Dunkirk, ovvero la guerra dei sensi

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Un frame tratto da Dunkirk, l'ultimo film di Christopher Nolan

Un frame tratto da Dunkirk, l’ultimo film di Christopher Nolan

Un gruppo di soldati cammina lungo la strada deserta di una città, senza imbattersi in anima viva. Il silenzio li avvolge, mentre dei volantini cadono leggeri dal cielo. Ritraggono un breve tratto della costa francese con alcune città in sovrimpressione e tutt’intorno un’immensa macchia rossa con una scritta: “Vi abbiamo circondato. Arrendetevi, se volete sopravvivere”. All’improvviso, potenti colpi di mitragliatrice squarciano l’aria: i soldati fuggono, ma solo uno di loro (Fionn Whitehead) riesce a salvarsi e a raggiungere le trincee strenuamente difese da soldati francesi. Anche se al sicuro, il ragazzo continua a correre, il cuore pulsante nel petto, finché una scena glaciale non gli si para davanti agli occhi: sulla spiaggia migliaia di soldati sono ordinatamente in fila, in attesa di essere imbarcati. Ma nel mare di fronte a loro solo poche e malmesse imbarcazioni li attendono. Come poter descrivere in maniera oggettiva un film come Dunkirk, decima opera da regista per Nolan?

Già queste prime scene, quasi completamente prive di parole e stracolme invece di improvvisi suoni assordanti e altrettanto repentini silenzi, di impressioni visive, ci invitano a lasciare da parte anche solo per un momento la razionalità e a lasciarci travolgere dai sensi, dall’angoscia e dalla rassegnazione di fronte a un fato all’apparenza inevitabile. D’altronde, furono senza dubbio queste le sensazioni provate dagli oltre 400mila soldati inglesi e francesi rimasti intrappolati sulle coste francesi davanti a Dunkerque tra maggio e giugno del 1940, circondati dalle truppe tedesche e sotto l’incessante tiro dei bombardieri della Luftwaffe, in quella che fu definita una delle più grandi disfatte militari della seconda guerra mondiale.


In Dunkirk, la sottrazione della razionalità a favore dei sensi viene messa in atto attraverso un’altra serie di sottrazioni. Quella del suono, innanzitutto.


Una sottrazione della razionalità a favore dei sensi, dunque, che viene messa in atto attraverso un’altra serie di sottrazioni. Quella del suono, innanzitutto, a cui abbiamo già fatto riferimento sottolineando la scarsità e scarnezza dei dialoghi e l’alternanza silenzi/rumori assordanti, ma anche quella dei colori (dominano il grigio, l’azzurro e il bianco, tutti riconducibili all’idea del freddo e della morte), del nemico che non si vede mai in faccia ma la cui minaccia è costantemente avvertita e, soprattutto, quella dello spazio, con migliaia di soldati costretti in un minuscolo lembo di terra e i vari protagonisti sballottati di volta in volta in luoghi sempre più angusti, dalla cambusa di una nave all’abitacolo di un aereo, da un molo sovraffollato a una scialuppa che rischia di capovolgersi. Un senso di angustia che finisce per coinvolgere lo spettatore stesso, chiuso nel buio della sala, portandolo a sentirsi ancor più coinvolto dalle vicende mostrate: quando proviamo terrore al suono dei bombardieri in picchiata non lo facciamo solo perché temiamo per la vita dei personaggi, ma anche perché abbiamo timore per la nostra stessa incolumità.

Anche il tempo assume un ruolo cruciale all’interno della pellicola, tanto che le tre principali linee narrative, oltre che da riferimenti ambientali (terra, acqua e aria), sono caratterizzate anche da diversi archi di tempo (una settimana, un giorno, un’ora), che solo saltuariamente si incrociano tra di loro. È dunque un tempo non lineare quello di Dunkirk, frammentario e inafferrabile, e che ciò nonostante scorre imperterrito, come l’onnipresente ticchettio di orologio, sapientemente inserito da Hans Zimmer nella colonna
sonora
composta principalmente da inquietanti suoni ambientali, continua a ricordarci.

Tom Hardy in Dunkirk, di Christopher Nolan

Tom Hardy in Dunkirk, di Christopher Nolan

Sebbene tutti questi elementi contribuiscano a circondare l’opera di Nolan di un’aura quasi orrorifica, non dobbiamo dimenticarci che ci troviamo di fronte a un film di guerra. Ma attenzione: non aspettate di trovarvi valori patriottici, allegre compagnie di soldati, malvagi nazisti in uniforme e stupefacenti scontri armati. Nonostante vi siano naturalmente delle componenti spettacolari all’interno del film (soprattutto per quanto riguarda i fenomenali combattimenti aerei), è indubbio che Nolan rifugga quasi del tutto quella retorica bellicistica che permea buona parte delle opere sul secondo conflitto mondiale e che vede nella guerra sì un male, ma necessario nel nome di fini superiori. Nulla di tutto ciò in Dunkirk, dove la guerra viene mostrata nel suo vero volto: una corsa al massacro, l’inutile sacrificio di migliaia di giovani vite. Quelli sulla spiaggia non sono combattenti valorosi, ma ragazzi spaesati, infreddoliti e impauriti, pronti a tutto pur di riuscire a sopravvivere e rivedere casa, da piccoli ma fondamentali gesti di umanità (la condivisione dell’ultima borraccia, il passaggio di un salvagente) alle più meschine e cupe bassezze. D’altronde, la lotta per la sopravvivenza non è mai uno spettacolo gradevole a vedersi.

Anche la patria, pur tanto desiderata dai soldati intrappolati e tema ricorrente all’interno della pellicola, è privata di ogni positivo alone propagandistico: e se è vero che i migliaia di cittadini comuni salpati alla volta delle coste francesi con le loro imbarcazioni hanno dato vita a un irripetibile atto di coraggio e umanità, è altrettanto vero (come sembra sostenere proprio un personaggio del film) che forse la decisione di partire in molti fu dovuta a una sorta di senso di colpa, alla consapevolezza che loro stessi avessero contribuito a spingere i loro figli, nipoti e parenti verso la morte, mentre il governo centrale mostrava un utilitaristico egoismo nel non inviare ulteriori imbarcazioni militari.

Non è possibile comprendere appieno che cosa sia la guerra se non la si è vissuta sulla propria pelle e chi ne ha provato gli orrori difficilmente riuscirà a renderne partecipi gli altri. Forse proprio in questo sta la forza di Dunkirk: nel lasciare da parte la razionalità, nel non cercare di dare a ogni costo una spiegazione precisa di ciò che viene messo in scena, nel lasciare che per una volta siano i sensi a guidare lo spettatore; non a caso quando la razionalità si ripresenta (nelle lunghe file di soldati, nella ripetitività degli attacchi, nelle formazioni aeree…) lo fa per rimarcare ulteriormente quel senso di angustia che travolge personaggi e spettatori anche ben dopo la fine della visione.

Non mi dilungherò ulteriormente, ma voglio lanciarvi un invito: andate a vedere Dunkirk al cinema. In un’epoca in cui è imperativo poter vedere ogni cosa su qualsiasi dispositivo in ogni luogo e occasione, è bello ritrovarsi di fronte a un film fatto apposta per essere visto nel buio della sala in mezzo a decine di altre persone. È un’esperienza che non dimenticherete facilmente.

About author

Fabio Guazzetti

Fabio Guazzetti

Sono nato nel 1997 e per 19 anni ho vissuto sulle rive del lago di Como, prima di partire alla volta di Bologna per inseguire la mia passione: la settima arte. "Questa è l'acqua, e questo è il pozzo. Bevi appieno e discendi. Il cavallo è il bianco negli occhi, e oscuro all'interno..."

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