Solo bagaglio a mano: la vita in uno zaino di massimo 5 chili

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Dettaglio della copertina di Solo bagaglio a mano, di Gabriele Romagnoli

Dettaglio della copertina di Solo bagaglio a mano, di Gabriele Romagnoli

C’è chi è rientrato e in questa mattina di sabato è già in ufficio, c’è chi ha iniziato le vacanze ora e chi magari, invece, si ritrova come me a fare qualcosa che lo appassiona, con la tazzina ennesima di caffè fra le mani e le dita gonfie per l’umidità. Ma con Solo bagaglio a mano sul comodino.

Siamo a settembre, siamo oramai giunti in quel periodo dell’anno dove, ricominciando il tran tran quotidiano, viviamo giorni di umore depresso, di nervosismi e pesantezze dell’anima. Ma anche del borsone, della valigia, dello zaino.

È giunta dunque l’ora di fare pulizia, di buttare, perdere, scrollarsi di dosso tante, troppe cose che ci portiamo dietro consapevoli del peso che hanno. E c’è un libro che consente di fare questa pulizia a cuore leggero. Che non è un libro che in dieci passi ti fa rinascere, che ti spiega come affrontare un lutto o quale corso di PNL frequentare, anzi. Gabriele Romagnoli ci fa viaggiare con un solo bagaglio a mano.

Per quel che mi riguarda è difficile inserire Solo bagaglio a mano in una categoria specifica. È un libro scritto per i viaggiatori che si portano dietro bagagli ingombranti. Scritto per riflettere, per chi il bagaglio pesante lo ha nella testa e vorrebbe fare una deframmentazione ma non ne ha il coraggio. È un testo ricco di informazioni e di cultura.

Solo bagaglio a mano si apre infatti con la presa di coscienza della propria morte. In Corea del Sud Gabriele sperimenta la sua morte come fanno un po’ tutti in quel luogo dove il tasso dei suicidi è alto, troppo alto. E il momento peggiore non è star chiusi nella propria bara ma dover scrivere a qualcuno qualcosa, dover rinunciare al libro, all’orologio, allo smartphone in quella bara. Rinunciare a tutto, come dicono a Napoli: con le tasche vuoti nasci, con le tasche vuote muori. O una cosa simile.

Un viaggio nella riflessione alla quale non potrete mentire. Un viaggio che dovrete fare, prima o poi, con massimo cinque chili. Non importa che sia zaino o borsa, ma non più di quei cinque chili. Indispensabile e multifunzionale è ciò che differenzia il contenuto dello zaino di un viaggiatore da quello di un turista.

Scoprirete così quella sostenibile leggerezza dell’essere. Dell’essere liberi dalle zavorre della memoria, da quel peso emotivo e materiale che quasi nessuno ha il coraggio di abbandonare.

Abbandonare, sì. Perché l’abbandono è una perdita, una sconfitta, essere svuotati di qualcosa, da qualcosa. E quando abbandoni, perdi qualcosa volontariamente, sei consapevole della tua morte. Perché è così che ci si sente quando si lascia volontariamente qualcosa. Ci si abbandona nelle braccia di quella morte che dura poco, anche se sembra un’eternità.

Giusto il tempo di attaccarsi a qualche altro oggetto, qualche altra memoria.

In foto, Gabriele Romagnoli, autore di Solo bagaglio a mano

In foto, Gabriele Romagnoli, autore di Solo bagaglio a mano

Immaginate che qualcuno venga da voi e vi dica: “Puoi liberarti di quei libri che non leggi e non leggerai mai. Puoi darli a qualcun altro che in cambio ti darà qualche altro testo”.

Immaginate di ritrovarvi a fare la cernita dei libri, di rinunciare volontariamente a qualcuno di essi dunque. Inconcepibile, vero? Che uno ve ne dia cento di libri o che uno vi dica “te lo assicuro, funziona”, a voi non cambierà e vi attaccherete ancora di più anche al catalogo 1998 delle offerte di Panorama.

Pensate se invece, leggendo un libro con aneddoti di vita vissuta davvero, di viaggi fatti, vi ritrovaste a riflettere su questi aspetti. Immaginate che uno sconosciuto, vi dica: “Il mondo è quel libro: opportunità, trabocchetti e traguardi. Se poi lo dovessi perdere, prova a ricordarlo. La citazione non sarà esatta, ma sarà quel che di quella frase ti è rimasto”.

Perché Solo bagaglio a mano è un piccolo manuale per i viaggiatori, ma anche per quelli che stanno fermi, in attesa delle vacanze tanto sognate e che nel frattempo accumulano e accumulano, senza lasciare andare niente.

Perdere è avere un’occasione. Invece si ha paura di perdere e/o di perdersi. A tutte le latitudini “smarrire”, “smarrirsi” sono verbi vietati. Siamo circondati da indicazioni, cartelli stradali, navigatori satellitari, mappe sul cellulare.

Alla fine di ogni capitolo di questo piccolo libro, decisamente non ingombrante e che può essere inserito in quei cinque chili di solo bagaglio a mano, rifletterete sulla pesantezza di ciò che avete accumulato fino a un minuto prima. Rifletterete su quanto sia inutile portarsi dietro una valigia per ventuno chili che già di suo ne pesa tre magari. E scoprirete l’utilità del vecchio fagotto.

Nessun fagotto può essere a prova di pieghe o altri danni. E anche questo va sempre tenuto presente: nessuno può proteggere nessuno da tutto e tutti. Il senso di colpa tende a infilarsi nel bagaglio e a renderlo di una pesantezza intollerabile, ma va scaricato o si resta bloccati.

E un attimo dopo, di quanto il contenuto del fagotto, però, può deteriorarsi.

Ma quel peso, quell’ingombro di cui Romagnoli parla in Solo bagaglio a mano non riguarda solo borse, libri e vestiti che non metterete mai (me compresa).

Avete presente la rubrica del cellulare? Quanti di quei numeri, di quei contatti, utilizzate davvero?

“Eh, metti che un giorno mi servono…”

Un giorno, forse. Come i vestiti. “Un giorno magari li metterò”. Ma nel frattempo?

Nel frattempo ve li portate dietro, occupate spazi senza poter far nulla. Tenersi ancorati a qualcosa (o qualcuno), a volte equivale ad accontentarsi. Se lasciassimo quel libro dimenticato in stazione senza correre a cercarlo, se lasciassimo quegli abiti messi poche volte ci libereremmo di così tanto spazio non solo in casa ma nell’anima, al punto che potremmo smettere di accontentarci di ciò che abbiamo. Chi si accontenta gode, si dice. Ma non è vero, non gode. Si accontenta solo, appunto. E accontentarsi, tenersi le zavorre, i pesi, non è certo godere. È paura, è abitudine, è quel meccanismo magari automatizzato con gli anni che non ci permette di scoprire niente di più di quello che abbiamo davanti.

Partire dunque con un solo bagaglio a mano. Partire con l’essenziale. E restarci. È quella la vera forza, l’atto di coraggio. Tornare a casa e ammettere di essere riusciti a vivere – e non sopravvivere – quei giorni, solo ed esclusivamente con l’essenziale.

Non vi dirò che merita di essere acquistato. Vi dirò che merita di essere scambiato. Lasciate un vostro libro e in cambio chiedete lui. Provateci.

La leggerezza dell’anima (e della borsa) non ha prezzo.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, faccio qualcosa che ha a che fare con i social, con il marketing e la comunicazione. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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