Catalogna e altri “muri”

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Cittadini spagnoli in piazza per il SÍ al referendum per l'indipendenza della Catalogna © partedeldiscorso.it / Federica Montella

Cittadini spagnoli in piazza per il SÍ al referendum per l’indipendenza della Catalogna © partedeldiscorso.it / Federica Montella

Più di un anno fa visitai il Muro di Lennon a Praga su consiglio di un’amica, pur non avendo ben chiaro cosa fosse. Per chi non ci fosse mai stato, è semplicemente un muro su cui dagli anni ’80 vengono scritte/dipinte/spruzzate frasi ispirate a John Lennon e alcuni ideali di cui la sua musica si fa da portavoce: pace, fratellanza, unione. Il muro si rinnova continuamente, man mano che le scritte precedenti vengono sostituite da nuovi graffiti. Una frase che lessi forte e chiara in bianco al centro del muro, però, mi è rimasta impressa: “build bridges, not walls” (costruire ponti, non muri).

Il 2017 è più che mai un anno di muri. Muri brutti, muri veri o simbolici, muri di tutti i tipi, che qualcuno vorrebbe fossero invalicabili. L’esempio più lampante e concreto è il muro che vuole costruire Donald Trump al confine col Messico, per evitare che dei messicani possano entrare negli States, i quali sono stati definiti dallo stesso Trump “criminali” e “stupratori”.


La prospettiva di abbandonare un’organizzazione che promuove ideali di pace, democrazia, progresso, nata dal desiderio di contrastare spargimenti di sangue ed evitare ulteriori conflitti mondiali, che hanno dilaniato l’Europa nemmeno un secolo fa, garantire la libera circolazione di persone e merci, sarebbe sembrata un’assurdità qualche anno fa. Eppure, eccoci qua.


Allargando un po’ la prospettiva però vediamo che un muro non deve essere necessariamente fatto di cemento. Brexit, per fare un altro esempio, cos’è se non un altro muro? La Gran Bretagna è stata il primo Paese a richiedere tramite un referendum non vincolante di abbandonare l’Unione Europea – e dubito sarà anche l’ultimo – per ragioni fondamentalmente economiche e nazionaliste. La prospettiva di abbandonare un’organizzazione che promuove ideali di pace, democrazia, progresso, nata dal desiderio di contrastare spargimenti di sangue ed evitare ulteriori conflitti mondiali, che hanno dilaniato l’Europa nemmeno un secolo fa, garantire la libera circolazione di persone e merci, sarebbe sembrata un’assurdità qualche anno fa. Eppure, eccoci qua.

L’Unione Europea, frutto di un processo cominciato concretamente più di sessant’anni fa, che annovera tra i suoi padri fondatori, ironicamente, l’inglese Winston Churchill, è stata indubbiamente uno dei fattori che ha contribuito alla prosperità e alla pace in Europa nell’ultimo mezzo secolo – il più lungo periodo di pace che i Paesi membri abbiano mai visto.

Forse non è corretto parlare di pace in senso proprio quando ancora abbiamo paura di camminare per le strade affollate di Roma, di prendere la metro a Londra, di visitare il Parlamento Europeo di Bruxelles e la Tour Eiffel sta per essere brutalmente imbottigliata. In questi casi più che di paura, parliamo di terrore. Ma pur sapendo che questa non è pace, possiamo solamente immaginare cosa significhi guerra, in senso proprio: la guerra civile che ha messo in ginocchio la Siria, o quella che faceva tremare i nostri nonni al suono di bombe nemmeno ottant’anni fa. E almeno questa, per ora, ci è stata risparmiata.

Ma non è di guerre che voglio parlare oggi. L’ultima vicenda che ha attirato la mia attenzione, e mi ha portato a fare le amare riflessioni di cui sopra, è il referendum per l’indipendenza della Catalogna che si terrà il 1 ottobre. La Catalogna, regione nord-occidentale della Spagna con Barcellona come capoluogo, è già una comunità autonoma: ha la sua lingua ufficiale – il catalano – un parlamento autonomo e gode di indipendenza in settori quali educazione, sanità, ordine pubblico eccetera.

La regione ha senz’altro una forte identità, che il regime di Francisco Franco ha cercato di reprimere con scarsi risultati; una delle regioni più floride della Spagna, che conta circa sette milioni e mezzo di abitanti e che ha in più occasioni espresso il desiderio di separarsi dal resto della nazione e diventare uno Stato indipendente. Nel 2014 ad esempio c’è stato un altro referendum non vincolante e l’80% dei partecipanti ha votato a favore della scissione (sebbene circa un terzo degli aventi diritto parteciparono alla votazione).

Tuttavia, la costituzione spagnola è molto chiara a riguardo: la Spagna è indivisibile. Inutile dire che la capitale stia cercando in tutti i modi di impedire non solo la separazione della regione catalana dalla Spagna, ma proprio lo svolgimento del referendum in sé: basti pensare ai recenti arresti a danno di manifestanti e membri del parlamento catalano accusati di scaldare gli animi dei protestanti e incitare alla violenza, al sequestro delle schede elettorali e alle perquisizioni di tipografie sospettate di stampare schede e volantini. Azioni che, prese di per sé, di certo non istigano simpatia verso il governo spagnolo, che arriva quasi a passare per una dittatura.

Ma la domanda che sorge spontanea è: perché la Catalogna vuole diventare uno stato indipendente? Cosa ha causato questo crescente malcontento tra la popolazione? La risposa è altrettanto ovvia: identità nazionale? Cultura, lingua, tradizioni? Una storia e dei costumi a sé stanti? Neanche a dirlo. La verità è che, essendo la regione col più alto PIL del Paese, semplicemente vuole che questa ricchezza non vada dispersa nel resto dello Stato e che gli investimenti rimangano concentrati in Catalogna. E a quel punto, il tasso di disoccupazione svanirebbe, il sistema di trasporti diverrebbe eccellente, le tasche dei catalani sarebbero finalmente belle piene, giusto? Mh…

Girando per Barcellona e dintorni, una cosa salta immediatamente all’occhio: su centinaia di balconi sventolano bandiere a strisce gialle e rosse, che assomigliano a lingue fiammeggianti, o cartelli colorati con su scritto “”. Spostandosi verso paesini meno “europei” nel resto della regione, la quantità di bandiere cresce esponenzialmente. Se chiedi a un catalano pro indipendenza perché voterà sì, la risposta è quasi sempre la stessa.

“Ci hanno trattato malissimo in tutti questi anni. La Catalogna è ricchissima e paghiamo troppo alla capitale, senza ricevere abbastanza in cambio. Guarda i Paesi Baschi ad esempio, a loro è riservato un trattamento molto migliore”.

Io mi sento catalana, non spagnola. Quando vado all’estero dico che sono di Barcellona”.

Essere fieri di appartenere alla propria terra è bellissimo, ma personalmente non riesco ad abbracciare un concetto così contorto: sentirsi catalani piuttosto che spagnoli e europei, provare un senso di appartenenza per la propria regione e non per il proprio Paese. Più volte mi sono chiesta cosa avessero in comune a quei tempi il Regno di Sicilia e il Ducato di Savoia, ad esempio, ma neanche per un secondo mi augurerei che il mio Paese si separasse solo perché “mi sento napoletana”. Non solo mi sento napoletana, ma sono anche italiana. La ricchezza del mio Paese è data soprattutto da queste differenze storiche e culturali, dall’unicità e dall’autenticità di ogni regione. Se questo un giorno dovesse cambiare, e l’Italia non fosse più ciò che è oggi, morirebbe anche una copiosa parte della mia identità nazionale ma soprattutto personale. Per questo non riesco a spiegarmi come si possa auspicare ad una cosa del genere, senza badare alle conseguenze ma soprattutto senza sentirsi privati di una parte di sé.

Referendum Catalogna: le complicate conseguenze

L’uscita dall’Unione Europea è un altro fattore da tenere in considerazione, in caso di separazione. Diventando uno stato indipendente, nel caso volesse tornare a far parte dell’Unione Europea, la Catalogna dovrebbe ri-candidarsi per diventare un membro dell’Unione, e le probabilità che gli altri Stati membri accettino la sua candidatura sono scarse. L’uscita di una regione così prospera dall’UE sarebbe chiaramente un duro colpo, soprattutto tenendo presente che la Spagna è uno dei sei membri fondatori. Insomma, questa indipendenza unilaterale, e senza alcun valore legale, sarebbe poi così vantaggiosa?

Pur ammettendo che il malcontento dei catalani sia causato da problemi concreti e insostenibili, una cosa rimane: il referendum è anticostituzionale. Non solo: i leader catalani hanno promesso che, dovesse vincere il SÍ, la Catalogna proclamerà l’indipendenza entro 48 ore dal voto, ignorando le proteste di Mariano Rajoy e della Corte Costituzionale.

Essere anti independencia, a mio avviso, non significa necessariamente essere fascisti, come vorrebbero farci credere gli indipendentisti. Significa guardare oltre, capire le conseguenze reali che questa separazione potrebbe avere sulla regione in sé, sulla Spagna, sull’Europa. Significa evitare di creare una barriera tra Barcellona e il resto del mondo. Significa, per una volta, impedire che venga alzato un altro muro, che potrà fare solo del male.

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Federica Montella

Federica Montella

Fef vive in Irlanda, ma ama moltissimo il suo Paese, tanto che ogni volta che ci torna ci lascia un pezzettino di cuore (ma in compenso guadagna 3-4 kg). Ama viaggiare, leggere, scrivere, comprare cd, collezionare plettri (anche se non suona), la birra e i cani. Il suo sogno è diventare una giornalista, visitare ogni angolo dell’universo, andare a tutti i concerti dei suoi artisti preferiti, mangiare quantità industriali di Snickers senza ingrassare.

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