Tommaso Paradiso pigliatutto

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Tommaso Paradiso in una foto di Riccardo Ambrosio

Tommaso Paradiso in una foto di Riccardo Ambrosio

È l’anno di Tommaso Paradiso, mi pare evidente. Il sentore che i Thegiornalisti, la band romana di cui Paradiso è frontman, fossero una nuova, importante e imponente realtà con cui fare i conti si aveva già sin dallo scorso anno, quando – sul finire del 2016 – su tutte le radio d’Italia spopolava il brano Completamente. E, da lì, il fenomeno Thegiornalisti è esploso come una bomba d’acqua, ha travolto chiunque, scettici e non, fino a ottenere reazioni controverse, ma certamente mai tiepide: ha convinto le radio, ha entusiasmato gli amanti del pop e ha fatto storcere il naso ai puristi dell’indie.

Perché i Thegiornalisti, che nascono da (e come) una realtà indie, non sono affatto una band indie, è bene dirlo. E questa non vuole essere una nota di demerito nei loro confronti, sia chiaro, perché indie non è sinonimo di qualità. E non è un genere musicale. La definizione “artista indie” non classifica la musica che un artista fa; piuttosto, racconta il suo background e le scelte artistiche che compie. Quindi, i Thegiornalisti, sebbene nascano nell’underground romano e arrivino dalla gavetta, sono una realtà pop. E l’ultimo album, Completamente Sold Out, ne è la prova più inconfutabile.

Probabilmente è più corretto dire che i Thegiornalisti sono una realtà indipendente che si è affacciata al pop poco per volta e ogni album ha rappresentato un passo in direzione della pop music: dopo l’esordio con Vol. 1, disco realizzato con un preponderante utilizzo di chitarre e batterie sincopate, è stata la volta di Vecchio, il loro secondo progetto discografico, che ha dato il via a una svolta in direzione di sonorità nuove, attraverso l’introduzione di sintetizzatori e loop elettronici. Fuoricampo, il terzo album, conferma questa svolta, che – con Completamente Sold Out – si fa definitiva. Quindi, il loro approccio alla musica è certamente indie. L’esito, invece, è profondamente pop.

Ma veniamo all’estate appena trascorsa, di cui Tommaso Paradiso è stato il protagonista assoluto. L’estate in cui il pop (mai pretenzioso, a dire il vero) dei Thegiornalisti, caratterizzato da malinconiche venature anni Ottanta, si è trasformato inesorabilmente in un pop commerciale e dozzinale. L’estate che ha visto i Thegiornalisti, come moderni Righeira, tentare l’impervia strada del tormentone. L’estate di Riccione, di Partiti adesso, de L’esercito del selfie, di Mi hai fatto fare tardi. Cos’hanno in comune questi brani? È presto detto: sono nati tutti dal genio indiscusso di Paradiso. Avete letto bene: ho scritto proprio genio. Perché, tocca ammetterlo, ce ne vuole per scrivere “Sotto il cielo di Berlino mangio mezzo panino” e ottenere il doppio disco di platino per le vendite. E, se qualcuno pensa che sia scorretto estrapolare un solo verso per supportare una tesi, che ha – manifestamente – il sapore di un’ironia amara, rispondo che Riccione è il non-testo per eccellenza: si tratta di una serie di versi, privi di qualsiasi logica fondante, che restano intrappolati nella mente persino degli ascoltatori più distratti. Si tratta di una serie di immagini disconnesse e disarmoniche: si parla di selfie nei bagni e di aquile reali, di onde come schiaffi e di serie tv che iniziano.

Riccione non parla di niente, ma sa farlo bene: Paradiso ha rispolverato il peggio degli anni Ottanta (Jerry Calà compreso), ha condito il tutto con una prepotente dose di synth e auto-tune e ha servito il brano in un videoclip degno di Drive InDunque, è Paradiso a essere un genio o è il pubblico italiano a essere totalmente disabituato al bello? È lecito chiederselo. Di certo Riccione è la riprova che il successo, maneggiato con tanta spavalderia, rischia di diventare una condanna. Ma questa è una mia convinzione.

Ma non è finita qui, perché Paradiso non ha pensato solo per sé. Nient’affatto, è diventato – piuttosto – un produttore seriale di tormentoni. È lui, infatti, l’autore di Partiti adesso di Giusy Ferreri. È lui l’autore de L’esercito del selfie di Takagi e Ketra feat. Arisa e Lorenzo Fragola. È lui l’autore di Mi hai fatto fare tardi di Nina Zilli, stavolta con l’ausilio di Calcutta. E, come se di danni non ne avesse fatti già abbastanza, è lui l’autore di Autunno, il nuovo singolo di Noemi, in rotazione radiofonica da venerdì otto settembre; un brano, quest’ultimo, che ricorda – nemmeno troppo velatamente – le ultime produzioni dei Thegiornalisti: base elettronica (e onnipresente richiamo agli anni Ottanta) su cui si poggia un testo che nulla ha a che fare con le migliori produzioni di Noemi.


È davvero necessario che Giusy Ferreri, Arisa, Nina Zilli e Noemi, tra le nostre migliori interpreti, si affidino alla penna mediocre di Tommaso Paradiso?


È lecito, dunque, per me, pormi le domande che seguono: è davvero necessario che Giusy Ferreri, Arisa, Nina Zilli e Noemi, che considero tra le nostre migliori interpreti, si affidino alla penna mediocre di Tommaso Paradiso? Siamo certi che non esista alternativa a questo insopportabile appiattimento di idee e buongusto? È possibile che le nostre interpreti non riescano a trovare delle firme che sappiano valorizzare la loro personalità, senza produrre brani intercambiabili? No, io non ci credo.

Non credo affatto che le artiste sopracitate, reduci da album che non hanno ottenuto i risultati sperati, abbiano bisogno della penna di Tommaso Paradiso. Non credo affatto che la soluzione sia creare prodotti commerciali e radiofonici, da scongelare all’occorrenza, come surgelati tolti al banco frigo, e da offrire ad un pubblico distratto e disinteressato. Il gioco vale la candela? Dopo un album come Il mio universo o, senza andare troppo lontano, dopo La gigantessa, La distanza o Immaginami, brani tratti dal suo ultimo discoGirotondo – che esaltano il suo talento interpretativo e tutte le sfumature della sua voce, faccio fatica a pensare che il successo di Giusy Ferreri sia legato ai brani da balera scritti per lei da Paradiso.

Fatico ad accettare che la voce blues e profonda di Noemi debba sottomettersi a logiche radiofoniche perché la sua interprete sopravviva nella giungla della discografia italiana. Faccio fatica a pensare che un artista debba svilire la propria unicità per esistere. Faccio fatica a sopportare che un artista debba rispondere a logiche puramente commerciali a scapito della propria personalità artistica. Faccio fatica a credere che il gioco valga la candela, mi spiace. Perché conservo ancora intatta la convinzione che l’arte sia una necessità e che la sola legge che la regoli sia l’onestà. Siamo rimasti in pochi a crederlo, ma «La minoranza non è una debolezza, la maggioranza non è una qualità», dice qualcuno. Quindi ci credo ancora più fermamente.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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