Caparezza, il Prigioniero 709 che non smette di stupire

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Caparezza sulla copertina di Prisoner 709, il suo settimo album

Caparezza sulla copertina di Prisoner 709, il suo settimo album

Caparezza è tornato. L’emozione che trasmette questa frase è tanta: quando un artista vale, è un piacere immenso ascoltare i suoi lavori, il suo genio che si fa spazio tra note e versi. Questo è il caso di Michele Salvemini, che, dopo tre anni dal suo ultimo disco, Museica, ritorna con un concept album che ammalia, affascina e ipnotizza. Parlo di Prisoner 709la settima meraviglia di Caparezza.

Si tratta di un concept album composto da 16 brani, registrato tra Molfetta e Los Angeles, a cui hanno collaborato Max GazzèJohn De Leo e DMC. Nasce da una decisiva crisi interiore dell’artista, imprigionato nella confusione, senza più riconoscere se stesso. Inoltre, la sua situazione viene aggravata da un disturbo uditivo, l’acufene, che fa percepire all’orecchio rumori tanto fastidiosi da influire negativamente sulla qualità della vita del soggetto. In questo lavoro, infatti, questo disturbo è citato, specialmente nel brano Larsen.

Il titolo stesso, Prisoner 709, ricalca il malessere dell’artista, causato da una forte crisi d’identità. Il 7 si riferisce al suo vero nome, Michele, costituito da sette lettere, il 9 a Caparezza, composto da altrettante lettere, e lo 0 indica la continua scelta («o – o») tra il 7 e il 9. Adesso, però, addentriamoci nel cuore dell’album.

La prima tappa di questo viaggio è Prosopagnosia. Il termine si riferisce a un deficit percettivo del sistema nervoso centrale che impedisce al soggetto di riconoscere i tratti d’insieme dei volti umani. L’intro è ipnotica, entra nella testa senza più uscirne. Entra la voce di Caparezza insieme a un accordo di pianoforte suonato nella sua ultima ottava, rendendo l’atmosfera ancora più tetra. Collabora al singolo John De Leo. Il protagonista non si riconosce più. Non sa più chi è, non riconosce il suo nome, il suo volto. Michele o Caparezza? Prosopagnosia. Il reato.


Non mi riconosco più, prosopagnosia, sto cantando ma il mio volto non è divertito, quasi non capisco più quale brano sia, ogni volta mi riascolto e sono risentito.


Prisoner 709, il primo singolo pubblicato e la seconda traccia del disco. Il protagonista è Prigioniero di sé, rinchiuso in una galera buia. L’intro è dominato dalle chitarre elettriche e da un coro che ripete il numero “709”, lo stesso del Detenuto. Il brano ricorda vagamente Argenti Vive di Museica. Viene trattata l’asfissiante esperienza dei musicisti, pressati dalle case discografiche e poi “scordati qui, sullo scaffale di un porta CD”. La pena.


Io sono il disco, non chi lo canta, sto in una gabbia e mi avvilisco. Il futuro sopprime colui che negli occhi lo guarda, è un basilisco.


Si prosegue: è il turno di La caduta di Atlante. Dopo chitarra elettrica, basso, batteria e cori, ecco che incomincia il racconto. La storia di Atlante che regge il mondo sulle sue spalle diventa la storia del Prigioniero 709. Un peso all’inizio sopportabile, ma che col tempo diventa insostenibile e annienta chi lo sorregge. In sottofondo, cori angelici e maledetti al contempo ricalcano la gravità del momento. Il peso.


Del giorno in cui mi cadde il mondo addosso ricordo tutto pure l’ora e il posto, il contraccolpo poi la stretta al collo, la stretta al collo, la stretta al collo.


Forever Jung. Il Detenuto ha bisogno di una cura, di una terapia. È qui che la musica entra in gioco: il rap diventa psicoterapia, una cura capace di infondere la speranza nel Prigioniero di una liberazione. A questo singolo collabora DMC, un rapper statunitense, ma non è una presenza rilevante. Il rap diviene lo psicologo.


Ti liberi se parli il rap e non puoi dire il contrario tanto è “Parli il rap”. Ogni sputo mentre canto è una tavola Rorschach, ho un nemico immaginario tu chiamami John Nash, I’m Jung.


In questa perenne confusione e disperazione, il Carcerato ha bisogno di un conforto, “un culto da osservare per essere libero di privarsi della sua libertà”: il Confusianesimo. Vengono spesso ripetute le alte autorità religiose di ogni credo e loro ricorrenze, come fosse una preghiera o un mantra. Il conforto.


Passo alla meditazione ma dura per poco, io di natura nervoso, il tipo di uomo che recita il sutra del loto poi dopo si butta nel vuoto.


Il Testo Che Avrei Voluto Scrivere. Una voce sussurra nelle orecchie del Detenuto fino ad assillarlo: “Devo scrivere un testo”. L’ossessione di scrivere un testo epocale che si riduce a una perenne insoddisfazione. Questa frenesia è rappresentata al meglio dal tempo veloce del rap. Alla fine del singolo, dopo un’apparente convinzione di scrivere un brano perfetto, ecco l’insoddisfazione che si fa strada nella sua mente. La lettera.


Scrivo tanto ma non sono soddisfat.. scrivo tanto ma non sono soddisf../scrivo.. Scrivo tanto, soddisfatto mai.


Questa gabbia diventa sempre più stretta, asfissia e soffoca il Prigioniero. C’è bisogno di evadere, c’è bisogno di Una Chiave. È una conversazione interiore con le sue due identità: Michele e Caparezza. Una delle due mostra all’altra chi sia lei e quanto, in realtà, entrambe siano uguali, inseparabili (“Siamo la stessa cosa mica siamo imparentati, ci separano solo i calendari”). Le due identità si fanno forza a vicenda. Il colloquio.


La vita è un cinema tanto che taci, le tue bottiglie non hanno messaggi. Chi dice che il mondo è meraviglioso non ha visto quello che ti stai creando per restarci.


Ti Fa Stare Bene. Gli è stata concessa una leggera libertà, un po’ di aria dopo tanta prigionia. Il singolo più allegro tra tutti, di cui è uscito il video il 15 settembre. La scelta di far uscire due video contrastanti tra loro, questo e Prisoner 709 prima, è stata presa per sottolineare maggiormente il contrasto da lui vissuto. Questo momento di libertà è un’occasione per dire a se stesso: “Devi fare ciò che ti fa stare bene”. L’ora d’aria.


Sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo. Superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene!


Incominciano i vuoti di memoria, il Carcerato inizia a dimenticare chi è realmente. Migliora La Tua Memoria Con Un Click. Un file registrato, forse da un vecchio sé, che ricorda al Prigioniero del presente il modo in cui lui è e cosa deve fare per esserlo. A questo singolo collabora Max Gazzè, ma, come ogni collaborazione, sembra più un cruccio che Caparezza si sia voluto levare che una necessità. Il Flashback.


Ricorda, il tuo sesto senso è quello di colpa, e tutti ne approfittano almeno una volta perciò va bene l’apertura verso gli altri ma all’entrata mettici almeno una porta.


Larsen. È un effetto acustico, un fischio stridente che spesso si innesca quando il microfono è troppo vicino all’altoparlante a cui è collegato. Qui l’artista racconta la sua esperienza straziante con l’acufene, vissuta dal 2015. L’intro riprende quel suono stridente e continuo. Musicalmente, grazie a particolari effetti, viene espressa la disperazione di chi soffre di questo disturbo. La tortura.


Fischia l’orecchio, infuria l’acufene. Nella testa vuvuzela mica l’ukulele. La mia resistenza è quella zulu, cede. Se arriva Larsen te lo devi tenere fino alla fine.


709 day 1 Ph by @robertascroft

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Questa reclusione non vuole terminare. Bisogna intervenire, agire. Sogno Di Potere. Più che al potere, in realtà, il Prigioniero sogna di poter scegliere, essere libero, esprimersi. “Sogno di potere andare via”, ma alla fine non ci riesce. La rivolta.


Freddo il mio corpo, voce che strilla, mi sento in galera, metto il mio volto sulla mia spilla “Free Nelson Mandela”.


L’Uomo Che Premette. Un uomo con tante premesse giuste, si mostra pacifico, paziente e di larghe vedute. Invece è un uomo che non ammette di non mantenere le sue premesse. Si mostra innocuo, ma in realtà è criminale. “Premetto che sono l’uomo che premette il grilletto”. La guardia.


Non posso cambiare me, posso cambiare mira, l’invettiva è la mia malattia, la malattia invettiva.


Suoni tetri. Due voci, una flebile e una rauca che ripetono a oltranza “I don’t recognize it”. È Minimoog, la canzone più breve dell’intero disco. Collabora anche a questo singolo John De Leo. Il Prigioniero si trova in una sala ospedaliera, lo stanno operando. L’infermeria.


Più sangue che ad Halloween, i battiti in calo, le lastre coi raggi X di parti di cranio, raccolta d’urina come gli addetti in autogrill.


L’Infinto. Gioco di parole tra infinito e finto. Persone che in realtà sono programmi, automi. È una finestra sul mondo reale, invaso dalla tecnologia e dalla finzione. Il pianeta Terra diventa così uno “human simulator“. Suoni tipici dei giochi arcade di sottofondo, insieme agli strumenti, enfatizzano il concetto. “Solo accettando la finzione noi ritroveremo l’umanità”. La finestra.


In questo futuro che è simulato ogni computer è un simulacro, vecchi altarini spariscono dall’isolato un po’ come il tuo Sì rubato.


Chitarra acustica, coro e archi aprono Autoipnotica. Il Prigioniero ha bisogno di evadere, la gabbia diventa sempre più stretta, insostenibile. Inizia un viaggio nel buio subconscio con la sua autoipnotica, perdendosi nella sua profondità. Vuole fuggire da sé stesso, ma senza successo. L’evasione.


Ho capito che arrivo alla meta solo se mi perdo, scosse dall’interno, sono l’epicentro, sorrido, sul volto solco un semicerchio.


Prosopagno Sia!. Siamo giunti all’ultima traccia, la fine di questo viaggio. Riprende il titolo del brano di partenza, creando così una circolarità nel tragitto: l’arrivo è uguale alla partenza, solo con qualche differenza. Ciò a significare, forse, che non c’è una via di scampo a questa prigionia.

Le modifiche vi sono anche musicalmente: le voci sono diverse e anche la tonalità. Un basso potente e corposo accompagna le voci, che emettono suoni particolari e ripetono la stessa frase cantata da John De Leo nella prima canzone. L’esperienza del nostro Prigioniero è terminata. È libero o è in gabbia? Non si sa. La latitanza.


And if you call my name I don’t recognize it, if I look at my face I don’t recognize it.


Al termine dell’ascolto di questo lavoro è impossibile dire qualcosa. Le parole sono superflue davanti a tanta maestria, profondità e ricerca sonora. Un lavoro così alto non ha bisogno di commenti.

È un viaggio ipnotico e intimo, che porta chi l’ascolta attraverso il proprio subconscio, la propria psiche che diventa sua maledizione e liberazione. Perché è inutile negarlo: tutti siamo Prigionieri della nostra mente, o lo siamo stati. È un viaggio che ci rappresenta, mi rappresenta.

Caparezza è tornato. È tornato e ne avevamo tutti bisogno. Avevamo bisogno di ascoltare ottima musica, ricordarci cosa fosse. Non si può fare altro che provare immensa stima e ammirazione per lui e godersi la sua settima meraviglia: Prisoner 709.

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Elvira Petrarca

Elvira Petrarca

Nata nel 1997, vive di pane e pianoforte. Ama l'arte in ogni sua forma e viaggia sempre con una penna ed un quaderno in mano per poter raccontare ciò che più la incuriosisce.

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