La musica in streaming: il grande bluff delle certificazioni

1
In foto, il rapper lombardo Sfera Ebbasta, classe 1992. Ha ottenuto certificazioni per ognuno dei brani contenuti nel suo disco omonimo, pubblicato nel settembre 2016

In foto, il rapper lombardo Sfera Ebbasta, classe 1992. Ha ottenuto certificazioni per ognuno dei brani contenuti nel suo disco omonimo, pubblicato nel settembre 2016

La musica si trova di fronte a un ossimoro, che – a ben vedere – è solo un vetro appannato, da ripulire in fretta, perché le due verità (inconciliabili, ma non troppo), di cui sto per parlare, esistano senza escludersi l’un l’altra. Com’è possibile che due realtà opposte possano (co)esistere? È presto detto: una delle due è una verità a metà; l’altra metà, tuttavia, non è una bugia, è piuttosto un bluff. Ma di che ossimoro si tratta?

Ve lo spiego subito: con la stessa frequenza con cui qualcuno parla di un’industria discografica ormai in ginocchio, di vendite in calo, della necessità di nuove strategie di marketing per risollevare le sorti della musica, qualcun altro, invece, racconta di un’industria in netta ripresa, di dischi d’oro e di platino, di certificazioni puntuali come i disagi di Roma al primo temporale di stagione. Dunque – viene da chiedersi – qual è la verità? Cercherò di raccontarla qui di seguito.

Le certificazioni dei singoli: qualche esempio pratico

Per quanto riguarda i singoli, ormai da qualche anno, la soluzione che il mercato discografico ha pensato di attuare, di fronte al suo annunciato e imminente declino, è stata quella di conteggiare, ai fini delle vendite, anche gli ascolti streaming – quindi gratuiti – dei brani. Questo significa che, a concorrere per la conquista del disco d’oro e di platino, non sono soltanto le copie digitali effettivamente acquistate, ma anche gli ascolti dei brani su Spotify. Centotrenta ascolti equivalgono a una copia venduta.

Ecco un esempio pratico di quanto ho appena detto: pochi giorni fa, Levante, cantautrice siciliana, ha ottenuto il disco d’oro per le oltre venticinquemila copie vendute del brano Pezzo di me, secondo estratto dall’album Nel caos di stanze stupefacenti. Ma quanto c’è di vero in questa certificazione, considerando che Pezzo di me non ha mai toccato le vette più alte delle classifiche digitali? Poco. Il brano, su Spotify, è stato ascoltato 2.144.000 volte. 2.144.000 diviso 130 fa quasi 16.500. Questo vuol dire che le copie effettivamente vendute sono meno di diecimila. Quindi, qual è il senso di una certificazione che non certifica il vero?

Ma non è finita qui, perché – è risaputo – Spotify è una realtà giovane e, in quanto tale, porta maggiore profitto alle nuove leve della musica italiana. Un esempio lampante, a tale proposito, è il giovane rapper lombardo Sfera Ebbasta, classe 1992: il cantante, infatti, ha ottenuto una certificazione per ognuno dei brani contenuti nel suo disco omonimo, pubblicato nel settembre 2016. Undici canzoni su undici hanno ottenuto almeno un disco d’oro o di platino. Com’è possibile, considerando l’apporto quasi nullo delle radio? La risposta è su Spotify: nessun pezzo ha meno di tre milioni di ascolti. Questo vuol dire che i soli streaming, senza l’ausilio delle vendite effettive, gli hanno permesso di ottenere una certificazione per ogni canzone contenuta nel disco.

Quindi, ancora una volta, quanto c’è di vero in un disco d’oro ottenuto per le vendite, ma raggiunto senza vendite? Ma veniamo alla vendita dei dischi, a cui è toccata una sorte non dissimile. Infatti, la Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana), che – già a partire dal 2014 – aveva introdotto lo streaming musicale nel conteggio delle copie dei brani venduti, da pochi mesi (esattamente da luglio) ha deciso di estenderlo anche alle rilevazioni dei dischi. 1.300 ascolti equivalgono a una copia venduta; ascolti, questi, ottenuti attraverso la somma totale degli stream accumulati da un album, prendendo in considerazione tutti i brani che lo compongono. Questo significa che gli ascolti totali settimanali di un CD, sommando gli stream di ogni canzone contenuta al suo interno, vengono divisi per 1.300. Il risultato viene sommato agli album effettivamente venduti sulle piattaforme digitali e alle copie fisiche. La condizione da rispettare è una soltanto: ogni brano deve essere ascoltato per almeno trenta secondi, affinché lo stream sia valido. Quindi, è possibile ascoltare un album, costituito – ad esempio – da dieci brani, in poco più di tre minuti.


Gli artisti più giovani hanno il vantaggio di disporre di una fanbase fatta quasi esclusivamente da un pubblico di giovanissimi, particolarmente avvezzi allo streaming, disposti ad ascoltare ripetutamente e in massa i brani del proprio beniamino, fino a permettergli di raggiungere una certificazione.


La Fimi, tuttavia, permette il conteggio di soli dieci stream giornalieri dallo stesso account. Questo fa sì che ogni utente possa ascoltare un disco (prendiamo come esempio sempre un disco composto da dieci canzoni) per ben dieci volte in soli trenta minuti; poco più, se il CD contiene un numero maggiore di brani. Quindi, a conti fatti, tredici utenti, impiegando soltanto mezz’ora al giorno, possono trasformare i loro stream in una copia venduta. Dove voglio arrivare? Non è difficile intuirlo: gli artisti più giovani hanno il vantaggio di disporre di una fanbase fatta quasi esclusivamente da un pubblico di giovanissimi, particolarmente avvezzi alla tecnologia e – di conseguenza – allo streaming, disposti ad ascoltare ripetutamente e in massa i brani del proprio beniamino, fino a permettergli di raggiungere una certificazione. Che, diciamolo, seppur contraffatta, è pur sempre un’ottima medaglia da esibire.

È il caso di fare subito un esempio concreto: a luglio, Gué Pequeno ha pubblicato il suo nuovo disco di inediti, Gentleman. Il rapper, durante la prima settimana di pubblicazione dell’album, ha totalizzato un numero di stream pari a oltre seimila copie vendute; risultato, questo, che gli ha permesso di aggiudicarsi il primo posto nella classifica Fimi. Ma non è tutto: parecchi rapper, perlopiù sconosciuti al grande pubblico e di certo poco incisivi sulle vendite degli album fisici, sono risaliti in classifica di trenta, quaranta o addirittura cinquanta posizioni. È evidente che sia giusto che anche lo streaming musicale abbia un peso nel decretare il successo di un artista ma, allo stato attuale delle cose, finisce soltanto per falsificare la realtà dei fatti. Non sarebbe meglio se gli ascolti non influenzassero in alcun modo la classifica di vendita e venissero calcolati ai fini di un’altra classifica? Qual è, esattamente, il senso di premiare un artista che – di fatto – non ha venduto le copie per cui è stato premiato?

Come se la realtà non fosse già sufficientemente alterata, gli ascolti streaming, non di rado, possono essere manovrati da altri fattori: dalle fanbase, ad esempio, a cui accennavo prima. Ripropongo il caso di Sfera Ebbasta e azzardo un confronto con Laura Pausini: sebbene quest’ultima abbia certamente un numero di fan superiore rispetto a quello del giovane rapper lombardo, sebbene abbia il supporto delle radio, della televisione e di ogni mezzo di comunicazione possibile, sebbene sia un’artista affermata e nota in tutto il mondo, soltanto due dei cinque brani estratti dal suo ultimo disco, Simili, hanno ricevuto una certificazione; due singoli su cinque, due canzoni su un totale di quindici pezzi contenuti nel CD. Com’è possibile? La soluzione va cercata nella sua fanbase, diversa da quella di Sfera Ebbasta e di altri rapper che, come lui, hanno stravolto le classifiche pur vendendo un numero esiguo di dischi.

Non solo le fanbase: tutti i fattori che manovrano le certificazioni

Ma non basta: tra i fattori che manovrano e falsificano gli ascolti streaming ci sono certamente le playlist, che supportano alcuni artisti a scapito di altri. È difficile, mi vien da notare, trovare artisti poco accattivanti nelle playlist offerte agli ascoltatori; ma questo, in fondo, è un escamotage quasi innocuo. Meno innocuo, invece, è il fatto che 1.300 stream hanno lo stesso valore dell’acquisto di una copia di un album, ma – a ben vedere – molti ascolti riguardano una canzone soltanto e non il disco nella sua totalità. Qual è il senso di dare a 1.300 streaming il valore della vendita di un disco, quando la maggior parte degli ascolti riguardano soltanto una canzone? La Fimi ha prontamente spiegato che non più del 70% di una singola canzone può valere per il conteggio generale, ma rimane il fatto che un album sia un’altra cosa. Le modalità di ascolto e i dati di consumo sono disomogenei, quando si parla di dischi e non di singole canzoni.


Gli streaming da rendere complementari alle vendite dovrebbero essere esclusivamente quelli effettuati da utenti paganti, cioè da utenti abbonati a pagamento a un servizio di streaming.


E che dire, poi, del fatto che non venga fatta alcuna distinzione tra gli utenti paganti e quelli che, invece, usufruiscono gratuitamente di Spotify? Gli streaming da rendere complementari alle vendite dovrebbero essere esclusivamente quelli effettuati da utenti paganti, cioè da utenti abbonati a pagamento a un servizio di streaming. Perché ascoltare una canzone in streaming gratuitamente, in fondo, non è diverso dall’ascoltare un brano in radio. Sì, un brano ascoltato in streaming è quasi sempre una scelta (e sottolineo “quasi”, perché i fruitori passivi di musica non sono pochi e, a proposito dell’organizzazione delle playlist, c’è chi sospetta che siano condizionate e indirizzate a pagamento), mentre un brano ascoltato in radio, al contrario, no. Ma si tratta pur sempre di due servizi gratuiti e, in quanto tali, non dovrebbero condizionare una classifica di vendita.

Ma ha ancora senso chiamarla “classifica di vendita”? Ci sono artisti che, oggigiorno, ricevono il disco d’oro o di platino per le copie effettivamente vendute? Se ad un totale di venticinquemila copie ne vengono sottratte più della metà, in quanto non realmente vendute, ha ancora senso definirlo “un successo”, o forse è più corretto e sensato chiamarlo bluff?

Perché, in fondo, è di questo che si tratta: un grande bluff, di cui tutti sono al corrente e a cui tutti partecipano, fingendo di non accorgersene. Ma, in definitiva, mi chiedo: a che pro?

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

1 comment

  1. Randolph Carter 16 settembre, 2017 at 00:26 Rispondi

    Non vedo nessun problema se non mettere la parola “vendite” nel nome della classifica. Sostituiamola con “popolarità” o “diffusione” ed il problema sparisce.
    Tutto l’articolo mi pare dettato da un notevole senso del disprezzo per certe categorie di musicisti e di consumatori e dalla negazione della realtà attuale.

Post a new comment

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi