Annalisa Scarrone, il prezzo da pagare per (r)esistere

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In foto, Annalisa Scarrone

In foto, Annalisa Scarrone

Fino a qualche tempo fa, se qualcuno mi avesse chiesto un parere su Annalisa Scarrone, la rossa cantante ligure, vincitrice morale della decima edizione del talent show Amici di Maria De Filippi, avrei risposto «Ha una bella voce, ma nulla di più». Una voce cristallina e potente, con un’estensione notevole e una spiccata inclinazione alla precisione. Una voce da manuale, di quelle che strappano applausi e consensi, ma che restano soltanto un esercizio ben svolto. Una voce da talent, per intenderci.

L’impressione che ho sempre avuto è che Annalisa sia un’ottima esecutrice, ma – nonostante ciò – poco incline a fare, della propria tecnica impeccabile, un vanto. Anzi, ho sempre avuto l’impressione che considerasse la sua bravura, che di certo non è una (mia) opinione, un limite; ho sempre pensato che considerasse il suo talento una gabbia d’oro, una libertà sorvegliata, un prezzo da pagare. O una colpa da scontare. Ho sempre avuto l’impressione che ad Annalisa non interessasse affatto essere una nota intonata, un acuto azzeccato, un applauso a scena aperta. Quindi mi sono chiesto quanto segue: com’è possibile che una cantante come lei, che sa usare la voce consapevolmente, sembri fuori posto proprio quando il suo talento vocale viene riconosciuto?


Sembra un’immagine in movimento, una fotografia sfocata. Che, ad intuirne la bellezza, si fa in fretta; a coglierla e a raccontarla, un po’ meno.


Perché c’è dell’altro, mi sono detto. Ma Annalisa sembra non sia mai a fuoco, mai del tutto. Sembra un’immagine in movimento, una fotografia sfocata. Che, ad intuirne la bellezza, si fa in fretta; a coglierla e a raccontarla, un po’ meno. Annalisa non sembra mai del tutto a suo agio, molte volte ho avuto l’impressione che fosse ospite del suo stesso talento. Ho sempre pensato, in definitiva, che Annalisa fosse una buona esecutrice, senza una personalità definita, senza una direzione precisa, che potesse togliere – alla sua voce – il merito (gravoso) di essere il suo solo punto di forza.

Ma c’è dell’altro, mi ripetevo; ma, di cosa si trattasse, ho faticato a scoprirlo. Ho fatto fatica soltanto perché ho cercato nel posto sbagliato, ma questo l’ho capito dopo. Ho cercato nella sua discografia, quella ufficiale. Annalisa, in soli sei anni di carriera, ha pubblicato cinque dischi, cinque progetti diversi e difficilmente conciliabili. Sì, è vero, il pop – per sua definizione – è ricerca, quindi evoluzione, quindi cambiamento. Ma, quelli di Annalisa, sembrano tentativi mai pienamente convinti e convincenti, sembrano passi barcollanti verso mete imprecise, di fatto soltanto sfiorate. Sembrano occasioni mancate.

Annalisa Scarrone durante la settima puntata di Amici 10 (20/02/2011)

Annalisa Scarrone durante la settima puntata di Amici 10 (20/02/2011)

Appena uscita dal talent Amici, in cui si è aggiudicata il secondo posto e il premio della critica, ha pubblicato il suo primo album, Nali, anticipato dal singolo Diamante lei e luce lui. Annalisa propone al pubblico un disco pop, in perfetto stile talent: la fanno da padrona i brani scritti e composti da Federica Camba e Daniele Coro (allora reduci dal clamoroso successo di Immobile, scritta per Alessandra Amoroso) e da Roberto Casalino, penna pop per eccellenza. Annalisa sembra una Amoroso dal successo più tiepido e decisamente meno incisivo. Ma c’è qualcosa che fa ben sperare: si tratta di Solo, un brano che porta la sua firma e che la veste d’ironia e raffinatezza; un pezzo distante da tutti gli altri contenuti nell’album. Ma Solo non ha un seguito perché, archiviato Nali, a solo un anno di distanza, arriva Mentre tutto cambia.

L’Annalisa che ne viene fuori è ancora una volta romantica, vagamente retrò, certamente elegante. Ma ancora una volta non convince del tutto, le vendite non sono esaltanti e il capitolo Mentre tutto cambia viene chiuso in fretta e furia. Passa soltanto un anno e, nel 2013, partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con Scintille, un pezzo non di certo memorabile, incapace persino di esaltare le sue doti vocali. Un tentativo, a mio avviso poco furbo e ancor meno lungimirante, di prestare Annalisa a un pop leggero e immediato. A Scintille, tuttavia, tocca l’oneroso compito di trainare un nuovo album di inediti, il terzo in soli tre anni: si tratta di Non so ballare, un progetto che avrebbe meritato un lavoro più accurato e scrupoloso, ma che ha lasciato poche tracce (una di queste è certamente Alice e il blu, secondo estratto dal disco).

In foto, Annalisa Scarrone si esibisce durante il Festival di Sanremo del 2013

In foto, Annalisa Scarrone si esibisce durante il Festival di Sanremo del 2013

Nel 2015, poi, tocca a Splende, un lavoro che vede la produzione di Kekko Silvestre, leader dei Modà, e che ci propone Annalisa nelle vesti di cantautrice. Gli spunti sono buoni, i risultati – ancora una volta – poco più che sufficienti. Tuttavia, per tornare a Sanremo, Annalisa (o chi per lei) sceglie Una finestra tra le stelle, che porta la firma del già citato Kekko. Annalisa fa un tuffo nel mondo dei Modà, riesce (con poca fatica) a nobilitarlo, ma fa poco altro, perché – ancora una volta – sembra confinata in un mondo che non le appartiene. Il brano, tuttavia, ottiene un importante riscontro di vendite, l’album raggiunge il disco d’oro e il tour che segue tocca tutte le più importanti città d’Italia. Ma, nel 2016, decide di cambiare di nuovo e, con una mossa azzardata e inaspettatamente ingenua, torna a Sanremo con Il diluvio universale, un pezzo di spessore, di cui lei stessa è autrice, ma poco radiofonico. Stavolta, probabilmente, il desiderio di dimostrare il proprio talento autoriale spezza qualsiasi logica commerciale.

Il diluvio universale traina un nuovo album di inediti, Se avessi un cuore, che spiazza per sonorità e produzione; Annalisa non è più retrò, non è romantica, né scanzonata, ma torna con arrangiamenti elettronici e testi più incisivi e diretti. Se avessi un cuore, però, non ottiene il riconoscimento che merita e, dopo il terzo singolo estratto, abbandona la corsa e resta un’ottima occasione sprecata.

No, i cinque dischi (ufficiali) di Annalisa non sono affatto brutti, non è di questo che sto parlando. Quello che voglio sottolineare è che si tratta di tentativi incerti, di cambi di rotta ingiustificati e repentini, di salti nel vuoto improvvisi e, alla fine, di risultati mai troppo soddisfacenti, mai brillanti, né convincenti. O convinti, come dicevo poc’anzi. Ma, come anticipato, ho capito soltanto dopo di aver cercato nel posto sbagliato. Perché c’è dell’altro, c’è un’altra Annalisa prima di Annalisa.

Prima di entrare ad Amici, infatti, la cantante ligure, insieme a LeNoir, la band savonese di cui faceva parte, aveva realizzato un disco, Le origini, che avrebbe dovuto vedere la luce nel 2012, ma la cui pubblicazione, di fatto, è stata annullata. L’album avrebbe contenuto sette brani, scritti interamente da Annalisa: si tratta di pezzi che poco o nulla hanno a che fare con le sue produzioni post-talent, nemmeno con quelle che portano la sua firma. Le origini sorprende per le sonorità rock e per l’abilità e l’originalità con cui Annalisa modula la sua voce, che sa essere delicata e potente, lo sappiamo bene. Ma – in quest’occasione – sa mettersi al servizio dei brani, senza risultare soltanto una medaglia da esibire; diventa qualcosa di più, uno strumento di corde e sfumature inaspettate e mai prevedibili.


Ora resta soltanto da capire due cose: perché le case discografiche mortifichino l’unicità di un musicista e quale sia l’utilità di un artista che non può esprimersi come preferisce.


Sì, c’era dell’altro, non poteva essere altrimenti. Ora resta soltanto da capire due cose: perché le case discografiche mortifichino l’unicità di un musicista e quale sia l’utilità di un artista che non può esprimersi come preferisce. Dovremo accontentarci del nostro intuito, perché di risposte non ne avremo. Ma credo di conoscere il responso: il pubblico cerca l’immediatezza, il mercato asseconda il volere di chi (ancora) compra qualche disco. Quando non può assecondarlo, sceglie per lui e lo convince che sia quello che vuole. Il suo talento è stato smussato, modellato e ridisegnato e così Annalisa è diventata un (ottimo) prodotto, che di tanto in tanto ha cercato di ribellarsi. Senza mai riuscirci del tutto, però.

Dunque, le origini di Annalisa sono più interessanti di quanto sia avvenuto dopo. E, alla luce di quello che ho ascoltato, credo sia ingiusto e svilente confinare la Scarrone tra le (belle) voci di un talent. Credo sia ingiusto e limitante aver pensato di fare – di lei – un prodotto da (s)vendere a buon prezzo a un pubblico distratto. Credo, in definitiva, sia ingiusto e snervante pensare che un artista, per sopravvivere al mercato discografico, debba scendere a compromessi fino a non riconoscersi più.

Ho sempre pensato, di Annalisa, che fosse la prima della classe. Tuttavia, non riuscivo a spiegarmi perché occupasse quel posto controvoglia. Adesso mi è chiaro: Annalisa non è da primo banco, sa stare in fondo alla classe, sa sporcarsi la voce, sa parlare tra le righe, sa cantare e non le serve dimostrarlo. È più di un compromesso, più di un’etichetta, più di un progetto definito. È un’occasione che spero si compia. Un’occasione che spero non resti un’occasione soltanto.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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