De Gonzalo, ovvero: di Dante, di calcio e di giudizi altrui

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In foto, Gonzalo Higuaín © ANSA

In foto, Gonzalo Higuaín © ANSA

Da qualche tempo i tifosi della domenica e dei social hanno un nuovo argomento di conversazione: si chiama Gonzalo Higuaín e fidati, questo non è un buon momento per chiudere l’articolo, perché non è di lui che voglio parlare. O meglio, non solo di lui.

Se avrai la pazienza di proseguire con la lettura, constaterai tu stesso che il cuore di questo articolo non è la Serie A. E la prossima volta che ti troverai in un bar o a un pranzo coi parenti avrai degli strumenti in più per capire di cosa si sta parlando, o un diversivo efficace per non rispondere a domande imbarazzanti rilanciando con un argomento che scalda l’animo di ogni tifoso italiano.

Il tema di questo articolo è cosa succede quando non siamo ritenuti all’altezza delle aspettative di persone che non ci conoscono.

Estratto dal comunicato ufficiale "Gonzalo Higuain è bianconero!", apparso su Juventus.com

Estratto dal comunicato ufficiale “Gonzalo Higuain è bianconero!”, apparso su Juventus.com

Ma ripercorriamo la storia: Gonzalo Higuaín viene acquistato dal Napoli per una cifra che all’epoca fa scalpore (lo fa ancora adesso, per fortuna: ma ultimamente per altri giocatori acquistati in Europa abbiamo sentito di prezzi ancora più assurdi) nel luglio 2016. È considerato la promessa della squadra: l’anno prima al Napoli ha segnato 36 gol in 35 partite, numeri che impressionano tutti.

Speriamo, si dice, che con questo ragazzo in campo si possa diventare campioni d’Europa. Ma questo non succede e anzi: a ben vedere, a inizio maggio si contavano  “solo” 5 gol in Champions (24 in campionato, nda). Sembra più decisivo il compagno di squadra Dybala, che era stato acquistato per circa 50 milioni di meno: e così, le critiche aumentano.

"Paulo Dybala, numeri record: può battere Higuaín?", da Sky Sport

“Paulo Dybala, numeri record: può battere Higuaín?”, da Sky Sport

A fine agosto riprende il campionato e non ci sono i fuochi d’artificio che i malcontenti esigevano dall’alto dei loro divani domenicali: le critiche continuano a imperversare. Sì, ha segnato due volte, però Dybala sette. Gravissimo agli occhi dei tifosi dell’internet, che subito si scagliano, in ordine alfabetico, contro il suo acquisto, la sua forma fisica, la sua insofferenza ai fischi.

Cos’è successo, la tua stella si è oscurata o forse il pubblico non è in grado di aspettarti. Di vederti umano.

Per loro devi essere perfetto, come in una pubblicità o in un film, oppure eclissarti subito. Persino l’ascesa del compagno di squadra, che continua a segnare, non è considerabile solo come ascesa del compagno di squadra: è un miglioramento di Dybala, mentre invece Higuaín…

O Gonzalo, ma sai che io me li immagino, questi affezionati del telecomando che sparano a zero con dedizione e convinzione sul primo che corre meno. Non importa se tu le tue sei ore (come minimo) di allenamento al giorno bene o male te le fai. Questi mariti ogni settimana si spazientiscono con te che non dimagrisci, mentre chiamano Wilma che porti la birra in salotto che non hanno voglia di alzarsi.

Eh, questo pubblico da Arena che rivuole il personaggio e non l’attore con la sua faccia. Sì, me lo immagino e ci rimango male, perché ci sono molti pregiudizi sui tifosi visti come un pubblico sbraitante e un po’ tonto – e qui li confermiamo tutti.

Il caso di Higuaín è emblematico di una situazione che si ripete da secoli e secoli: quando qualcuno sbaglia, cade, inciampa, siamo in tantissimi a fischiarlo. E se non si rialza, facilmente rievocheremo negli anni a venire la sua fase di declino anziché i suoi tempi migliori condannandone la memoria per sempre; se invece riprende a correre, diremo che è stato bravo, incredibile, salteremo subito sul carro del vincitore affermando di esserci su da tanto.

Ed è una storia vecchia come il mondo che ancora non siamo riusciti a cambiare.

Già all’inizio del XIV secolo Dante Alighieri ci metteva in guardia dalle lusinghe dei riflettori: non vale la pena vivere per il giudizio di sconosciuti, diceva; non è quella folla che applaude lontana, che chiama il tuo nome solo quando segni che ti deve giudicare. Essa è innamorata di un’idea che deve rimanere astratta, cioè svincolata da legami reali, altrimenti ricorda loro la realtà e non va bene.

Scriveva nel canto XI del Purgatorio:

Oh vana gloria delle capacità umane!
Come resta per poco tempo evidente e matura,
se non è seguita da età di decadenza![1]

Vano arriva dal latino vanus: vuoto, privo di sostanza. È inconsistente, dura per poco tempo, prima di affievolirsi.

Cimabue ha creduto di essere il migliore nella pittura,
e ora è Giotto ad avere la celebrità,
cosicché la fama dell’altro ne è oscurata.
Così Guido Cavalcanti ha tolto a Guido Guinizzelli
la gloria nell’ambito della poesia; e forse è già nato
colui che entrambi supererà.[1]

Per cosa vuoi dedicare la tua vita davvero? Per essere il migliore, o essere il meglio di te?

E ancora:

La fama che vige nel mondo dei mortali non è altro che un alito
di vento, che soffia ora da una parte e ora dall’altra,
e cambia nome poiché cambia direzione.[1]

Passa in fretta, scriveva Dante già secoli e secoli fa, e quanto ancora è attuale. Passa in fretta e non ti si affeziona, come non ti si affeziona il pubblico né non ti rimane un titolo, perché ci sarà sempre uno che ti supererà.

Era bello correre in campo quando tutti erano con te, ti incitavano, quando eri portato in palmo di mano da tutto lo stadio. Ora non è più così, e ora inizia la sfida. Questo mondo è un palcoscenico, diceva Shakespeare, questo mondo è un’arena. Vale la pena rimanerci finché hai successo, poi ti oscurano.

Chissà per quale motivo preciso spendiamo grande parte del nostro tempo a preoccuparci di cosa pensano (anzi, cosa potrebbero pensare) gli altri di noi. Concentriamo le nostre energie nell’adeguarci a degli standard che ci sentiamo aleggiare sopra la testa – e solo raramente ci chiediamo se siano sensati.

A volte ci rendiamo conto che sono persino assurdi. Ma chi può giudicarti senza conoscerti? E perché ha più valore il giudizio di un estraneo anziché il tuo?

A ben vedere, la nostra mancanza non consiste nel non essere abbastanza in gamba per gli altri (chi, infatti stabilisce cosa è abbastanza?) ma piuttosto rimanere al di sotto delle nostre potenzialità. Sapere di poter dare 100 e accontentarsi di 60. Perché significa che ci svalutiamo, che ci accontentiamo di una nostra sufficienza.

Così (e torno a rivolgermi al nostro protagonista) oggi non corri solo per gli applausi e per i giornali; non per eguagliare un compagno di squadra, non per dimostrare qualcosa: ma per te, per i doni che hai e la responsabilità che comportano. Perché sai che questo lavoro è il tuo, che sei meglio di molti altri e che l’unico che può metterti in discussione sei tu.

Non viviamo per la fama e per la gloria. Viviamo e ci impegniamo perché crediamo di valere qualcosa oltre un’apparenza, perché crediamo in noi stessi, perché quello che abbiamo può diventare una meraviglia.

Che ciò che facciamo può cambiare qualcosa e se è possibile o no lo decidiamo solo noi. Tutto il resto è solo rumore di una folla annoiata, o come avrebbe detto l’Alighieri, nulla più che un alito di vento.


Fonti:
1. “Purgatorio”, canto 11: parafrasi su Oilproject

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Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Amo viaggiare e conoscere persone che hanno voglia di raccontare, che è un po’ come viaggiare. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda e studio Lingue e Comunicazione a Milano, ma tendo a scappare in treno, aereo o bici appena possibile.

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