo lascia spazio al dubbio. La domanda genera riflessione. E non c’è niente che un totalitarismo teme di più del libero pensiero dei cittadini. Il fascismo è asserzione. Non c’è posto per il dubbio.

Ecco come anche l’interpunzione assume un fortissimo ruolo comunicativo e plasmante. Ecco come si rivela la potenza di un mezzo, la stampa, che, senza questo meticoloso controllo, avrebbe potuto esercitare, solo con un titolo, il grandissimo potere di indurre i lettori alla riflessione.


Fonti:
1. Cavazza, S. & Pombeni, P. (2012). Introduzione alla storia contemporanea. Ed. Il Mulino, Bologna.
2. Gorman, L. & McLean, D. (2011). Media e società nel mondo contemporaneo. Ed. Il Mulino, Bologna.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in una Sicilia troppo lontana dal suo modo di essere, adesso vive a Bologna, dove studia Comunicazione per lavorare nel giornalismo, ma il suo obiettivo principale è diventare ogni giorno se stessa.

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